Salute mentale, posti letto ai minimi europei: tra modello territoriale impoverito e ricoveri negati

Salute mentale, posti letto ai minimi europei: tra modello territoriale impoverito e ricoveri negati

Salute mentale, posti letto ai minimi europei: tra modello territoriale impoverito e ricoveri negati

Gentile Direttore, uno dei tanti aspetti interessanti del recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, dedicato alla salute mentale, di cui ci ha dato puntuale notizia Quotidiano Sanità, è il dato relativo ai posti letto ed ai ricoveri

Gentile Direttore, uno dei tanti aspetti interessanti del recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, dedicato alla salute mentale, di cui ci ha dato puntuale notizia Quotidiano Sanità, è il dato relativo ai posti letto ed ai ricoveri.

I posti letto sono i più bassi di Europa e questo condiziona strettamente il numero dei ricoveri. Come conferma da anni il lavoro nei Servizi e nei PS, le necessità cliniche sono solo la premessa del ricovero, la cui attuazione passa per lo stretto filtro della disponibilità di posti letto. Si tratta di una disponibilità limitata ulteriormente anche da tutta una serie di usi “impropri” del reparto per minori o adulti in attesa di una comunità, anziani senza assistenza a casa, o gestioni “custodialistiche” richieste dal Magistrato per pazienti autori di reato. 

Così il dato dei ricoveri è solo quello dei posti letto disponibili e non quello delle effettive necessità di ricovero. A farne le spese pazienti e familiari, a trarne profitto le case di cura private.

Questo mi ha riportato ai primi anni ‘80, subito dopo la legge di riforma, quando in provincia di Venezia i vari servizi facevano a gara a chi aveva meno posti letto. Ricordo un servizio che aveva chiesto con orgoglio alla amministrazione di poterne chiudere una parte, ritenendo di non averne più bisogno. Così come ricordo che in una condizione di grave contrazione delle risorse, in un servizio avevamo deciso di rinunciare al reparto, investendo tutto sul territorio e richiedendo solo pochi ricoveri ad altri servizi limitrofi. L’idea di fondo era che dei buoni servizi territoriali rendevano il ricovero un evento eccezionale ed il basso numero di ricoveri era la prova della qualità del lavoro. 

Rimango convinto della validità di tale modello, di cui però con il tempo sono cambiate le condizioni. I servizi territoriali si sono impoveriti, la sanità di è spostata sempre più verso il polo ospedaliero, ma i posti letto sono rimasti gli stessi, anzi sono diminuiti nella realtà, con chiusure che spesso non sono nemmeno formalizzate come tali, ma solo definite quali “sospensioni” temporanee, ma senza scadenza, delle attività.  

Intrappolata fra la giusta impostazione del modello iniziale e la costante promessa di maggiori risorse mai arrivate, la psichiatria ha faticato a prendere atto della realtà, ed esita giustamente a chiedere più posti letto, sapendo che questa soluzione è miope rispetto a quella di rendere funzionante il territorio, che rischia però di rimanere ormai solo illusoria, .

C’è questa irresistibile attrazione per la psichiatria italiana a voler essere sempre un modello innovatore ispirato a motivi etici oltre che scientifici, che la porta ad accettare con entusiasmo soluzioni che alla fine sono solo grandi idee senza risorse, di cui faranno le spese i pazienti, i familiari e gli stessi operatori. 

Non è diversa in fondo la vicenda della Legge 81/2014, con grande spinta innovativa, poche basi scientifiche ed ancor meno risorse, dove ci si ritrova ora con pochi posti, tanti pazienti in attesa, e molti di questi parcheggiati in SPDC. 

O anche i grandi piani di azione nazionale ricchi di progetti ma poveri di risorse, come si ripete instancabilmente in un dialogo fra sordi, con il Governo che si vanta degli importanti stanziamenti economici ed il grido d’allarme sulla loro esiguità da parte di chi nei servizi lavora.

Alla fine finisce sempre così: con una psichiatria che si sente gratificata e ricca di importanza perché investita di grandi progetti, e poi di fatto solo impoverita nelle risorse ed in quello che può fare. 

Forse un po’ più di realismo (che è quello che spesso cerchiamo di coltivare nei pazienti), ci farebbe bene.

Andrea Angelozzi

Psichiatra

17 Febbraio 2026

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