Insonnia: la soluzione in una scossa elettrica

Insonnia: la soluzione in una scossa elettrica

Insonnia: la soluzione in una scossa elettrica
Una corrente lieve e indolore sul cervello (cioè una stimolazione transcranica) potrebbe risolvere i problemi di chi passa la notte in bianco. I risultati preliminari del progetto di ricerca saranno presentati nel corso del XIV Congresso della Società Europea di Neurofisiologia Clinica che si svolge in questi giorni presso l’Università Cattolica di Roma.

La soluzione è un po’ frankesteiniana, ma sembra funzionare. Una piccola corrente indolore al cervello trasmessa attraverso uno strumento che si appoggia sullo scalpo sarebbe in grado di regolare l’addormentamento e quindi indurre il sonno, risolvendo così i problemi di insonnia che affliggono tra il 10 e il 20% degli italiani.

Il curioso meccanismo è in corso di sperimentazione presso il laboratorio di Psicofisiologia del Sonno dell’Università La Sapienza di Roma, dove un gruppo di giovani volontari tra i 22 e i 28 anni dorme a cadenza settimanale.

Alla “macchina del sonno” stanno lavorando ricercatori italiani coordinati da Luigi De Gennaro, docente di Psicologia alla Sapienza Università di Roma, e Paolo Maria Rossini, docente di Neurologia all’Università Cattolica di Roma insieme a ricercatori dell’ Istituto di Neurologia del Policlinico universitario A. Gemelli di Roma e all’Associazione Fatebenefratelli per la Ricerca. I risultati preliminari del progetto di ricerca saranno presentati nel corso del XIV Congresso della Società Europea di Neurofisiologia Clinica organizzato dai neurologi della Cattolica Paolo Maria Rossini e Vincenzo Di Lazzaro, che si svolge dal 21 al 25 giugno, presso il Centro Congressi Europa dell’ateneo del Sacro Cuore a Roma.

La stimolazione transcranica in corrente continua (TDCS), anticipano gli esperti, “è una tecnica già molto usata a livello sperimentale ed è in grado, applicata nei punti giusti, di ‘sparare’ (ma senza alcun danno) stimoli elettrici inibitori o eccitatori al cervello”.
I volontari, spiega il professor Rossini, devono trascorrere la notte nel laboratorio e comportarsi come farebbero nel letto di casa propria, rispettando cioè tutti i personali rituali dell’addormentamento, per esempio la lettura o l’ascolto di musica. Sulla testa dei giovani sono posti, di volta in volta in posizioni diverse (perché l’obiettivo dello studio è anche identificare le aree della corteccia cerebrale o del tronco dell’encefalo maggiormente suscettibili a indurre un aumento della sonnolenza) delle placche connesse ad uno stimolatore a batteria che inviano al cervello correnti di intensità bassissima (indolori, e impercettibili dal soggetto). La stimolazione transcranica viene loro “somministrata” prima dell’addormentamento.

Per monitorare il profilo del sonno nei volontari, spiega il professor Rossini, “i giovani sono sottoposti (senza disturbarli mentre dormono) a un elettroencefalogramma (Eeg) per raccogliere dati come la presenza effettiva di sonno o il tempo che passa tra la chiusura degli occhi e il reale addormentamento”, ed anche la sequenza e durata delle varie fasi che ne caratterizzano la “qualità”. L’Eeg consente anche di monitorare quali sono le aree della corteccia cerebrale maggiormente stimolate dalla corrente applicata prima che i volontari si addormentino.

Trattandosi di intensità bassissime di correnti elettriche e non percepibili dal soggetto stimolato, i volontari non sanno se dagli elettrodi passerà una corrente di stimolazione verso il loro cervello, e se questa sarà  inibitoria o eccitatoria, cioè se predisporrà i centri del sonno all’addormentamento o alla veglia o se non passerà alcun tipo di corrente (placebo). “Ovviamente si tratta di correnti a bassissimo dosaggio, nell’ordine dei microampère” – ribadisce Rossini – diversi milioni di volte inferiori alla corrente impiegata, per esempio, nell’elettroshock”.

“La sperimentazione è appena partita e i primi dati statisticamente validi non si avranno prima del prossimo dicembre”, spiegano Rossini e De Gennaro. La tecnica dell’elettronarcosi potrebbe portare a un nuovo rimedio contro l’insonnia, ma anche aiutare a comprendere meglio un fenomeno, il sonno, di cui sappiamo ancora troppo poco, e di cui riusciamo a comprendere la vera funzione soltanto osservando gli effetti della sua privazione quali il progressivo aumento della stanchezza, il rischio più elevato di obesità, malattie cardiocircolatorie, diabete, e persino di morte, conclude Rossini, basti pensare che in topi di laboratorio la deprivazione totale di sonno può provocare il decesso in 2-4 settimane, come d’altronde accade in forme rarissime di Insonnia Famigliare anche nell’essere umano.
 

22 Giugno 2011

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