Abruzzo. Sportello mobbing Asl Aquila: 30 richieste di aiuto da novembre ad oggi, tutti impiegati pubblici

Abruzzo. Sportello mobbing Asl Aquila: 30 richieste di aiuto da novembre ad oggi, tutti impiegati pubblici

Abruzzo. Sportello mobbing Asl Aquila: 30 richieste di aiuto da novembre ad oggi, tutti impiegati pubblici
Dodici casi sono stati riconosciuti come mobbing, gli altri 18 utenti avevano sofferenze dovute a cause diverse dal lavoro e sono stati affidati ad altri servizi sanitari. Nei 3 casi ‘rosa’, soprusi delle ‘cape’ sulle colleghe di gerarchia inferiore. I principali sintomi dichiarati: ansia e insonnia. A rivolgersi allo sportello anche cittadini di altre Regioni.

Impiegati della pubblica amministrazione, dalla scuola, all’Inps, alla sanità ai Comuni, età 40-50 anni, in ampia maggioranza uomini, sopraffatti dall’ansia durante il giorno e ‘abitati’ di notte dai ricordi amplificati subiti in ufficio. E’ questo l’identikit dei 30 cittadini che da novembre ad oggi si sono rivolti allo sportello per mobbing sul lavoro attivato all’Aquila dalla Asl, all’ospedale San Salvatore. Il servizio, diretto dal prof. Antonio Paoletti, riguardante le violenze subite al lavoro (psicologiche o di altra natura), tratta una ‘materia’ molto delicata che richiede accurate analisi e articolati trattamenti medici.

In particolare, dal novembre scorso a oggi lo sportello ha raccolto il grido di aiuto di 27 uomini e 3 donne che lavorano in Abruzzo, nei vari territori provinciali, in uffici come Inps, sanità, scuola e Comuni (anche vigili urbani). Peraltro, il servizio anti-mobbing della Asl, a cui si possono rivolgere dipendenti del pubblico e del privato di tutte le regioni italiane, con la sua attività ha varcato anche i confini abruzzesi: “Pazienti da altre realtà limitrofe, come le Marche, cominciano a rivolgersi allo sportello ubicato all’Aquila”, riferisce una nota dell’ufficio stampa della Asl.

Dei 30 utenti è stato accertato, dopo la prima visita, che solo 12 avevano problematiche realmente causate da angherie specificamente dovute all’ambiente di lavoro. Gli altri 18, invece, presentavano sofferenze riconducibili a situazioni diverse e sono stati indirizzati, nel percorso di recupero, ad altri servizi della Asl. “I casi di mobbing riguardano impiegati che in ufficio sono vittime della ‘cattiveria’ del capo, con alcune distinzioni da fare”, spiega la Asl. “Vanno considerate situazione diverse – chiarisce la psicologa Enrica Strippoli, uno degli specialisti del team Asl – vale a dire le vessazioni compiute dal superiore in modo pienamente consapevole sul sottoposto, che si attuano in modo più o meno subdolo, da quelle che invece un dato funzionario esercita senza la specifica volontà di nuocere sul subordinato. Questo secondo caso attiene per lo più all’incapacità di gestire, da parte di chi dirige un ufficio, le risorse umane”.

Le storie delle donne che hanno chiesto aiuto alla Asl raccontano invece scenari di conflitti e prevaricazioni tutto al ‘rosa’: “Donne dirigenti che perseguitano, con le modalità del mobbing, altre donne a loro gerarchicamente sottoposte. Realtà del tutto diverse, insomma, dall’immaginario collettivo, popolato di molestie sessuali sui luoghi di lavoro, perpetrate da colleghi maschi”.

L’ambulatorio contro il mobbing lavorativo si trova nell’edificio L2B dell’ospedale San Salvatore e prevede due giorni di visite al mese (il primo e terzo sabato non festivo). Prenotazioni di persona, recandosi al distretto sanitario di base più vicino, oppure al Cup telefonico: 800.862.862, chiamando dal lunedì al venerdì, dalle ore 8 alle 18 e il sabato dalle 8 alle 13.00. Per prenotarsi occorre l’impegnativa del medico di famiglia, con la specifica richiesta del tipo di prestazione. Il percorso di riabilitazione prevede un colloquio preliminare (gratuito) col medico di medicina del lavoro e due visite successive (per le quali si paga il ticket): la prima con lo psichiatra, il prof. Alessandro Rossi, la seconda con la psicologa Enrica Strippoli che fa capo al dipartimento salute mentale, diretto da Vittorio Sconci.

Dopo visite separate, gli specialisti si raccordano tra loro, tirano le somme complessive e decidono le modalità delle cure che, se necessario prevedono l’impiego di farmaci, da soli o in combinazione con sedute di psicoterapia.

19 Aprile 2016

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