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Epidemia e salute mentale. Intervista ad Andrea Fiorillo

di C.d.F.

18 APR - Sono in corso diversi studi per valutare l’impatto dell’emergenza sanitaria in corso sulla salute mentale. Uno di questi viene condotto dal Dipartimento di Salute Mentale dell'Università della Campania "Luigi Vanvitelli" in collaborazione con l'Istituto Superiore di Sanità e le Università Statale di Milano, "Milano Bicocca", Perugia, Pisa, La Sapienza di Roma, la Cattolica di Roma, Ferrara, Trieste e Ancona. Cosa valuta? Come si può intervenire nei brevi e lunghi tempi sugli effetti psicologici dell’epidemia? Ce lo racconta Andrea Fiorillo, Professore Ordinario all’Università degli studi della Campania.

Professor Fiorillo, cosa volete valutare con questo studio?
Lo studio, disponibile online, prevede una serie di questionari che intendono valutare gli effetti della pandemia e delle relative misure di contenimento sulla salute mentale della popolazione generale. Verranno valutate numerose aree del funzionamento psicosociale, tra cui la presenza di sintomi dello spettro ansioso-depressivo, ossessivo-compulsivo e post-traumatico da stress. Naturalmente, indagheremo anche le strategie pratiche e psicologiche messe in atto per fronteggiare l’attuale crisi, come le capacità di resilienza, il sostegno ricevuto dalla rete sociale e la crescita post-traumatica. Alcune sezioni dell’intervista sono dedicate ad aree specifiche, come il rischio di suicidio, l’uso disfunzionale di Internet e l’impatto della pandemia sulla salute mentale dei più piccoli. Inoltre, solamente per gli operatori sanitari, abbiamo previsto una sezione che indaga i livelli di burn-out e di stress lavorativo.

Quante persone hanno risposto fin ora e quanti partecipanti pensate di coinvolgere in totale? Al momento, a circa 2 settimane dalla pubblicazione del questionario, abbiamo avuto un tasso di risposta sorprendente: circa 20,000 persone hanno già risposto in così poco tempo. L’obiettivo era di raggiungere almeno 20-25,000 persone su tutto il territorio italiano, ma credo che andremo molto oltre.

Avete dei primi risultati?
No, i risultati non sono ancora disponibili in quanto la raccolta dati è ancora in corso. Tuttavia, abbiamo già suddiviso il campione in 4 gruppi (persone gravemente traumatizzate perché infettate o perché hanno subito una perdita a causa del COVID-19; persone con disturbi mentali preesistenti; operatori sanitari; e persone non esposte direttamente al trauma ma che hanno subito gli effetti della quarantena). Ebbene, da una prima lettura dei dati sembra che i 4 gruppi avranno problematiche molto diverse, per le quali dovremo prevedere interventi molto diversi tra loro.

Lo studio coinvolge 10 centri universitari e l’Iss, in che modo sono coinvolti i diversi centri?
Ciascun centro universitario coinvolto nello studio è responsabile di un Work-Package e per ciascun workpackage abbiamo definito specifici sotto-obiettivi sulla base delle competenze di ciascun gruppo di ricerca. Ad esempio, il Dipartimento di Psichiatria dell’Università La Sapienza di Roma, guidato dal Prof. Pompili, si dedicherà alla valutazione dell’impatto della quarantena sul rischio di suicidio e successivamente allo sviluppo di un intervento dedicato alle persone con ideazione suicidaria. Invece, il gruppo di ricerca diretto dal Prof. Albert all’Università di Trieste si dedicherà alla valutazione dell’impatto delle misure di distanziamento sociale sullo sviluppo della sintomatologia ossessivo-compulsiva. Il gruppo di ricerca guidato dal Prof. Volpe presso l’Università Politecnica delle Marche avrà l’obiettivo di valutare l’uso disfunzionale di Internet e dei social media nel corso della pandemia e successivamente di sviluppare un intervento di supporto a distanza per la popolazione generale. Il Centro per le Scienze Comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità svolgerà un ruolo chiave nella fase di disseminazione dei risultati e promozione dello studio, oltre che nello sviluppo dell’intervento sperimentale di telemedicina che seguirà la raccolta dei dati.

Quale crede che possa essere l’effetto a breve e lungo termine di questa situazione sulle persone dal punto di vista psicologico in generale e in particolare per le persone “più a rischio”, come gli operatori sanitari, ma anche le persone che si sono ammalate o le persone che soffrivano di condizioni psicologiche prima dell’epidemia?
Le conseguenze della pandemia saranno molteplici, sia a livello individuale che a livello sociale. Da un punto di vista individuale, le persone affette da disturbi mentali preesistenti all’evento traumatico potranno andare incontro ad un’esacerbazione della sintomatologia clinica, in quanto le caratteristiche intrinseche della pandemia, l’assenza di un trattamento adeguato e l’incertezza rispetto alla fine di questo evento, rappresentano dei fattori stressanti di per sé, che hanno un già documentato effetto negativo sulla salute mentale. Inoltre, per coloro che già soffrivano di malattie croniche, non necessariamente psichiatriche, questo momento appare particolarmente difficile in quanto il cambiamento improvviso della modalità di accesso alle cure sanitarie (con la riduzione delle visite programmate e la disponibilità solo di attività urgenti e indifferibili) può determinare un aumento della non-compliance ai protocolli terapeutici e un sentimento diffuso di smarrimento. Pertanto, è necessario ricordare a tutti i pazienti l’importanza di continuare ad assumere con regolarità le terapie prescritte e di mantenere un contatto regolare con il proprio medico di riferimento attraverso la tele-medicina.
A lungo termine, potremo avere diverse conseguenze, come già documentato in alcuni studi condotti in Cina e da poco pubblicati. In particolare, i pazienti positivi al Covid riportano elevati livelli di sintomi dello spettro post-traumatico a cui si associano problemi di insonnia. Inoltre, l’aver vissuto una patologia grave, potenzialmente mortale e altamente contagiosa si associa anche a sentimenti di colpa e di auto-stigmatizzazione, che possono causare una depressione del tono dell’umore.

Infine, gli operatori sanitari sono esposti ad un notevole carico emotivo, oltre che pratico-professionale. Soprattutto nella fase iniziale della pandemia, quasi tutti gli operatori sanitari hanno dovuto fronteggiare una situazione estremamente critica, con pochi presidi e pochissime conoscenze sul virus. Gli ospedali erano sovraccarichi e sovraffollati, i dispositivi di protezione individuali insufficienti e le direttive rivolte alla popolazione generale non sempre accolte in maniera adeguata, tutti fattori che hanno contribuito ad alimentare un clima di tensione e di stress negli ambienti sanitari. Le conseguenze principali sono operatori esausti, disattenti e incapaci di reggere ancora a lungo questa situazione. Naturalmente, attenzione a depressione, insonnia e burn-out che potrebbero insorgere soprattutto quando la fase acuta sarà terminata! Abbiamo già avuto un paio di casi di suicidio tra gli operatori sanitari esposti in prima linea, cerchiamo di imparare la lezione e prevenire altri casi simili.

Come si dovrebbe intervenire da un punto di vista psicosociale?
Le modalità di intervento potranno essere molteplici e differenziate sulla base delle differenti popolazioni target. In una seconda fase dello studio abbiamo previsto lo sviluppo di un intervento psicosociale di supporto che possa essere erogato facilmente tramite Internet. In particolare, l’intervento verrà differenziato sulla base delle esigenze dei diversi partecipanti. L’intervento, che verrà testato in un RCT, prevedrà una fase informativa sulla pandemia e gli effetti sulla salute mentale, una fase per la gestione dei conflitti, il miglioramento delle strategie di problem-solving e la promozione di stili di vita salutari, come alimentazione sana, ritmi circadiani regolari, attività fisica, etc. Ovviamente l’intervento sperimentale includerà una sezione dedicata ai sintomi psichiatrici, alle conseguenze del trauma e al rischio di suicidio, nonché una parte specifica dedicata all’insegnamento di strategie pratiche per gestire lo stress e combattere l’ansia.

Cosa si può fare ora per limitare gli effetti psicologici negativi?
Sicuramente è necessario cercare di mantenere quanto più è possibile la propria routine quotidiana, scandendo bene i tempi e mantenendo un equilibrio regolare sonno-veglia. Se possibile, dedicare del tempo ai propri hobbies e/o ad attività salutari, come l’esercizio fisico. Appare altresì utile mantenersi informati, senza però eccedere nella ricerca di informazioni (un fenomeno, questo, molto pericoloso soprattutto tra i più fragili e che assume il termine di “infodemia”). Se si è in smart-working, cercare di mantenere orari di lavoro regolari, senza estendere la giornata lavorativa oltre l’abituale. Cercare di evitare l’assunzione di alcool e di cibi troppo calorici la sera, perché potrebbero incidere sulla qualità e la quantità del sonno. Ancora, è importante cercare di mantenere i propri spazi nella casa, anche con i più piccoli, eventualmente facendo dei turni: per ognuno di noi lo spazio fisico può avere una funzione “vitale”. Infine, cerchiamo di tenere un contatto con i nostri familiari che non vivono con noi, magari mediante videochiamate e messaggi: ci aiuterà a farci sentire meno soli.

Si parla molto di disinformazione e social media che favoriscono la paura e l’ansia, d’altra parte anche le contraddizioni di esperti e politica possono far aumentare l’insicurezza e la paura..
Sono assolutamente d’accordo. Gli errori sono stati commessi da parte di tutti. Credo che sarebbe necessario avere poche informazioni, ma quelle giuste. L’effetto della (dis)informazione sulle persone sole o con un basso livello di istruzione può essere devastante. Io dico sempre di fare riferimento solo ai dati e agli organi scientifici competenti. Tutte le altre sono opinioni personali!
 
Camilla de Fazio

18 aprile 2020
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