Binge-eating. Efficaci antidepressivi e terapia cognitivo-comportamentale

Binge-eating. Efficaci antidepressivi e terapia cognitivo-comportamentale

Binge-eating. Efficaci antidepressivi e terapia cognitivo-comportamentale
Le persone con episodi ricorrenti di alimentazione incontrollata possono essere aiutate con la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) o con i farmaci. È quanto emerge da una nuova revisione di studi precedenti.

(Reuters Health) – Chi soffre di binge-eating ha episodi brevi e psicologicamente dolorosi più volte alla settimana, per almeno tre mesi. “La malattia è legata a problemi di salute mentale, al dolore cronico, a obesità e a diabete”, scrivono i ricercatori su ‘Annals of Internal Medicine’. Il disturbo interessa circa il 3% degli statunitensi durante la loro vita, secondo Kimberly Brownley della University of North Carolina di Chapel Hill, autrice principale del lavoro.
 
Lo studio
Il team di Brownley ha analizzato i dati provenienti da nove studi in cui i pazienti con binge-eating erano stati trattati con terapie psicologiche e 25 in cui hanno seguito un trattamento con i farmaci. I ricercatori hanno scoperto che la terapia cognitivo-comportamentale, gli antidepressivi di seconda generazione e la lisdexamfetamina hanno contribuito a ridurre il disturbo. I farmaci hanno anche ridotto le ossessioni e le compulsioni legate alla patologia.
 
Terapia combinata
“La terapia cognitivo-comportamentale può insegnare alle persone a identificare i pensieri associati con il binge-eating, e aiutarle a cambiare i comportamenti” spiega Brownley. Inoltre, la lisdexamfetamine e gli antidepressivi di seconda generazione possono aiutare a diminuire gli impulsi che spingono a mangiare. Lo studio non è però in grado di dimostrare se un antidepressivo di seconda generazione è meglio di altri.
Lisdexamfetamine e topiramato hanno anche portato alla perdita di peso tra le persone con disturbi di binge-eating. “Non possiamo dire se uno qualsiasi di questi trattamenti è fondamentalmente migliore rispetto agli altri – chiarisce Brownley – Non ci sono stati confronti testa a testa. L’analisi effettuata dimostra, comunque, che i trattamenti sono disponibili e le persone non devono soffrire da sole per la malattia”.

Fonte: Ann Intern Med 2016

Andrew Seaman

(versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

Andrew Seaman

02 Luglio 2016

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