Riorganizzare la medicina territoriale? Sì, ma cambiamo metodo

Riorganizzare la medicina territoriale? Sì, ma cambiamo metodo

Riorganizzare la medicina territoriale? Sì, ma cambiamo metodo

Gentile Direttore,
molti articoli, anche su questo quotidiano, hanno evidenziato la necessità di riorganizzare la medicina territoriale per renderla maggiormente capace di intercettare i bisogni in modo efficace.  
La logica che vogliamo proporre per il cambiamento della medicina territoriale si articola nei seguenti punti:

1) I vari modelli sperimentati nelle Regioni non hanno portato sempre alla risposta attesa e a un efficace soddisfacimento dei bisogni di continuità delle cure; ciò ha generato – anche nell’attuale situazione di stress – la debolezza di offerta del livello territoriale e conseguentemente anche quello della continuità delle cure.
2) La ricerca di cambiamento non deve esaurirsi in una ricerca di nuovi modelli astratti, ma porre il massimo impegno per definire le condizioni organizzative concrete e praticabili che permettano agli attuali modelli di generare i risultati desiderati.
3) L’idea di “applicare la norma” deve essere sostituita dalla necessità di “generare processi” che permettano il raggiungimento dei risultati.

Quale il contributo per generare processi di cambiamento?

Promuovere capacità di progettazione organizzativa. Occorre che, a livello di ciascuna realtà, coloro che hanno responsabilità gestionali a tutti i livelli condividano una fattiva e operativa progettazione dei ruoli organizzativi, delle modalità di azione, dei criteri di valutazione. La progettazione organizzativa non è applicazione di una legge o di un contratto (burocrazia comunque necessaria per l’azione coordinata), ma capacità di trovare soluzioni che permettano di sviluppare attività efficaci e individuino obiettivi adeguati per i professionisti.  E’ un’attività sul campo, per affrontare i problemi concreti, certamente entro perimetri definiti da norme e contratti, ma con una grande flessibilità per “conseguire risultati”. Questo significa quindi:

a) Muoversi per obiettivi e non per compiti.

b) Promuovere capacità di valutazione dei problemi specifici da affrontare, ovvero
i. identificare elementi ostacolanti
ii. identificare elementi favorenti
e favorire azioni coinvolgenti capaci di considerare il punto di vista di tutti, ma avendo come obiettivo la continuità delle cure e i pazienti.

c) Promuovere criteri di selezione basati sui risultati (criteri e strumenti per riconoscere una leadership e sostenerla nel tempo). Le organizzazioni, proprio perché camminano sulle gambe delle persone, devono valorizzare tutte le competenze specialistiche e professionali e sostenere chi è in grado di dare un contributo fattivo ai processi organizzativi. Spesso nelle nostre realtà accade il contrario: chi ha leadership magari è travolto dalla burocrazia. I sistemi premianti non sono solo economici, ma di ruolo, di riconoscimento professionale.  “La pacca sulla spalla” spesso funziona di più che un premio economico (vedi esperienza della retribuzione dei risultati negli ospedali).

d) Generare strumenti di coordinamento e integrazione tra professionisti, unità organizzativa e azienda non burocratici, ma orientati agli obiettivi. Scrivere PDTA non è un modo per togliere la responsabilità, ma innanzi tutto un modo per generare coordinamento tra professionisti in ottica di cura integrale del paziente. Verificare il grado di compliance con i PDTA non è burocrazia, ma un modo di operare a beneficio del paziente e dei suoi bisogni.  
Tutto questo richiede lavoro operativo e persone che utilizzino il loro tempo per promuovere il coordinamento: richiede una organizzazione capace di flessibilità e di intelligenza organizzativa e non rattoppi alla burocrazia!

Promuovere una diffusa capacità di valutazione dei risultati
a) Il feedback sia tempestivo e costante;
b) La condivisione dei risultati con equipe sia la conferma della trasparenza.


 


Senza valutazione non si migliora e forse un tema della medicina territoriale su cui operare è proprio quello della valutazione dei risultati. Certo, i risultati devono essere valutati non per la remunerazione innanzi tutto (e forse anche mai), ma per permettere di riflettere su come l’organizzazione realizza i risultati in base alla loro efficacia. Se l’organizzazione non viene valutata, il miglioramento è causale e il peggioramento molto probabile.


 


Offrire supporto alla sperimentazione
Il metodo della sperimentazione anche in campo organizzativo è fondamentale e non deve essere dimenticato: si ipotizza un modo di operare, si valutano i risultati, si estendono i processi organizzativi in altri contesti e con le dovute cautele solo alla presenza di risultati positivi.

In sintesi. focalizziamoci sulla progettazione organizzativa in ogni realtà, misuriamo i risultati. Due però appaiono le condizioni necessarie per realizzare questo percorso virtuoso:
– Allentare la morsa della burocrazia, consentendo maggiore apertura alla sperimentazione e alla valutazione. Resta una forte necessità di revisione di normative e contratti, non per elaborare nuovi modelli, ma per allentare i vincoli della burocrazia. In altre parole, è necessario incentivare l’orientamento gestionale agli obiettivi a scapito dell’orientamento per compiti, oggi purtroppo ancora prevalente.
– Scegliere gli uomini e le donne sicuramente in base alle competenze, ma anche in base alla capacità di motivare, di fare squadra, di essere appunto agenti di cambiamento.

Carlo Ramponi
MD già responsabile europeo di Joint Commission International

Rinaldo Zanini
MD, Componente del neonatologo Comitato percorso nascita nazionale

Antonello Zangrandi
Professore ordinario presso l’Università di Parma
 
P.S. Qualcuno potrebbe chiedersi: perché insieme provenendo da mondi così diversi? Il cambiamento è legato alla passione di orientare le organizzazioni all’efficacia: questo ci accomuna

21 Giugno 2020

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