Tempo di bilancio: questo l’infausto costo del personale della ricerca sanitaria

Tempo di bilancio: questo l’infausto costo del personale della ricerca sanitaria

Tempo di bilancio: questo l’infausto costo del personale della ricerca sanitaria

Gentile Direttore, mentre nelle aule parlamentari si discute di capitoli di spesa,decimali di Pil e tabelle contabili della Manovra 2027, c’è un comparto del nostro Ssn  che continua a operare nell’ombra: il personale della ricerca sanitaria negli Irccs pubblici e negli Izs. Sistematicamente ignorato quando si tratta di diritti e tutele, viene celebrato a parole soltanto quando si taglia il nastro di un nuovo laboratorio d’eccellenza.

Gentile Direttore,

mentre nelle aule parlamentari si discute di capitoli di spesa, decimali di PIL e tabelle contabili della Manovra 2027, c’è un comparto del nostro Servizio Sanitario Nazionale che continua a operare nell’ombra: il personale della ricerca sanitaria negli Irccs pubblici e negli Izs. Sistematicamente ignorato quando si tratta di diritti e tutele, viene celebrato a parole soltanto quando si taglia il nastro di un nuovo laboratorio d’eccellenza.

Parliamo della spina dorsale dell’innovazione biomedica del Paese. Si tratta della ricerca traslazionale: quel lavoro quotidiano che porta le scoperte direttamente dal bancone di laboratorio al letto del paziente (bench-to-bedside). È il lavoro di chi mette a punto studi preclinici che poi rendono possibili le sperimentazioni cliniche di Fase I-II-III con terapie avanzate; di chi analizza i genomi per la medicina personalizzata; di chi garantisce prevenzione, metodi diagnostici innovativi, la sorveglianza epidemiologica e la sicurezza alimentare secondo l’approccio One Health. Senza questo capitale umano, il Ssn si ridurrebbe a un mero erogatore di prestazioni ordinarie, rinunciando alla cura dei casi più complessi e perdendo decine di milioni di euro in finanziamenti competitivi europei.

Eppure, a fronte di questo valore inestimabile, il Paese continua ostinatamente (da decenni) a trattare i suoi ricercatori come manovalanza a perdere.

I numeri del precariato parlano chiaro e smascherano qualsiasi retorica:

•             La ruota del precariato: a fronte di una procedura straordinaria (la sanatoria di cui all’art. 3-ter del D.L. 51/2023, convertito dalla L. 87/2023) che ha stabilizzato 1.558 professionisti della ricerca nel comparto sanità dopo un decennio di precariato (escludendoli comunque dalla dirigenza), la macchina del precariato non si è mai fermata. Si sono già generati altri 1.200–1.300 precari contrattualizzati a tempo determinato.

•             I contratti PNRR: di questi 1.200 lavoratori, circa 150 colleghe/i sono stati reclutati per soli 2 anni sui fondi PNRR/PNC. Fondi che ora sono scaduti o prossimi alla scadenza, e con loro, il lavoro dei colleghi. Ci chiediamo come sia stato possibile farlo, visto che la legge della c.d. Piramide della Ricerca (art. 1, comma 426, L. 205/2017), per quanto iniqua e da riformare, prevede una durata minima di 5 anni rinnovabili per altri 5. Che le amministrazioni degli IRCCS non lo sapessero pare quantomeno improbabile. Ora cosa facciamo di questi colleghi e colleghe? Quale futuro professionale immaginiamo per loro? Ricordiamo a tutte le direzioni degli Istituti che hanno scientemente operato oltre il perimetro della legge primaria che possono trovare le risorse per prorogare questi contratti ad almeno 5 anni sul 30% del bilancio della ricerca come stabilito dal comma 424 dell’art. 1 della L. 205/2017, senza scaricare sui lavoratori il prezzo delle proprie forzature burocratiche;

•             Il sottobosco dei borsisti: a tutto ciò si aggiunge una fascia sommersa di cui nessuno si occupa mai: almeno altri 2000 borsisti. Professionisti che contribuiscono all’attività di ricerca, pagati miseramente (1100-1400 € netti/mese) subendo un paradosso fiscale e previdenziale intollerabile: vengono tassati ai fini IRPEF, ma non versano un solo euro di contributi INPS per la pensione. Uno Stato che trattiene da sempre le imposte dal reddito di giovani scienziati negando loro qualunque copertura previdenziale compie un furto generazionale legalizzato: lavoratori a tutti gli effetti quando c’è da pagare l’IRPEF, non-lavoratori “in formazione” quando si tratta di tutele e previdenza. (Sorvoliamo poi sull’uso improprio dei fondi di ricerca per pagare collaborazioni professionali p.iva dedicate all’assistenza, o –addirittura- pagare contratti somministrati per svolgere attività puramente amministrative).

Tutto questo si consuma nella gabbia della Legge 205/2017 e del successivo D.Lgs. 200/2022 (art. 10), che ha accorciato il secondo periodo contrattuale (“5 anni + X”) promettendo un assorbimento nel Ssn rimasto lettera morta per la totale assenza dei decreti interministeriali attuativi. Oggi centinaia di ricercatori giunti alla scadenza contrattuale sono in bilico fra un possibile rinnovo di 5 anni e l’espulsione dal sistema perché la legge vieta loro l’inquadramento a tempo indeterminato.

Cosa chiediamo concretamente al Governo e al Parlamento?

Ci aspettiamo che intervengano immediatamente nel Disegno di Legge di Bilancio attraverso modifiche puntuali

ai commi 422–430 dell’Art. 1 della Legge 205/2017:

1.           Smantellare il vincolo del lavoro precario ad-libitum nella Legge 205/2017, ovvero cancellare il divieto di assunzione a tempo indeterminato e la trappola del rinnovo decennale ‘5+5’, e garantendo che il personale reclutato mediante selezione pubblica che abbia maturato almeno tre anni di servizio sia stabilizzato a tempo indeterminato nei ruoli del Ssn in applicazione dei principi della Legge Madia (art. 20, D.Lgs. 75/2017), come per tutte gli altri lavoratori della PA.

2.           Istituire il ruolo di Dirigente di Ricerca Sanitaria negli Irccs e negli Izs: allineare gli Irccs e Izs agli standard degli Enti Pubblici di Ricerca e riconoscere il Dottorato di Ricerca (PhD) – massimo grado di qualificazione corrispondente al Livello 8 EQF formalmente recepito nell’ordinamento dal MUR di concerto con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – come titolo autonomo e pienamente abilitante per l’accesso alla dirigenza di ricerca, cancellando l’assurda preclusione della sola specializzazione medica o non-medica per profili che non svolgono attività clinica sui pazienti;

3.           Clausola ponte di salvaguardia: prorogare ex lege tutti i contratti in essere in scadenza per impedire lo svuotamento dei laboratori;

4.           Piano per il superamento del precariato dei borsisti: avviare un percorso strutturale per la progressiva contrattualizzazione di questa platea fantasma e sanare il vulnus previdenziale, garantendo che a ogni prelievo fiscale corrisponda il versamento dei contributi pensionistici.

A chi risponderà con il consueto mantra secondo cui “non ci sono le coperture”, rispondiamo numeri alla mano:

la stabilizzazione di chi è attualmente a tempo determinato nel comparto è praticamente a costo zero, essendo già interamente finanziata sul comma 424 dell’Art. 1 della L. 205/2017. La misura della dirigenza, per chi possiede un PhD o una specializzazione non medica da oltre 5 anni e ricopre un profilo di ricerca da almeno 5 anni negli Irccs/Izs (circa 600 persone dai nostri ultimi calcoli), costerebbe all’incirca 11 milioni di euro per il 2027 e 21 milioni a regime dal 2028.

Sostenere che non ci sia capienza nell’articolo 69, comma 1, del disegno di legge di bilancio 2027-2029 – che incrementa il Fondo Sanitario Nazionale di circa 2,3 miliardi di euro – sarebbe un’inaccettabile mistificazione della realtà: 11 milioni di euro rappresentano appena lo 0,46% dell’incremento complessivo e meno dell’8% della quota lasciata alla libera disponibilità delle Regioni dal comma 7 (138 milioni nel 2027).

Ricordiamo, inoltre, come abbiamo già denunciato su Quotidiano Sanità lo scorso giugno, che ad oggi mancano all’appello almeno 20-25 milioni di euro del Fondo Sanitario Nazionale: risorse che dovrebbero essere destinate ai nostri stipendi e che invece dal 2020 continuano a non arrivare a destinazione.

Ci rivolgiamo dunque alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al Ministro Orazio Schillaci, al Ministro Giancarlo Giorgetti, a tutti i capigruppo parlamentari da destra a sinistra, passando per il centro: vogliamo continuare a usare la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’ e l’abbandono dell’Italia da parte dei giovani (e dei meno giovani) come un comodo argomento di speculazione politica, oppure intendete affrontarlo seriamente – insieme e una volta per tutte – con un voto in Commissione Bilancio?

La risposta non si dà nei convegni, né sui giornali: si dà modificando la Legge di Bilancio, includendo gli investimenti per la stabilizzazione del personale precario (borsisti compresi) e introducendo il ruolo di Dirigente di Ricerca, allo scopo di dare una reale prospettiva di crescita e valorizzazione del ruolo.

Siamo biologhe, chimiche, fisiche, ingegnere, farmaciste, biotecnologhe, bioinformatiche (concedeteci il femminile sovra-esteso, essendo per oltre l’80% donne): il nostro mestiere è produrre scienza e innovazione, non certo redigere articoli di legge. Ciononostante, vivendo -da sempre – la mortificazione del non giusto riconoscimento, riteniamo utile indicare la via.

Quanto chiediamo ristabilisce, inoltre, la piena conformità all’ordinamento eurounitario:

La Nuova Carta europea dei ricercatori (Raccomandazione UE 2023/1640 del 18 dicembre 2023): il Pilastro 3 impone il contratto a tempo indeterminato come forma ordinaria di impiego in ricerca, ponendo tetti stringenti all’abuso dei contratti a termine. Introduce altresì il quadro delle carriere R1–R4, in cui l’Established Researcher e il Leading Researcher che trovano corrispondenza nella qualifica dirigenziale di Ricerca. E ancora, l’accordo quadro sul lavoro a termine (Direttiva 1999/70/CE) vieta di coprire fabbisogni permanenti della PA con contratti precari.

Negli Irccs e negli Izs, la ricerca biomedica e traslazionale costituisce la missione istituzionale perenne del Ssn.

Quanto sopra è la direzione obbligata per un Paese civile e orientato al futuro; il resto è complicità nello smantellamento della sanità e della ricerca pubblica.

Il Consiglio direttivo di ARSI,

Associazione dei Ricercatori in Sanità Italia

05 Novembre 2026

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