Epatite C. Grazie alle cure, risparmi a 20 anni per il Ssn valutabili in più di 50 milioni ogni 1.000 pazienti trattati

Epatite C. Grazie alle cure, risparmi a 20 anni per il Ssn valutabili in più di 50 milioni ogni 1.000 pazienti trattati

Epatite C. Grazie alle cure, risparmi a 20 anni per il Ssn valutabili in più di 50 milioni ogni 1.000 pazienti trattati
I conti li hanno fatto i ricercatori di Tor Vergata, dell’Iss e della Simit. I risultati sono riportati in termini di benefici ottenuti nel corso degli anni grazie all’eliminazione del virus con la terapia antivirale. In particolare, sono stati considerati i costi evitati per la gestione delle complicanze generate dall’Hcv che il Ssn avrebbe dovuto sostenere nel caso di assenza dei Daa.

L’eradicazione dell’epatite C costa ma alla fine farà risparmiare con un saldo attivo per le casse dello Stato a 20 anni di più di 50 milioni ogni 1.000 pazienti trattati. A fare i conti è uno studio condotto dal  Eehta del Ceis  (Università “Tor Vergata” di Roma) diretta da Francesco Saverio Mennini con Andrea Marcellusi e Raffaella Viti, in collaborazione con la Piattaforma Italiana per lo studio della Terapia delle Epatiti Virali (Piter), coordinata da Stefano Vella e Loreta Kondili del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’Istituto Superiore di Sanità, l’Associazione Italiana per lo studio del fegato (Aisf) e la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit).
 
La battaglia contro l’Hcv – scrivono i ricercatori – “è stata combattuta con due potenti armi: la prima sviluppata dalla ricerca, con la messa a punto dei nuovi farmaci ad elevata efficacia (Daa) in grado di eliminare il virus, e la seconda sviluppata dalla politica italiana, con la decisione di estendere il trattamento a tutti i pazienti, indipendentemente dal danno epatico, consentendo perciò l’accesso universale alle nuove terapie in regime di rimborsabilità da parte del Servizio Sanitario Nazionale”.
 
“Una decisione – si ricorda – che l’Aifa ha messo in atto a partire dal 2017, anche grazie alla riduzione del costo degli antivirali e ai 500 milioni del Fondo farmaci innovativi non oncologici istituito dal Ministero della Salute”.  
 
“Avvalendoci dei dati della piattaforma Piter e dei dati di trattamento forniti dall’Aifa – spiega Loreta Kondili, coordinatrice di Piter – ci siamo proposti di valutare se l’investimento che il Ssn nazionale ha fatto negli ultimi anni per l’acquisto dei Daa verrà mai ripagato e, nel caso in cui questo avvenga, in quanto tempo otterremo dei ritorni economici accettabili”. 
 
I risultati sono riportati in termini di benefici ottenuti nel corso degli anni grazie all’eliminazione del virus con la terapia antivirale. In particolare, sono stati considerati i costi evitati per la gestione delle complicanze generate dall’Hcv che il Ssn avrebbe dovuto sostenere nel caso di assenza dei Daa.
 
Il modello economico ha dimostrato che il trattamento dei pazienti con la malattia del fegato severa trattata nel corso del 2015 (epoca in cui l’accesso veniva prioritizzato ai pazienti in condizioni severe), ha portato un significativo ritorno in termini di riduzione di eventi clinici attesi accompagnato da un parziale ritorno dell’investimento inziale per l’acquisto dei Daa.
 
Gli eventi clinici evitati nei pazienti trattati durante il 2016 e 2017, anni in cui sono stati trattati pazienti in stati di malattia meno compromessi, hanno permesso di ottenere un recupero degli investimenti inziali per l’acquisto dei Daa stimati rispettivamente in 6.6 e 6.2 anni.
 
“In termini economici, questo vuol dire che la scelta sostenuta dal Ssn per il trattamento dei pazienti con Hcv non rappresenta solo una scelta altamente costo efficace ma ottiene un recupero totale dell’investimento e potrebbe garantire addirittura dei risparmi nel medio lungo periodo. Infatti, il nostro modello stima una riduzione della spesa totale a 20 anni per i pazienti trattati nel corso del 2016 e del 2017 rispettivamente pari a 50,13, e 55,50 milioni di euro per 1000 pazienti”, afferma Andrea Marcellusi.
 
“Questo studio – conclude Francesco Saverio Mennini – potrebbe essere considerato, proprio in un’ottica di Hta,  uno strumento utile per i decisori al fine di comprendere come la scelta di trattare tutti i pazienti con infezione cronica da Hcv si sia dimostrata ottimale con un ritorno nell’investimento del Ssn  in tempi relativamente brevi ( soprattutto in un Paese come l’Italia che detiene il triste primato in Europa del maggior numero di malati di epatite C e del più elevato numero di decessi per tumori primitivi del fegato). Ancora, nella prospettiva economica, supporta l’investimento del Ssn nel trattamento dell’infezione cronica da Hcv richiesto anche dal Piano Nazionale Epatiti, al fine di raggiungere il target dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’eliminazione dell’infezione da Hcv in Italia”.

12 Ottobre 2018

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