Quando la gogna mediatica supera la soglia del trauma

Quando la gogna mediatica supera la soglia del trauma

Quando la gogna mediatica supera la soglia del trauma

Gentile direttore,
il recente tentato suicidio del docente protagonista dell’ormai noto episodio legato all’insulto alla figlia della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni non può essere archiviato come un semplice fatto di cronaca. Ci interroga, invece, come professionisti della salute mentale, sulle conseguenze psicologiche della sovraesposizione mediatica, sulla violenza digitale e sull’impatto che la “giustizia dei social” ha sulla salute mentale di tutti noi.

Immaginiamo un uomo solo, seduto nel silenzio della propria casa. La voce, che per anni ha insegnato in aula, si spegne nel rumore assordante della rete. Il cellulare continua a vibrare: notifiche, titoli, commenti. Nessuno di conforto, anzi.

Questo è lo scenario invisibile dietro il caso del docente che, dopo un comportamento inappropriato e sanzionato, ha visto la propria identità frantumarsi sotto l’urto di un’onda mediatica che non fa prigionieri. Il tentativo di togliersi la vita non è solo una tragica conseguenza, ma il segnale di un disagio che riguarda da tempo tutti noi, come società e per il quale si fa ben poco. Dal punto di vista psicologico, essere esposti a un linciaggio pubblico su larga scala può generare un vissuto di vergogna insopportabile, che diventa trauma. Si tratta di una frattura dell’identità: la persona non è più riconosciuta per la sua complessità, ma ridotta a un errore, a una frase decontestualizzata, a un marchio. In psicologia clinica questo processo viene definito annientamento del Sé, una condizione in cui la percezione di sé crolla sotto il peso del giudizio sociale, generando un senso di indegnità radicale e dove sparisce la visone per tutto ciò che era prima.

L’individuo colpito si percepisce come escluso dalla comunità di appartenenza, stigmatizzato e privo di possibilità di riscatto. In soggetti predisposti, tale vissuto può rapidamente precipitare in ideazioni suicidarie. Il senso di vergogna, l’umiliazione pubblica e l’isolamento sociale non sono “effetti collaterali” del discorso pubblico, ma fattori di rischio reali e documentati per la salute mentale.

In questi casi la pericolosità dei social network non risiede tanto nella tecnologia in sé, quanto nel loro uso disinibito, istantaneo e privo di mediazione, e protetto da quel confine immaginario che è lo schermo che abbiamo davanti. I social sicuramente offrono un’enorme libertà espressiva, ma raramente questa si accompagna a responsabilità o riflessione. Si deve condividere, pubblicare il prima possibile come per soddisfare il desiderio di un’ abbuffata tecnologica nella speranza di approvazione che non sempre arriva, e allora magari si alza il tiro, si passano i confini. Quindi l’indignazione, anche se legittima, diventa spesso spettacolo. In pochi clic, la condanna morale si trasforma in umiliazione globale irreversibile. Questo tipo di esposizione ha caratteristiche simili al cyberbullismo: è invasiva, pervasiva, e genera un senso di impotenza. La rete non dimentica, non contestualizza, non modula. Non prevede gradualità né possibilità di espiazione.

Come comunità professionale sanitaria, non possiamo limitarci a stigmatizzare o normalizzare. Occorre ricordare che dietro ogni gesto impulsivo o inappropriato c’è una persona che può trovarsi, in pochi giorni, a vivere un crollo esistenziale. Vanno indagate le ragioni che portano a tali comportamenti e vanno accertate, contenute, e trattate il prima possibile.

Intervenire nella prevenzione di tali comportamenti, del suicidio, significa anche contrastare la cultura sempre più diffusa della gogna pubblica, favorire contesti di ascolto e di contenimento nelle scuole e sul territorio, educare alla cittadinanza digitale e all’empatia. È necessario che i contesti lavorativi – specialmente quelli educativi – siano dotati di presidi di supporto psicologico anche per gli operatori. Nessuno dovrebbe trovarsi solo nel momento in cui la propria reputazione viene travolta, e nessuna comunità dovrebbe assistere in silenzio al crollo di un suo membro.

Questo episodio ci pone davanti a un bivio etico e culturale che purtroppo non è nuovo: vogliamo una società che punisce con la cancellazione sociale o una società che educa, protegge e cura anche chi sbaglia? In ambito sanitario e sociosanitario, la risposta non può che passare attraverso il riconoscimento della dignità umana e la tutela della salute in ogni circostanza. Anche e soprattutto quando è sotto attacco

Dott. Roberto Marchetti
Psicologo Clinico

Roberto Marchetti

03 Giugno 2025

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