Salute mentale, curare significa riconoscere la persona

Salute mentale, curare significa riconoscere la persona

Salute mentale, curare significa riconoscere la persona

Gentile Direttore, dieci giorni di RO.MENS - Festival della Salute Mentale di Roma, promosso dalla ASL Roma 2, rappresentano un’occasione per riflettere non soltanto sui servizi per la salute mentale ma sul significato stesso che attribuiamo alla cura e sul modo in cui il Ssn si rapporta alla sofferenza psichica...

Gentile Direttore,
i dieci giorni di RO.MENS – Festival della Salute Mentale di Roma, promosso dalla ASL Roma 2 nel mese di ottobre, rappresentano un’occasione per riflettere non soltanto sui servizi per la salute mentale ma sul significato stesso che attribuiamo alla cura e sul modo in cui il Servizio sanitario si rapporta alla sofferenza psichica.

Per troppo tempo la salute mentale è rimasta ai margini dello stesso racconto della sanità. E ancora oggi la sofferenza psichica presenta caratteristiche che ci obbligano ad andare oltre una concezione della cura limitata al trattamento della patologia.

La malattia psichiatrica è una condizione complessa, con molte sfaccettature. Porta con sé una sofferenza che spesso non è immediatamente visibile: una sofferenza interiore e relazionale, che investe il rapporto con gli altri, con il proprio contesto di vita e con il mondo.

Da qui nasce una domanda fondamentale: che cosa significa davvero curare?

Nel campo della salute mentale non è sufficiente pensare alla cura come alla semplice riparazione di un danno. Nel dettaglio, curare significa certamente garantire appropriatezza ed efficacia clinica, ma significa anche ricostruire relazioni, farsi carico della sofferenza, contrastare isolamento ed esclusione e creare attorno alla persona condizioni che possano sostenerne il percorso.

È proprio nella salute mentale, inoltre, che le disuguaglianze possono emergere con particolare evidenza. La stessa condizione può essere vissuta e affrontata in maniera profondamente diversa a seconda del contesto sociale, familiare ed economico, delle opportunità disponibili e della rete di relazioni che circonda una persona.

Quando queste differenze si traducono in differenze nell’accesso o nella qualità dell’assistenza, a essere messo in discussione è uno dei principi fondamentali del nostro Servizio sanitario: l’equità. Per questo, accanto a una bioetica fondata sui principi, ritengo necessario rafforzare anche una bioetica delle relazioni, capace di considerare la persona nella sua interezza e nel contesto nel quale vive.

Questo significa ripensare anche il rapporto tra medico e paziente. Tradizionalmente il medico, sulla base del proprio sapere, è chiamato a individuare la miglior cura per il paziente, identificandola con il processo di guarigione.
Ma nella salute mentale il bene della persona non sempre può essere associato alla guarigione intesa in senso strettamente clinico. Il rapporto tra chi cura e chi viene curato assume allora un valore ancora più importante. Ascolto, relazione, autonomia, contesto sociale e qualità della vita diventano parte integrante del percorso di cura.

La malattia psichiatrica ha molte dimensioni e richiede quindi risposte capaci di tenere insieme efficacia, efficienza, equità e umanità. È proprio qui che entra in gioco un concetto sul quale credo che la sanità debba interrogarsi sempre di più: l’umanizzazione.

Troppo spesso rischiamo di ridurla all’accoglienza, a un sorriso, a un gesto di attenzione. Sono aspetti importanti, certamente, ma umanizzare la sanità significa qualcosa di più profondo. Significa riconoscere che davanti a noi non c’è soltanto una patologia da trattare, un bisogno da classificare o una prestazione da erogare.

C’è una persona, con la propria storia, le proprie relazioni, le proprie fragilità e le proprie possibilità. Umanizzare significa riconoscere il paziente, prima di tutto, come individuo. È da questa consapevolezza che dobbiamo partire se vogliamo costruire un Servizio sanitario capace di essere efficace ed efficiente, equo nell’accesso e nella qualità delle cure, ma soprattutto realmente vicino alla complessità delle persone che è chiamato a curare.

Francesco Amato
Direttore generale ASL Roma 2

07 Ottobre 2026

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