Gentile Direttore,
ho letto con grande interesse il vostro articolo sul Piano per la non autosufficienza 2025-2027, che introduce importanti elementi di innovazione, tra cui il doppio binario anziani-disabili, nuovi criteri di riparto e l’ampliamento delle soglie ISEE per i casi più gravi. In particolare, colpisce e incoraggia il riferimento al modello di Casa della Comunità orientato all’umanizzazione dei percorsi assistenziali, in coerenza con il PNRR e il DM 77.
Scrivo come cittadina e come rappresentante di Enti del Terzo Settore per condividere una riflessione: l’umanizzazione della sanità è una straordinaria opportunità, ma può essere pienamente efficace solo se inserita in un più ampio processo di umanizzazione della società e delle comunità.
Oggi ci troviamo di fronte a un cambiamento profondo: l’aumento dell’aspettativa di vita, la crescita delle patologie croniche e della non autosufficienza impongono un ripensamento del sistema. Non basta più curare: è necessario prendersi cura, accompagnare, sostenere. La persona non è solo portatrice di bisogni sanitari, ma di relazioni, fragilità, diritti e dignità.
In questo senso, il modello delle Case della Comunità rappresenta una svolta importante, perché supera una visione ospedalocentrica e valorizza la prossimità. Tuttavia, il rischio è che tale modello rimanga una innovazione organizzativa, se non viene accompagnato da un cambiamento culturale profondo.
Umanizzare significa, innanzitutto, riconoscere la centralità della persona nella sua interezza: fisica, psicologica, sociale. Significa costruire percorsi assistenziali che siano realmente accessibili, comprensibili, partecipati. Significa restituire valore al tempo dell’ascolto, alla relazione di cura, alla continuità assistenziale.
Ma significa anche qualcosa di più ampio: significa costruire comunità che non lasciano sole le persone fragili. Una sanità umanizzata non può esistere in una società disumanizzata. Le disuguaglianze sociali, l’isolamento, la solitudine, il carico sulle famiglie e sui caregiver sono fattori che incidono profondamente sulla salute e sulla qualità della vita.
In questo contesto, il ruolo del Terzo Settore diventa fondamentale. Le esperienze di rete, di co-progettazione e di partecipazione attiva dimostrano che è possibile costruire modelli innovativi, capaci di integrare competenze, risorse e visioni diverse, mettendo al centro il bene comune. Come evidenziato anche nelle esperienze associative maturate negli ultimi anni, fare rete non è solo una metodologia, ma un processo umano basato su fiducia, ascolto e corresponsabilità.
Il Piano per la non autosufficienza può rappresentare una grande occasione se saprà valorizzare questa dimensione comunitaria, promuovendo una reale integrazione tra sanitario, sociale e territorio. Le Case della Comunità devono diventare luoghi vivi, aperti, inclusivi: non solo spazi di erogazione di servizi, ma presidi di relazione, di partecipazione e di cittadinanza attiva.
Inoltre, è necessario sostenere concretamente i caregiver familiari, spesso invisibili ma fondamentali, e investire nella prevenzione e nell’educazione alla salute, perché la qualità della vita non si costruisce solo nelle fasi acute della malattia, ma lungo tutto il percorso dell’esistenza.
La vera sfida è passare da un sistema che risponde ai bisogni a un sistema che anticipa, accompagna e costruisce benessere. Un sistema che non si limita a garantire prestazioni, ma che promuove dignità.
In conclusione, accogliamo con favore le innovazioni previste dal Piano, ma riteniamo essenziale che l’umanizzazione non venga interpretata solo come miglioramento dell’esperienza del paziente, bensì come un nuovo paradigma culturale, capace di mettere al centro la persona e le relazioni, e di riconoscere che la salute è un bene comune che si costruisce insieme.
Umanizzare la sanità significa, in definitiva, umanizzare la società.
Con stima,
Rosapia Farese
Cittadina e rappresentante del Terzo Settore
FareRete Innovazione BeneComune APS