Natalità. L’allarme degli andrologi: “Rischio perdita fertilità maschile entro il 2070”

Natalità. L’allarme degli andrologi: “Rischio perdita fertilità maschile entro il 2070”

Natalità. L’allarme degli andrologi: “Rischio perdita fertilità maschile entro il 2070”
Palmieri, presidente Sia: “Dimezzata la concentrazione di spermatozoi negli ultimi 40 anni, rischiamo di perdere nei prossimi 50 anche l’altro 50%”. La flessione del numero degli spermatozoi è stata rilevata anche nei Paesi a Sud del mondo. Lo dimostra un recente studio appena pubblicato sulla rivista Scientific report, che ha evidenziato un calo dell’89% dal 2010 al 2019 della motilità spermatica in Sud Africa e in Nigeria.

Il rischio che la perdita di fertilità maschile diventi un problema irreversibile per la specie umana è reale. La Società Italiana di Andrologia (Sia), segnala il pericolo dello scenario peggiore che nel 2070 possa crollare la possibilità per gli uomini di generare figli, se non verranno cambiati gli stili di vita e le condizioni ambientali, oltre ai comportamenti logicamente legati a un calo dei tassi di fertilità, come l’astinenza sessuale, sempre più diffusa tra i giovani e l’aumento dell’età di concepimento.

Infatti si stima che siano oltre 1,6 milioni i 18-40enni che mai nella vita hanno fatto sesso, che è sempre più virtuale e sganciato da aspetti relazionali e riproduttivi. A questo si aggiunge che l’età media del primo figlio in Europa è in costante aumento e all’Italia spetta il primato del Paese europeo dove il primo figlio si fa più tardi: in media 35 anni per le donne e 40 per gli uomini. Il problema non riguarda solo i Paesi più sviluppati, ma in misura crescente anche il Sud del mondo.

“In appena 40 anni, gli uomini occidentali hanno visto calare del 52,4% la concentrazione degli spermatozoi. Gli studi realizzati documentano che, dal 1970 al 2018, in Occidente si è passati dai 101 milioni di spermatozoi ogni ml di liquido seminale nel 1970 ai 49 milioni ml nel 2018 – dichiara Alessandro Palmieri, presidente Sia e Professore Associato di Urologia all’Università Federico II di Napoli -. Una tendenza che vive una discesa inarrestabile ancora più preoccupante per il ripido declino fra il 2000 e il 2018, attestato dalla metanalisi pubblicata a novembre scorso su Human Reproduction Update. Se infatti dal 1973 al 2000 il calo di concentrazione spermatica è stato dell’1,6% ogni anno, dal 2000 al 2018 la riduzione ha segnato più del doppio, pari al 2,64% per anno. Se il trend continuerà e non verrà arrestato, entro il 2070 si perderà oltre il 40% della fertilità maschile con serissimi pericoli per la procreazione nei Paesi Occidentali, se non cambieremo l’ambiente che ci circonda, le sostanze chimiche a cui siamo esposti e il nostro stile di vita”.

Emblematico è il caso dell’Italia dove nel 2022 sono nati poco più di 392.000 bambini. “Se si fanno meno figli la colpa è senz’altro del disagio economico e sociale, che porta a procrastinare la costituzione di una famiglia, ma sul banco degli imputati c’è soprattutto la fertilità maschile, tutt’altro che cresciuta con il benessere. L’obesità, la sedentarietà, l’abitudine al fumo e la diffusione delle malattie sessualmente trasmesse, sono infatti tra le principali cause indiziate di aver determinato il calo degli spermatozoi, a cui vanno aggiunti i cambiamenti climatici e l’inquinamento ambientale – sottolinea con forza Palmieri -. In particolare l’obesità triplica la probabilità di bassa concentrazione di spermatozoi rispetto agli uomini con peso nella norma. Negli uomini obesi il rischio di infertilità aumenta di circa il 10% per ogni 9 kg di sovrappeso corporeo. Anche il riscaldamento globale rallenta la spermatogenesi, già con una variazione di soli 0,1 gradi centigradi. Se la temperatura globale si innalzerà di 2,8 gradi entro la fine del secolo, lo stress termico duraturo e progressivo avrà un effetto negativo ulteriore sulla qualità seminale che già subisce significative variazioni nella stagione più calda”.

Il calo degli spermatozoi è documentato anche nelle popolazioni asiatiche, africane e sudamericane ed è stato rilevato, in particolare, in un lavoro appena pubblicato su Scientific Report, che dimostra un calo dell’89% dal 2010 al 2019 della motilità spermatica in Sud Africa e in Nigeria e un peggioramento dei parametri dello sperma con l’avanzare dell’età.

“La qualità del seme maschile deve essere considerata una “sentinella” dell’ambiente, visto che nelle aree più colpite dall’inquinamento si nota un calo più grave della concentrazione spermatica – dichiara Luigi Montano, uroandrologo SIA e past president della Società italiana riproduzione umana (Siru) –. Lo accerta pure il recente rapporto dell’Oms sulla infertilità di coppia, pubblicato ad aprile 2023, in cui si parla di una media globale del 17,5% e in Cina di un dato superiore al 23%. Ciò è stato correlato agli alti tassi di inquinamento che si rilevano in quel Paese, sceso al secondo posto, in base alle recenti proiezioni demografiche, nella classifica degli Stati più popolosi del pianeta dopo l’India”.

“Le autorità sanitarie e politiche devono quindi valutare il problema della denatalità, non solo considerando le cause socio-economiche ma anche le responsabilità biologiche, intervenendo in maniera seria e massiva sull’inquinamento atmosferico e sulle abitudini di vita scorrette. l’uomo è in crisi e il suo “default” potrebbe determinare pure quello dell’umanità” concludono Palmieri e Montano.

05 Maggio 2023

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