Senza un impegno concreto delle istituzioni, le cure palliative restano un diritto incompiuto

Senza un impegno concreto delle istituzioni, le cure palliative restano un diritto incompiuto

Senza un impegno concreto delle istituzioni, le cure palliative restano un diritto incompiuto

Gentile Direttore, la proposta di legge sul fine vita ha riportato al centro del dibattito le cure palliative come diritto fondamentale e componente imprescindibile di un sistema sanitario equo e sobrio, nonché presupposto necessario per affrontare con serietà il tema del suicidio medicalmente assistito. 

Gentile Direttore, la proposta di legge sul fine vita ha riportato al centro del dibattito le cure palliative come diritto fondamentale e componente imprescindibile di un sistema sanitario equo e sobrio, nonché presupposto necessario per affrontare con serietà il tema del suicidio medicalmente assistito. Affinché il confronto sul fine vita sia realmente etico e responsabile, è indispensabile che cure palliative di qualità siano garantite in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.

Un presupposto altrettanto essenziale è la valorizzazione della figura del medico palliativista. Nel novembre 2026 si concluderà il percorso formativo dei primi 27 specialisti in Medicina e Cure Palliative. Tuttavia, nonostante l’istituzione della Scuola nel 2022, la disciplina soffre di una marcata carenza di attrattività: nel 2025 sono state assegnate soltanto 64 delle 165 borse disponibili. Un dato che impone una riflessione urgente.

Le ragioni di questa scarsa attrattività sono molteplici e alcune richiedono interventi diretti delle istituzioni.

Scarso riconoscimento professionale – Il palliativista non dispone di tecnologie sofisticate, non esegue procedure ad alta complessità come il cardiologo o il chirurgo, non gode di particolare visibilità mediatica e non rappresenta, in genere, una specialità economicamente attrattiva. Eppure esercita una delle forme più vere della medicina: la cura globale della persona, costruita attraverso relazioni con il paziente e la famiglia e valutazione di bisogni, sofferenze e qualità della vita.

Oltre ai fattori sopra menzionati contribuisce ad indebolire il riconoscimento della disciplina e l’attrattività professione una grave asimmetria regolatoria in materia di equipollenze. Numerose specialità – tra cui Geriatria, Medicina Interna, Oncologia, Radioterapia, Pediatria, Medicina di comunità e delle cure primarie, Anestesia e Rianimazione, Malattie Infettive, Ematologia e Neurologia – possono accedere ai concorsi per Cure Palliative, mentre lo specialista in Medicina e Cure Palliative non dispone di alcuna equipollenza in uscita. Questa situazione alimenta la percezione di una specialità “di serie B”, facilmente sostituibile e priva di competenze riconosciute in altri ambiti. È urgente un intervento normativo del Ministero della Salute e del Ministero dell’Università e della Ricerca per colmare questo vuoto regolatorio.

Definizione dell’ambito lavorativo – La figura del palliativista che opera unicamente all’interno degli hospice rappresenta oggi un anacronismo. Come chiaramente specificato dal DM77,la medicina palliativa deve svilupparsi in rete raggiungendo l’ospedale per acuti, le strutture per la cronicità e le cure domiciliari. Secondo una recente indagine intersocietaria coordinata dalla Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, circa il 55% dei pazienti ricoverati in Medicina Interna e Geriatria e circa il 45% dei residenti in RSA presentano bisogni di cure palliative. Si tratta di numeri che impongono una revisione dell’organizzazione assistenziale.

Negli ospedali, le Unità Operative di Cure Palliative dovrebbero avere carattere strutturale. In tal senso rappresenta un passo avanti la determina della Regione Lazio (11.11.2025, n. 14930), che definisce standard minimi di personale dedicato alle Cure Palliative negli ospedali per acuti. Analoghi provvedimenti dovrebbero essere adottati in tutte le Regioni. Nella stessa direzione si muove la proposta di legge n. 2344, presentata alla Camera il 7 aprile 2025, che prevede l’estensione delle cure palliative nelle RSA. E’ auspicabile la prosecuzione dell’iter parlamentare fino alla sua approvazione, così da garantire un quadro normativo coerente con i bisogni assistenziali emersi.

Rappresentatività nei tavoli istituzionali – Se, come indicato dal DM 77, le cure palliative costituiscono una componente strutturale dell’assistenza territoriale e ospedaliera, è imprescindibile che i palliativisti siedano nei tavoli istituzionali nazionali e regionali in cui si definiscono strategie organizzative e programmatorie. Ciò avviene ancora troppo raramente. Emblematico è il caso della sezione O del Ministero della Salute, dedicata all’attuazione della legge 15 marzo 2010 n. 38 per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore: in una sezione composta, nella componente extra-ministeriale, prevalentemente da anestesisti e rianimatori, non figurano rappresentanti della Società Italiana di Cure Palliative, né direttori in carica delle 26 Scuole di specializzazione in Medicina e Cure Palliative, né direttori di unità operative di cure palliative o di Hospice. Una disciplina non rappresentata è una disciplina destinata a essere marginalizzata nelle scelte strategiche.

Percorsi accademici e identità scientifica – La crescita della medicina palliativa richiede un rafforzamento dei percorsi accademici, affinché il palliativista ‘moderno’ abbia competenze non solo cliniche ma anche didattiche e di ricerca. È ormai imprescindibile l’istituzione di un Settore Scientifico-Disciplinare (SSD) specifico per le Cure Palliative. In assenza di tale riconoscimento, la disciplina rischia di rimanere priva di una chiara identità scientifica, con difficoltà nella definizione di contenuti, metodi e finalità autonome rispetto ad altri percorsi specialistici. Va inoltre considerato che i 18 milioni di euro assegnati dal MIUR alle università tra il 2021 e il 2024 per lo sviluppo della Scuola di specializzazione in Medicina e Cure Palliative (DL 19 maggio 2020, n. 34, convertito nella legge 17 luglio 2020, n. 77, art. 5-ter) raramente si sono tradotti in interventi concreti di potenziamento strutturale e organizzativo. Resta irrisolto il mancato inserimento strutturale delle cure palliative nel percorso di laurea in Medicina e Chirurgia. Non è coerente riconoscerle come diritto fondamentale senza garantirne l’insegnamento obbligatorio a tutti i futuri medici. Se sono parte integrante dell’assistenza, devono esserlo anche della formazione universitaria.

In sintesi, le cure palliative sono un diritto fondamentale, non possono restare un principio enunciato nelle leggi ma disatteso nell’organizzazione reale del sistema sanitario. Molto è stato fatto negli ultimi anni, tuttavia è necessario un impegno coordinato e tempestivo del Ministero della Salute, del Ministero dell’Università e della Ricerca e delle Regioni per correggere le asimmetrie normative, garantire rappresentanza istituzionale alla disciplina, strutturare la presenza dei palliativisti negli ospedali e nelle RSA e rafforzare l’identità accademica e scientifica della Medicina Palliativa.

Graziano Onder

Direttore Scuola di Specializzazione Medicina e Cure Palliative, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma

Stefania Cartesio

Specializzanda in Medicina e Cure Palliative, Università Cattolica del Sacro Cuore

Giorgio Trizzino

Medico palliativista, SAMOT

G. Onder, S. Cartesio, G. Trizzino

18 Febbraio 2026

© Riproduzione riservata

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