Suicidio medicalmente assistito e cure palliative: due opzioni da riconoscere e comprendere meglio

Suicidio medicalmente assistito e cure palliative: due opzioni da riconoscere e comprendere meglio

Suicidio medicalmente assistito e cure palliative: due opzioni da riconoscere e comprendere meglio

Gentile Direttore,
in attesa che il Parlamento elabori una legge sulla Morte Volontaria Assistita, che auspichiamo sia buona e rispettosa dell’autonomia dei cittadini, non si può non rilevare che nel nostro paese le richieste di Suicidio Medicalmente Assistito (SMA) sono in aumento e che già si può cominciare a riflettere sulle esperienze in corso e maturate.

Per adesso si parla di piccoli numeri, ma già si profila che quella dell’assistenza al suicidio sta diventando una nuova pratica sociale: cioè un’opzione socialmente accettata e accessibile tra altre. Delle tre ASL esistenti in Toscana, in una sola di esse dal 2022 le richieste di SMA sono state di poco inferiori alla decina, ciascuna delle quali seguita con grande attenzione dal Comitato Etico e dagli altri organismi preposti, inclusi ovviamente i medici di medicina generale e i servizi di cure palliative – la cui rete è presente, attiva e diffusa in tutta la Regione.

Un’analisi qualitativa delle storie dei singoli casi fa emergere un quadro interessante circa i vissuti delle persone coinvolte. Un dato che subito balza all’occhio è la scarsa conoscenza del significato e del ruolo delle cure palliative (CP) da parte sia dei richiedenti il SMA sia di alcuni operatori sanitari coinvolti. La maggior parte sembra associare, equiparare o identificare le cure palliative alla sola Sedazione Palliativa Profonda Continua (SPPC). Per questo, tali pazienti non chiedono di essere presi in carico dai servizi CP o addirittura esplicitamente lo rifiutano. Infatti, i richiedenti l’SMA non vogliono perdere la consapevolezza di sé, temono l’oblio della coscienza e pretendono di restare presenti e vigili fino alla fine.

Aspetto ancora più interessante è che l’equiparazione delle cure palliative con la sola SPPC pare sia fatta anche da alcuni medici di medicina generale e da altri operatori sanitari, per i quali i servizi di cure palliative sono da attivare solo nelle fasi finali della malattia, quando cioè sono presenti i requisiti clinici per procedere col consenso del paziente alla SPPC.

Ripetiamo, l’analisi fatta non è basata su dati quantitativi ampi e ma sull’esperienza concreta dei (pochi) casi che sono stati considerati: non si vuole qui generalizzare né arrivare a conclusioni ampie e definitive, ma solo segnalare un’idea che si riscontra nell’ethos diffuso, ossia che l’attivazione delle cure palliative deve avvenire quando si è in presenza delle condizioni per la SPPC. Quest’idea è paradossale, perché nelle cure palliative (come dice il Parere CNB 2023) la tendenza attuale è “quella di renderle disponibili il più precocemente possibile” (p. 14), prendendo in carico i pazienti sin dalle fasi iniziali della malattia inguaribile.

Tuttavia, nonostante il notevole impegno profuso per far uscire le CP dallo stretto recinto della terminalità, si deve constatare che la prospettiva non è passata e stenta a passare. Forse, per superare nella realtà questo modello occorre che si riconosca pari dignità tra il SMA e la SPPC: due opzioni tra cui il paziente può scegliere per chiudere la propria esistenza. Questo va riconosciuto sia per il rispetto dovuto all’autodeterminazione del paziente (gatantito dalla Corte costituzionale e presente nella mission delle CP) sia per l’equivalenza del risultato finale delle due scelte.

Mariella Immacolato
medico legale, Direttivo Consulta di Bioetica Onlus
Maurizio Mori,
presidente Consulta di Bioetica Onlus, Componente Comitato Nazionale per la Bioetica

08 Agosto 2025

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