Un interlocutore sempre disponibile, capace di ascoltare, offrire consigli, interpretare le emozioni e adattare le proprie risposte ai bisogni di chi ha davanti. L’intelligenza artificiale sta rapidamente cambiando il modo in cui le persone comunicano, cercano conforto e costruiscono relazioni. Una trasformazione che apre nuove opportunità, ma anche interrogativi per chi si occupa di dipendenze e salute mentale.
È uno dei temi emersi al XV Congresso nazionale FeDerSerD, a Napoli dal 14 al 16 ottobre, durante l’intervento di Paolo Omero, esperto di intelligenza artificiale di infoFactory, che ha approfondito l’evoluzione dei nuovi modelli, le loro capacità di interpretare le emozioni e le conseguenze sociali della diffusione di sistemi sempre più autonomi.
Uno degli elementi più significativi riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto emotivo. Secondo la rilevazione annuale sull’uso dell’IA generativa pubblicata da Harvard Business Review richiamata da Omero, “terapia e compagnia” si confermano per il secondo anno consecutivo al primo posto tra cento casi d’uso dell’intelligenza artificiale. La classifica è costruita analizzando testimonianze di utilizzo condivise online, successivamente classificate e valutate qualitativamente dai ricercatori. Pur non trattandosi di un’indagine statisticamente rappresentativa della popolazione, il risultato evidenzia la crescente importanza della dimensione emotiva nell’interazione con i chatbot.
Le persone non si rivolgono più a questi sistemi soltanto per ottenere informazioni o risolvere problemi pratici, ma anche per cercare conforto, sostegno psicologico e relazioni emotive continuative.
“Stiamo assistendo a un passaggio molto importante: dalla competizione per catturare l’attenzione degli utenti a quella per conquistarne l’intimità – spiega Paolo Omero –. I sistemi di intelligenza artificiale sono ormai capaci di interpretare stati emotivi, adattare il linguaggio e offrire risposte che possono apparire profondamente empatiche. Questo non significa che provino emozioni o stabiliscano relazioni affettive nel senso umano del termine. Ma per chi interagisce con queste tecnologie la sensazione di essere compreso può essere molto forte. È un cambiamento destinato a incidere sul nostro modo di comunicare, di prendere decisioni e di costruire relazioni, che richiede una riflessione attenta sulle conseguenze sociali e sulle possibili vulnerabilità”.
Il paradosso dell’empatia artificiale: riconoscere le emozioni non significa provarle
A rendere particolarmente interessante questo scenario è anche la crescente capacità dei modelli linguistici di comprendere il linguaggio delle emozioni.
Uno studio pubblicato su Communications Psychology nel 2025 e illustrato nella relazione di Omero mostra che sei modelli linguistici hanno ottenuto in media l’81% di risposte corrette in cinque test standardizzati di intelligenza emotiva, contro il 56% dei campioni umani di riferimento.
Questi risultati riguardano soprattutto la capacità di riconoscere stati emotivi e formulare risposte appropriate, una competenza riconducibile ad alcuni aspetti dell’empatia cognitiva. Non dimostrano tuttavia che i modelli possiedano un’esperienza emotiva soggettiva, né che siano capaci di empatia nelle relazioni reali nello stesso senso degli esseri umani.
Proprio questa apparente capacità di comprensione può rendere particolarmente coinvolgente il rapporto con i chatbot, soprattutto per persone che vivono condizioni di solitudine, disagio psicologico, vulnerabilità legate alla giovanissima età o difficoltà relazionali.
“Le dipendenze non riguardano soltanto le sostanze, ma possono coinvolgere anche comportamenti e modalità di relazione – sottolinea Roberta Balestra, presidente nazionale FeDerSerD –. L’intelligenza artificiale introduce una dimensione nuova, perché consente di instaurare un rapporto continuativo con un interlocutore che è sempre disponibile, risponde immediatamente e si adatta alle aspettative dell’utente. Non significa che utilizzare un chatbot equivalga a sviluppare una dipendenza, ma dobbiamo interrogarci su cosa accade quando una persona comincia a non poterne fare a meno, rinuncia alle relazioni reali o delega alla macchina decisioni importanti della propria vita, perde insomma la consapevolezza critica”.
Giovani, solitudine e dipendenze digitali: le nuove sfide della prevenzione
Il fenomeno interessa particolarmente adolescenti e giovani adulti, per i quali gli ambienti digitali rappresentano già una parte significativa della vita quotidiana.
Il rischio da approfondire è che, in presenza di specifiche fragilità, l’interazione continua con sistemi capaci di simulare attenzione, comprensione e vicinanza possa favorire forme di utilizzo problematico, isolamento sociale o eccessiva dipendenza dal giudizio e dai consigli delle macchine.
Accanto al rapporto con i chatbot, l’intervento di Omero ha affrontato anche il tema dei modelli estetici generati dall’intelligenza artificiale. Queste tecnologie consentono di produrre e diffondere su larga scala immagini di corpi idealizzati, standard di bellezza irrealistici e rappresentazioni stereotipate. La ricerca suggerisce che l’esposizione a immagini idealizzate, anche generate artificialmente, possa alimentare il confronto sociale e l’insoddisfazione corporea, fenomeni rilevanti per la salute mentale e la prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare.
“Per chi si occupa di dipendenze – osserva Balestra – è fondamentale comprendere come stanno cambiando i comportamenti delle persone in rapporto al contesto digitale. Il rischio non dipende semplicemente dal numero di ore trascorse davanti a uno schermo, ma dal significato che quella relazione assume nella vita dell’individuo. Se il rapporto con un sistema artificiale diventa l’unico spazio in cui una persona cerca rassicurazione, conforto o approvazione, dobbiamo essere capaci di riconoscere tempestivamente i segnali di disagio”.
FeDerSerD: “Servono nuove competenze nei servizi e più prevenzione nelle scuole”
Per la Federazione la risposta non può essere quella di demonizzare l’innovazione tecnologica. L’intelligenza artificiale può rappresentare una risorsa anche per la sanità e per i professionisti della cura, ma la sua diffusione deve essere accompagnata da strumenti di educazione, formazione, prevenzione e valutazione dei rischi.
“Non possiamo affrontare le nuove vulnerabilità digitali con categorie ferme al passato – conclude Balestra –. È necessario investire nella formazione degli operatori dei Servizi per le Dipendenze, rafforzare l’educazione digitale nelle scuole e coinvolgere le famiglie. Dobbiamo aiutare soprattutto i più giovani a sviluppare un rapporto consapevole con queste tecnologie, distinguendo il supporto offerto da una macchina dal valore di una relazione umana. L’innovazione può e deve essere una risorsa, ma non deve trasformarsi in un ulteriore fattore di isolamento e fragilità”.
Il confronto al Congresso di Napoli ha così posto l’attenzione su una delle sfide emergenti per i sistemi di prevenzione e cura: comprendere come le nuove tecnologie possano modificare i comportamenti, le relazioni e le vulnerabilità individuali.