È per lo più maschio e ha un’età compresa tra i 36 e i 65 anni. Questo l’identikit del paziente che in Italia è affetto da diabete di tipo I, secondo quanto emerge dal 6° Convegno nazionale del Centro Studi e Ricerche e Fondazione dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD), inaugurato il 18 ottobre a Napoli. L’analisi è stata possibile grazie alla banca dati informatizzata costituita da AMD sin dal 2004 e aggiornata al 2011, che registra le persone con diabete che si recano nei centri italiani di diabetologia.
“Il database di cui disponiamo e soprattutto la metodologia di analisi degli indicatori che abbiamo individuato, recentemente fatta propria dall’IDF-International Diabetes Federation, permette di produrre ogni anno gli Annali AMD, un documento di grande interesse, che misura come nel nostro paese il diabete sia assistito e curato”, ha spiegato Carlo Giorda, Presidente AMD. Che ha poi aggiunto: “Un’anteprima degli Annali AMD 2012 offre, per la prima volta una valutazione approfondita dell’evoluzione della qualità della cura erogata alle persone con diabete mellito di tipo 1”. Ed ecco la fotografia scattata dall’associazione: il 54,5% delle persone con diabete di tipo 1 è maschio; il 29,7% ha meno di 35 anni, il 57,2% tra 36 e 65, ma ben il 13,1% più di 66, con quasi il 5% oltre i 75 anni. Una testimonianza che sarebbe anche una stima indiretta della “qualità delle buone cure prestate nel nostro Paese, e nel complesso dei grandi passi avanti compiuti dalla medicina in questi anni, se si pensa che il diabete di tipo 1 è una malattia cronica a insorgenza giovanile”, come ha commentato Giacomo Vespasiani, coordinatore dell’equipe che dal 2006 produce gli Annali AMD. Il database censisce infatti ad oggi oltre 500mila persone con diabete (un sesto di chi soffre della malattia nel nostro Paese), in più di 300 centri di diabetologia, la metà del totale. In particolare, le persone con diabete di tipo 1 che dispongono di un profilo di dati completo sono quasi 30mila.
Come si stima la qualità della prestazione clinica: lo score Q
Efficacia ed efficienza della cura e dell’assistenza sono misurate con lo score Q (Qualità), che varia da 0 a 40: più è alto, meglio è. Un valore superiore a 25 indica che la qualità di cura e assistenza è in linea o migliore (al suo crescere) degli standard attesi; tra 25 e 15 il rischio di complicanze della malattia aumenta del 20%; sotto a 15, il rischio cresce all’80%. “È un super-indicatore ideato da AMD e validato da importanti pubblicazioni scientifiche, che misura sinteticamente l’efficienza delle cure e conseguentemente l’efficacia nel prevenire le complicanze tipiche del diabete, dall’infarto all’ictus, ai disturbi alla vascolarizzazione, alla mortalità”, ha spiegato Sandro Gentile, Direttore Centro studi e ricerche AMD e Presidente del congresso.
L’indice viene calcolato assegnando un punteggio sia alle modalità assistenziali – misurazione di emoglobina glicosilata (HbA1c, il parametro che determina il livello di controllo del diabete), pressione arteriosa, profilo lipidico (colesterolo), microalbuminuria (per valutare il danno al rene) – sia ai risultati ottenuti dalla cura ossia mantenimento di HbA1c al di sotto dell’8%, pressione inferiore a 140/90mmHg, colesterolo LDL a meno di 130mg/dl, impiego dei farmaci adatti alla protezione renale in caso di microalbuminuria.
Per quanto riguarda la valutazione dell’operato dei centri italiani, l’indice Q medio nel 2011 è 25, in crescita dal 22,5 registrato nel 2004. “Una dato assolutamente positivo, dimostrazione dell’elevato livello di assistenza prestato dalla rete diabetologica italiana”, ha detto Vespasiani. “Il fatto più importante, tuttavia, è un altro. Dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi la metà, dal 28,3% al 41% il numero di persone con diabete di tipo 1 con indice Q superiore a 25, che sono quindi curati bene, con minor rischio di complicanze. Contemporaneamente e sceso da 11,5% a meno di 8%, quelle con indice Q inferiore a 15.”
A testimonianza di ciò, l’aumento negli anni considerati del numero di persone con diabete di tipo 1 con emoglobina glicosilata (HbA1c) inferiore al 7% – “l’obiettivo da raggiungere per prevenire le complicanze, un risultato particolarmente difficile da ottenere nel diabete di tipo 1”, ha commentato Vespasiani – passati da un quinto a quasi un quarto del totale. “Un altro dato di grande rilievo è il cambio di approccio alla malattia avvenuto in questi anni”, ha continuato. “Non ci si preoccupa più soltanto di tenere sotto controllo la glicemia, ma si dedica maggiore attenzione a tutti i parametri di una condizione multifattoriale come il diabete: è cresciuto, ad esempio, dal 50 al 72% il numero di persone cui viene controllato il profilo lipidico, che nel 40% dei casi è ricondotto alla normalità; stesso discorso per l’ipertensione; ma crescono significativamente anche il numero di persone con diabete di tipo 1 controllate sistematicamente per valutare le complicanze al rene (+20%), alla vista (+45%) e ai piedi, anche se occorre segnalare come quest’ultima rappresenti ancora una ‘cenerentola’, con solo il 17,7% dei controlli sul totale.”
Dopo questi buoni risultati gli esperti sono ancor più ottimisti: anche se esistono ulteriori margini di miglioramento, è promossa quindi a pieni voti la qualità dell’assistenza fornita nel nostro Paese alle persone con diabete di tipo 1, forma che si sviluppa – solitamente nei bambini o in età adolescenziale – quando l’organismo non è in grado di produrre da solo l’ormone insulina. Un risultato che può far piacere alle 250mila persone che si stima soffrano di questa patologia in Italia.