Coronavirus. Perché virologi e infettivologi, da soli, non ce la possono fare

Coronavirus. Perché virologi e infettivologi, da soli, non ce la possono fare

Coronavirus. Perché virologi e infettivologi, da soli, non ce la possono fare
Di fronte a problemi di natura sistemica, come un’epidemia, l’adozione dei provvedimenti dovrebbe avvalersi di competenze multidisciplinari in diversi ambiti della scienza, quali: le scienze cognitive, i sistemi complessi, i network, la sociologia, la comunicazione, l’economia. Questa non è la prima e non sarà neppure l’ultima mutazione virale con la quale, volenti o nolenti, dovremo fare i conti. Dobbiamo farcene una ragione e magari preparaci ad affrontarla con più giudizio, in modo che i rimedi non siano peggiori del male

Non è certo mia intenzione aggiungere altri dati alla pletora di numeri, annunci e notizie vere o false che riempiono i media, ma non posso fare a meno di esprimere alcune brevi considerazioni sul fenomeno straordinario che sta condizionando in modo così profondo la vita dei singoli e della collettività.
 
Considerazioni sulla scienza e gli scienziati
In caso di epidemia, per decidere cosa fare si interrogano gli “scienziati”, in genere rappresentati da virologi e infettivologi che giustamente parlano di virus e batteri, di mappe genetiche, di come sono fatti, come mutano, come si comportano e come si trattano. Tutte conoscenze essenziali per affrontare il problema ma che concentrano l’interesse esclusivamente sulle proprietà di un elemento, in ossequio ai canoni della scienza meccanicistica che costituisce da circa trecento anni l’essenza del pensiero scientifico.
 
In realtà la scienza moderna, a partire da ambiti del sapere alquanto diversi (fisica, chimica, biologia, economia, antropologia, scienze cognitive e sociali, …) ci sta dicendo che i fenomeni che ci circondano non funzionano solo secondo il modello riduzionistico, occorre prendere in considerazione una diversa concezione scientifica che sappia riconoscere anche il valore delle relazioni e del contesto di riferimento. I microorganismi non sono elementi isolati da affrontare uno ad uno ma, come abbiamo avuto modo di constatare in questo drammatico frangente, fanno parte di un intreccio indivisibile di relazioni biologiche e sociali che costituisce la rete della vita.
 
Purtroppo biologi e infettivologi, per quanto esperti nello loro specifico ambito d’interesse, non sanno quasi nulla di cosa succede quando si passa dal singolo elemento al sistema entro il quale interagisce. In questo caso, infatti, valgono altre leggi che richiedono competenze diverse e di questo mi pare non vi sia alcuna consapevolezza.
 
Gestire la complessità
Stiamo vivendo una sorta d’isteria collettiva ammantata di raziocinio a cui pochi sembrano in grado di sottrarsi. Le decisioni sono formalizzate dall’autorità ma di fatto, in un mondo sempre più interconnesso, i provvedimenti e i comportamenti “emergono” dalle interazioni degli elementi del sistema che agiscono in condizioni d’incertezza e di paura e possono condurre a fenomeni del tutto inattesi e conseguenze deleterie non solo in ambito sanitario (come per esempio la parziale paralisi dei servizi sanitari per prestazioni correnti) ma soprattutto in campi non direttamente implicati dal problema su cui si concentra l’attenzione: l’economia, i trasporti, la cultura, la scuola, il turismo, le relazioni sociali, …
 
Così, gestire i sistemi complessi con le regole meccanicistiche porta a conseguenze nefaste verso le quali ci troviamo assolutamente impreparati. In questi casi, infatti, le singole persone danno origine a reti di comunicazioni che generano fenomeni collettivi ed imprevisti fino ad assumere proporzioni tali da non essere più gestibili. I fenomeni sono regolati da network di  “emozioni condivise” più che dagli ordini, per quanto razionali, che provengono dall’autorità. Ricordo a questo proposito il famoso aneddoto del battito d’ali in Brasile che genera un ciclone nei caraibi.
 
Di fronte a problemi di natura sistemica, come un’epidemia, l’adozione dei provvedimenti dovrebbe avvalersi di competenze multidisciplinari per poter tener conto non solo delle conoscenze relative ai microorganismi da controllare (certamente indispensabili) ma anche di altri fondamentali ambiti della scienza, quali: le scienze cognitive, i sistemi complessi, i network, la sociologia, la comunicazione, l’economia.
 
Le regole della natura e l’antropocene
Dobbiamo prendere atto che nell’era dell’antropocene, nonostante la scienza ci dica che non c’è assolutamente nulla di speciale nell’essere umani, nella concezione prevalente, l’uomo, ancorché sia l’ultimo arrivato, resta pur sempre il “signore” del mondo. E per il “signore del mondo” l’idea che un microorganismo possa metterne in pericolo la vita è intollerabile, assurdo, inconcepibile.
 
Tuttavia nonostante il nostro spiccato narcisismo antropocentrico dovremo rassegnarci al fatto che l’esposizione a batteri e virus è un fatto ineliminabile, fa parte della vita, senza di loro non potremmo sopravvivere che pochi giorni, se non ore.
 
Questa non è la prima e non sarà neppure l’ultima mutazione virale con la quale, volenti o nolenti, dovremo fare i conti. Dobbiamo farcene una ragione e magari preparaci ad affrontarla con più giudizio, in modo che i rimedi non siano peggiori del male.
 
Lezioni per futuro
Come direttore sanitario di Aziende Ospedaliere-universitarie ho vissuto in “prima linea” le emergenze SARS e Aviaria. So che hanno caratteristiche diverse, ma allora, l’influenza dei social media sulle decisioni fu limitata. L’attenzione si concentrò soprattutto sui casi “veri” e sui contatti stretti, senza, di fatto, interferire sull’intero sistema sanitario e soprattutto senza sconvolgere la vita sociale.
 
Oggi, di certo, la situazione è completamente diversa. Non tanto perché il virus è diverso ma perché lo straordinario sviluppo dei sistemi di comunicazione ha consentito alle reti sociali un’espansione senza precedenti e tale da influenzare in modo potente ogni ambito della vita.
 
Quella a cui ci troviamo di fronte è la prima vera emergenza sanitaria governata dai social e ci siamo trovati del tutto impreparati a gestirla, nonostante il generoso e encomiabile contributo che medici e personale sanitario hanno profuso e continuano a garantire, per il suo controllo. Su questo dovremo riflettere, ascoltando non solo la voce di illustri virologi, ma anche quella di molti altri ambiti della scienza ugualmente importanti.
 
Considerate le premesse, purtroppo, dubito che questa vicenda possa essere di qualche insegnamento per il futuro, ma la vita continua e per il fatto che scrivo queste brevi note, significa che non ho ancora perso del tutto la speranza.
 
Antonio Bonaldi
Presidente di Slow Medicine

Antonio Bonaldi

28 Febbraio 2020

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