Bluebird bio, le nuove frontiere della gene therapy

Bluebird bio, le nuove frontiere della gene therapy

Bluebird bio, le nuove frontiere della gene therapy
La biotech internazionale ha deciso di investire scientificamente nel nostro Paese, con due studi presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma sulla β-talassemia. Bluebird bio focalizza la propria attività di ricerca su malattie genetiche gravi causate da particolari mutazioni genetiche: β-talassemia, anemia falciforme e adrenoleucodistrofia cerebrale. Si tratta di patologie monogeniche causate dal mal funzionamento di un singolo gene.

Sul fronte delle terapie genetiche per le malattie rare c’è una biotech internazionale che ha deciso di investire scientificamente nel nostro Paese, con due studi presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma sulla β-talassemia. È Bluebird bio, diretta in Italia, da novembre 2018, da Alberto Avaltroni, un manager con una significativa eperienza nelle malattie genetiche, maturata in Shire, dove ha diretto l’omonima divisione, e con un brillante passato in Celgene, dove ha ricoperto alcune funzioni chiave.
 
Bluebird bio nasce nel 1992 come Genetix Pharmaceuticals. Grazie alle sue terapie geniche lentivirali, alle competenze nel campo dell’immunoterapia basata sulle cellule T e alle capacità nell’ingegneria genetica, negli anni ha realizzato una piattaforma integrata di prodotti con ampie applicazioni potenziali per gravi malattie genetiche e tumori. Nel 2010 cambia la sua denominazione in Bluebird bio.

Le aree di intervento.  Bluebird bio focalizza la propria attività di ricerca su malattie genetiche gravi causate da particolari mutazioni genetiche: β-talassemia, anemia falciforme e adrenoleucodistrofia cerebrale. Si tratta di patologie monogeniche causate dal mal funzionamento di un singolo gene.
Per quanto riguarda la β-talassemia, la ricerca di bluebird si focalizza su un sottogruppo dell’ampia popolazione affetta da questa patologia, ovvero coloro che presentano la forma più grave della malattia, la β-talassemia trasfusione dipendente (TDT).

Nonostante i trattamenti esistenti possano aiutare a gestire alcuni sintomi della malattia, resta comunque una patologia grave con notevoli bisogni insoddisfatti che possono influire in modo significativo sulla qualità della vita dei pazienti e dei loro familiari. Le persone affette da TDT, per sopravvivere, si devono sottoporre a trasfusioni di sangue continue e regolari, con un impatto notevole anche sul sistema sanitario nel suo complesso (non solo per effetto diretto delle trasfusioni, ma anche per la necessità di somministrare al paziente ulteriori farmaci, nonché sottoporlo a ulteriori cure e ad un monitoraggio continuo). Ma le trasfusioni provocano un eccessivo accumulo di ferro nel corpo, con conseguenti danni agli organi vitali.
 
Per contrastare l’eccesso di accumulo di ferro, i pazienti dipendono cronicamente dalla terapia chelante, con potenziali effetti collaterali che possono contribuire a peggiorare ulteriormente la qualità della vita del paziente. Fino a poco tempo fa, l’aspettativa di vita dei talassemici era di 37 anni. Con i progressi nelle opzioni terapeutiche, l’80% dei pazienti ha raggiunto un’aspettativa di vita media che supera i 40 anni. Il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche (HSCT) è attualmente l’unica opzione disponibile per affrontare la causa genetica alla base della TDT, anche se comporta rischi significativi.

Le complicanze di questa metodica includono il rischio di mortalità correlata al trapianto, fallimento del trapianto, malattia del trapianto contro l’ospite (GvHD) e infezioni opportunistiche, in particolare nei pazienti sottoposti a trapianto HSCT allogenico da donatore non consanguineo. Attualmente sono due i trial clinici in corso in Italia presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, destinati a pazienti con ß-talassemia trasfusione dipendente.
 
E una grande novità arriva mentre scriviamo queste righe. Proprio oggi, 29 marzo,  il CHMP dell’EMA ha espresso opinione favorevole raccomandando l’autorizzazione condizionale all’immissione in commercio per la terapia genica a base di cellule autologhe CD34+ che codificano il gene della β A-T87Q-globina (precedentemente nota come LentiGlobin).

Si tratta di una terapia genica per pazienti di età pari o superiore a 12 anni con β-talassemia trasfusionedipendente (TDT) con genotipo non β0/β0, per i quali il trapianto di cellule staminali ematopoietiche (CSE) è appropriato, ma non è disponibile un donatore HLA-compatibile.

“È motivo di grande soddisfazione che il Comitato per i Medicinali ad uso umano abbia riconosciuto il potenziale della terapia genica nel trattamento della beta talassemia trasfusionedipendente – commenta Alberto Avaltroni – Questo importante traguardo ci avvicina sempre più al nostro obiettivo: rendere disponibile per le persone affette da questa patologia un trattamento in grado di stimolare la produzione di un livello di emoglobina sufficiente a ridurre o eliminare del tutto le trasfusioni, contribuendo a migliorare in modo significativo la loro qualità di vita”.

L’anemia falciforme. È una malattia ereditaria che affligge 25 milioni di persone in tutto il mondo, di cui oltre 2.300 in Italia- È causata da una mutazione del gene della β-globina che induce i globuli rossi ad assumere la forma di una falce. Provoca molti sintomi e complicanze, tra cui anemia, crisi vaso-occlusive, infezioni, ictus. È caratterizzata da una scarsa qualità della vita e, spesso, da morte prematura. Per i pazienti affetti da anemia falciforme, l’unico trattamento approvato oggi è un farmaco da assumere quotidianamente e per tutta la vita, che aiuta a prevenire la formazione di globuli rossi falciformi, ma non li elimina.

L’adrenoleucodistrofia cerebrale. È un disturbo genetico raro e potenzialmente fatale causato dalla mutazione del gene ABCD1 che si manifesta nel mondo in 1 ogni 21.000 nuovi nati di sesso maschile. L’adrenoleucodistrofia cerebrale è la forma più grave di adrenoleucodistrofia e si sviluppa in circa il 40% dei bambini maschi con adrenoleucodistrofia.
 
I sintomi solitamente si manifestano nella prima infanzia e, se non trattati, progrediscono rapidamente portando a una perdita grave delle funzioni cerebrali e infine al decesso in gran parte dei pazienti. Al momento, l’unica opzione di trattamento efficace è il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche, con il quale cellule staminali del sangue del donatore vengono introdotte in un paziente per sostituire le sue cellule difettose. Tuttavia, questo trattamento presuppone la disponibilità di un donatore compatibile e comporta rischi di morbilità e mortalità significativi, inclusa la malattia da trapianto verso l’ospite (Graft versus Host Disease, GvHD), in cui le cellule o il midollo osseo del donatore attaccano il corpo del ricevente. 

29 Marzo 2019

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