Se lo psichiatra diventa giudice

Se lo psichiatra diventa giudice

Se lo psichiatra diventa giudice

Gentile Direttore,
per settimane si è svolta una campagna scandalosa contro la sentenza che ha quasi dimezzato la pena inflitta all’assassino di una donna. Per buonsenso e per rispetto dell’altro, mi sono attenuta a una regola, nella mia attività professionale, regola alla quale non sono mai venuta meno, neppure a fronte di lusinghe giornalistiche: se conosco un caso, in quanto psichiatra, non ne parlo perché, appunto, lo conosco e dunque sono tenuta a una riservatezza d’obbligo; se non lo conosco, non ne parlo perché non lo conosco.
 
E invece una messe di liberi pensatori, alcuni con interessanti pedegree intellettuali, si sono lanciati a testa bassa contro una sentenza che neppure avevano letto, dando vita a slogans, manifestazioni di piazza, esecranti anatemi, addirittura suggerimenti, rivolti a uomini simili all’omicida, di lanciarsi preventivamente dalla Rupe Tarpea.
 
Ho provato ad arginare questa rabbia inconsulta con i mezzi di cui dispongo: scrivere, argomentare, ricordare. A niente è valso e le fila di un esercito vindice in marcia si sono ingrossate. L’epilogo, che avevo pronosticato, vale a dire la decisione dell’uomo di infliggersi da solo la pena capitale, ha preso sinistramente forma. Il silenzio che ne è seguito mi è parso assordante quanto il clamore che lo aveva preceduto. L’uno e l’altro denotano una fondamentale carenza di critica.
 
Il tentativo di suicidio del soggetto per qualche giorno più odiato d'Italia, pare commesso per il tramite della assunzione di farmaci accumulati, me ne ha ricordato un altro, avvenuto anni addietro, con le stesse modalità, che riguardò una donna, anch'ella omicida, anch'ella diffusamente presentata come un mostro, il cui crimine era un vero manifesto della incapacità di intendere e di volere e che però, da uno, per fama, tra i massimi psichiatri forensi italiani, che si vantava con questo parere di "avere fatto scuola", era stata valutata totalmente capace, neppure parzialmente capace, in modo che la pena fosse esemplare.
 
La perizia di Appello, una perizia collegiale, osò modificare il parere del noto criminologo, ma non lo ribaltò. La donna venne ritenuta, in quel secondo grado, parzialmente capace di intendere e di volere. Il Presidente di Sezione decise di non tenere conto del parere dei periti da lui stesso nominati e definì, in sentenza, l'imputata "cattiva e invidiosa", in tal modo confermando una pena esemplare.
 
La reclusa, dopo questa sentenza, tentò il suicidio assumendo poco meno di cento compresse di un potente neurolettico, e rimase in Rianimazione per due settimane. La Cassazione, etiamdio!, intervenne con una sentenza esemplare, rinviando alla medesima Corte d’Appello il giudizio. Più che la riduzione della pena furono ‘medicinali’ per la condannata le parole dei Giudici della Cassazione, che non dimenticarono l'insegnamento di Piero Calamandrei e cioè che il processo è fondamentalmente studio dell'uomo.
 
Senza dubbio il giudizio non fu favorito dal fatto che erano stati gli psichiatri a dimenticare per primi l'insegnamento del grande giurista, ma questo ci porterebbe troppo lontano. A quella reclusa, benché malata, non furono concessi molti benefici che le sarebbero spettati, perché le parole contro il mostro risuonavano ancora a distanza di oltre un decennio. Poi il suo percorso prese una piega meno maligna.
 
Oggi ne ho perso le tracce, ma mi auguro che sia riuscita a trovare un minimo di spazio vitale. Era una persona malata fin dalla sua adolescenza, con una vita costellata di mortificazioni, che mai aveva trovato il debito aiuto, che si era imbattuta in un giudizio spietato, con un fantastico giro di boa finale, grazie a una Giustizia con la G maiuscola.
 
Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista

12 Marzo 2019

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