Fumo. Il 40% delle morti per tumore nel Sud degli Stati Uniti è dovuto alle sigarette

Fumo. Il 40% delle morti per tumore nel Sud degli Stati Uniti è dovuto alle sigarette

Fumo. Il 40% delle morti per tumore nel Sud degli Stati Uniti è dovuto alle sigarette
Sono gli sconcertanti risultati di una ricerca condotta dall’American Cancer Society e pubblicata su JAMA Internal Medicine. Ma volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, questi dati invogliano all’ottimismo, perché stanno a significare che almeno 167.133 tra tutti i decessi per cancro registrati nel 2014 in questo Paese si sarebbero potuti risparmiare semplicemente evitando di buttare in fumo la propria salute (e le proprie finanze) con le sigarette

Il fumo fa male. E’ risaputo. Ma quanto fa male, nel senso quante morti provoca? Se lo sono chiesto Joannie Lortet-Tieulent e colleghi dell’American Cancer Society, che hanno pubblicato le risposte di questa ricerca su JAMA Internal Medicine. Vista la ‘vocazione’ dei ricercatori in questione l’indagine sui decessi attribuibili al fumo è stata circoscritta alle morti per cancro negli over 35 e il verdetto parla da solo: in generale le morti da cancro legate alla sigaretta sarebbero il 28,7% del totale, ma se si restringe l’osservazione agli Stati del sud, si arriva ad uno sconcertante 40%.
 
A queste cifre si è arrivati andando a considerare i rischi relativi di 12 forme tumorali correlate al fumo e incrociandoli con i dati di prevalenza dei fumatori specifici per ogni stato americano, secondo quanto indicato dal Behavioral Risk Factor Surveillance System.
 
Attraverso calcoli pazienti, gli autori sono arrivati alla conclusione che nel 2014, negli Usa, ci sarebbero stati 167.133 decessi per cancro (il 28,7% del totale) attribuibili al fumo di sigaretta. Lo Stato più ‘sano’ da questo punto di vista è risultato lo Utah con appena il 21,8% dei decessi per tumori correlati al fumo tra i maschi. Drammatica invece la proporzione delle morti da tumore attribuibili alle sigarette nell’Arkansas (39,5%), nel Tennessee, in Louisiana (entrambi attestati al 38,5%), nel Kentucky e in West Virginia (entrambi sul 38,2%).


 


I risultati per l’universo femminile sono stati di una morte per tumore su 5 attribuibile al fumo , con ‘minime’ nello Utah (11,1%) e ‘massime’ nel Kentucky (29%). In generale, sia tra gli uomini che tra le donne, la maggior parte delle morti per cancro attribuibili al fumo sono state registrate negli Stati del sud. Tra le spiegazioni del fenomeno offerte dagli autori c’è la storica elevata prevalenza di fumatori in questi Stati che si è fatta strada e si è mantenuta grazie a politiche e programmi anti-fumo accomodanti e laschi (con l’agenda politica anche dettata dal fatto che questi sono gli stati dove si coltiva e si lavora il tabacco americano) e al fatto che qui le sigarette costano meno che altrove. C’è poi il ricorrente elemento del basso stato socio-economico che anche qui la fa da padrone: le cattive abitudini, anche quelle mortali, si fanno più facilmente strada tra chi è meno istruito e chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.


 


E comunque, sostengono gli autori, queste cifre vanno considerate come stime in difetto, perché sono stati inclusi nell’analisi solo 12 tipi di cancro e perché i dati auto-riferiti sulla prevalenza del fumo sono sempre un po’ sottaciuti.
 
Nonostante il fumo sia il fattore di rischio più importante tra tutti quelli eliminabili, insomma solo negli USA, nazione dichiarata smoke free in maniera assai stringente, sono ancora 40 milioni gli ‘attivisti’ della sigaretta. Sono cifre che fanno riflettere e che di certo meriterebbero iniziative mirate. “Incrementare i fondi per le iniziative di controllo del fumo – scrivono gli autori – mettere in atto strategie innovative e rafforzare le politiche e i programmi di controllo del tabacco, sia a livello federale che dei singoli stati, potrebbe aiutare ulteriormente la gente a smettere di fumare e a ridurre il numero di quanti iniziano. Insomma a ridurre il peso futuro delle morti da cancro dovute al fumo di sigaretta”.
 
Resta insomma ancora molto da fare anche se, come ricorda un editoriale di commento pubblicato sullo stesso numero di Jama Internal Medicine, a partire dal 1965 le iniziative anti-fumo hanno permesso di risparmiare qualcosa come 8 milioni di morti premature negli Usa.
 
Paradigmatico l’esempio della California che nel 1989 è scesa in campo con una tassa sulle sigarette abbinata a politiche restrittive sul fumo e una ben orchestrata campagna sui media. Risultato: abbattimento della percentuale dei fumatori, del consumo di sigarette, della spesa sanitaria e dell’incidenza del tumore del polmone. Un’iniziativa ante-litteram che ha consentito alla California di vivere di rendita per tutti questi anni (è uno degli unici tre stati americani – gli altri sono Missouri e North Dakota – a non aver ritoccato le accise sul fumo dall’inizio di questo secolo). Anche se l’8 novembre, insieme al voto presidenziale, i californiani saranno tenuti a pronunciarsi sulla ‘prop 56’, cioè a dire se acconsentono ad aumentare di 2 dollari le tasse sulle sigarette (sia quelle ‘vere’ che le ‘e-cig’).
 
Interessante anche l’esperienza di New York che tra il 2002 e il 2003 ha portato le accise sulle sigarette da 0,08 a 1,50 dollari, bandito il fumo da bar e ristoranti, offerto gratuitamente ‘cerotti’ alla nicotina come terapia sostitutiva. Risultato: nell’arco di un anno,140 mila newyorkesi hanno buttato via le sigarette (l’11% del totale).
Perché alla fine, pare proprio che ad aver ragione è chi sostiene che il problema si risolva aumentando le tasse sulle bionde e usando quei soldi per sostenere delle solide iniziative anti-fumo.
 
Maria Rita Montebelli

Maria Rita Montebelli

25 Ottobre 2016

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