Scudo penale, occasione mancata: decriminalizzare (davvero) la professione medica

Scudo penale, occasione mancata: decriminalizzare (davvero) la professione medica

Scudo penale, occasione mancata: decriminalizzare (davvero) la professione medica

Gentile Direttore,

l’ennesimo nulla di fatto sul Ddl Delega in materia di professioni sanitarie, e in particolare sul tanto discusso scudo penale, rappresenta un’occasione persa per affrontare con serietà e lungimiranza uno dei nodi più urgenti del nostro Servizio Sanitario Nazionale. La mancata intesa all’interno della maggioranza su una riforma strutturale della responsabilità penale dei professionisti sanitari non è soltanto una battuta d’arresto legislativa: è il segnale di un’incomprensione più profonda del ruolo e delle difficoltà di chi ogni giorno lavora per la salute collettiva.

Come asserito dal Prof. Ivan Cavicchi, sociologo e filosofo della Medicina -“Chi cura deve poterlo fare senza la costante paura di essere processato per aver agito secondo scienza e coscienza.”

I numeri parlano chiaro: secondo i dati della FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), oltre 35.000 medici ogni anno vengono coinvolti in procedimenti penali, il 95% dei quali si conclude con un’assoluzione o con l’archiviazione e, nei casi di rinvio a giudizio, il sanitario viene sottoposto a uno stress enorme, sia umano che professionale, spesso protratto per anni. Questa condizione, inevitabilmente compromette la sua serenità e potrebbe incidere negativamente sulla qualità dell’assistenza prestata

Una sproporzione che solleva interrogativi non solo giuridici ma anche etici e culturali. È legittimo domandarsi se il diritto penale sia oggi lo strumento adeguato per valutare la condotta di chi opera in contesti ad alta complessità, spesso con mezzi insufficienti.

Il clima di sfiducia e la paura costante di finire sotto processo stanno trasformando la medicina in una professione difensiva, in cui l’interesse del paziente rischia di essere subordinato alla tutela legale del medico.

Una medicina “che protegge se stessa” non può essere davvero al servizio del cittadino, così come una giustizia che tratta ogni errore come un potenziale reato finisce per compromettere la libertà e la lucidità di chi cura. In entrambi i casi, a farne le spese è il paziente, privato del diritto a una medicina coraggiosa e centrata sulla persona.

E non si tratta solo di percezioni: la medicina difensiva sta diventando un “business immorale”.

Secondo una recente analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore, ogni anno la medicina difensiva costa al Servizio Sanitario Nazionale oltre 11 miliardi di euro paradossalmente circa il 40% del totale delle risorse destinate alla manovra economica 2024 (28 miliardi di euro, dai dati del MeF),

È evidente che questo fenomeno non solo pesa sui bilanci pubblici, ma devasta il sistema sanitario, dirottando risorse per proteggere la professione medica piuttosto che curare i pazienti

Il quadro normativo attuale – pur dopo la Legge Gelli-Bianco del 2017 – resta frammentato, interpretato in modo difforme sul territorio e soggetto a letture giurisprudenziali talvolta discordanti. Anche questo, inevitabilmente, potrebbe minare il principio costituzionale dell’uguaglianza davanti alla legge.

Non si tratta di chiedere impunità, ma chiarezza normativa e protezione da procedimenti inutilmente punitivi. Lo scudo penale, deve essere ampio, non deve riguardare solo gli ambiti emergenziali e, come viene proposto da più parti, non eliminerebbe la responsabilità medica, ma la sottrarrebbe all’automatismo della sanzione penale quando non vi sia dolo o colpa grave,

Questo dovrà portare a concentrare l’attenzione su una corretta valutazione tecnico-scientifica, incentivando lo spostamento di eventuali liti, su un piano stragiudiziale o civilistico.

Un illustre farmacologo come il Prof. Silvio Garattini asseriva che “Un errore non è sempre una colpa, e una colpa non deve essere sempre un reato.”

Dispiace, in questo contesto, constatare la mancanza di una presa di posizione chiara da parte di molti rappresentanti del mondo sanitario oggi in Parlamento. Il loro silenzio pesa. La politica ha il dovere di ascoltare e dare risposte concrete a una categoria che continua a garantire, anche in condizioni difficili, un servizio essenziale per il Paese.

È evidente che non basta una legge: serve una riforma culturale. Riconoscere che la medicina è una pratica fondata su decisioni complesse, incerte e non sempre prevedibili, è il primo passo. La decriminalizzazione ragionata della professione sanitaria non è una resa, ma un atto di giustizia e fiducia verso chi opera in trincea.

È tempo che tutte le sigle sindacali, gli Ordini professionali e gli operatori sanitari si uniscano in un appello costruttivo e coraggioso: per una sanità basata sul sapere, sulla responsabilità consapevole e sulla tutela reciproca tra professionista e paziente. Perché senza medici sereni, non c’è medicina efficace. E senza medicina efficace, il diritto alla salute rimane lettera morta, perché: Chi ha paura di curare, smetterà prima o poi di farlo.

Dott. Giampaolo Montesi
Rappresentante Nazionale della Radioterapia Sindacato Nazionale di Area Radiologica-SNR

06 Agosto 2025

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