Irkutsk. L’opacità della Russia che pesa più della peste. Oms: “Non abbiamo il quadro completo, non possiamo valutare il rischio”

Irkutsk. L’opacità della Russia che pesa più della peste. Oms: “Non abbiamo il quadro completo, non possiamo valutare il rischio”

Irkutsk. L’opacità della Russia che pesa più della peste. Oms: “Non abbiamo il quadro completo, non possiamo valutare il rischio”

La Russia ribadisce che non è peste. L'Oms chiede i test, i risultati, lo stato dei contatti, la verifica del secondo caso. Ma da Mosca tutto tace. E intanto il mondo tratta quella che ufficialmente è una polmonite come se potesse essere qualcosa di molto più grave.

“Non abbiamo ancora il quadro completo di questo evento e non siamo in grado di condurre una valutazione completa del rischio”. Queste le parole poco rassicuranti usate ieri in un briefing con la stampa dal direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, per fare il punto della situazione sul sospetto decesso per peste polmonare in Russia.

Tradotto dal linguaggio diplomatico: l’Oms ancora non è stata messa nelle condizioni di capire cosa sia successo a Irkutsk. Non sa di cosa sia morta la ricercatrice di quell’istituto antipeste, Daria Shipilova. Non sa se il secondo dipendente con polmonite di causa indeterminata esista davvero o sia solo una voce. Non sa perché la Russia abbia isolato duecento contatti, chiuso reparti ospedalieri, fatto volare a Irkutsk il capo dell’autorità sanitaria federale. Da Mosca non è arrivato ancora alcun chiarimento ufficiale su questi punti.

La Russia finora si è limitata a ribadire che nell’oblast di Irkutsk non risultano casi di peste, che i contatti della ricercatrice deceduta sono stati testati, che nessun patogeno pericoloso è stato trovato. Ha detto che la malattia della donna era cominciata come una comune infezione respiratoria virale. Ma non ha consegnato i test di laboratorio sulla donna deceduta. Non ha spiegato cosa abbia determinato le misure di sanità pubblica. Non ha chiarito lo stato di salute dei contatti. Non ha fatto luce sulle notizie riguardanti un possibile secondo caso.

Il precedente che tutti ricordano

Sembra un film in parte già visto.

Nei primi giorni del 2020, la Cina ha comunicato all’Oms l’esistenza a Wuhan di una polmonite di origine sconosciuta, specificando che non c’era trasmissione da uomo a uomo. Ha ritardato la condivisione dei dati, ha limitato l’accesso ai campioni, ha tentato di controllare la narrazione. Quando il mondo ha capito cosa stava succedendo, era troppo tardi.

Non sappiamo ancora se a Irkutsk sia accaduto qualcosa di simile. Ma sappiamo che il copione è molto simile: una polmonite, una morte, una spiegazione ufficiale che non convince, una richiesta internazionale di chiarimenti, una risposta che non arriva o arriva in maniera parziale.

La differenza, questa volta, è che il patogeno sospetto non è un coronavirus nuovo. È Yersinia pestis, il batterio della peste. E la peste, nella sua forma polmonare, se non è trattata in tempo, ha una letalità che il Covid non ha mai avuto. Anche con antibiotici, la mortalità resta significativa se la diagnosi arriva tardi. Se poi si trattasse di un ceppo resistente agli antibiotici – ipotesi che circola da giorni – allora il quadro cambierebbe ancora. E di certo non in positivo.

Non c’è prova che sia così. Ma è esattamente questo il punto: non c’è prova di niente, perché nessuno ha reso pubblici i dati che permetterebbero di escluderlo.

La risposta sproporzionata

C’è un altro elemento che non torna. Se davvero si trattasse di una polmonite di eziologia non stabilita, di un caso isolato, di una morte pur tragica ma non contagiosa, perché la risposta sarebbe stata di questa portata?

La Russia ha isolato duecento persone. Ha mosso i servizi segreti. Ha chiuso interi reparti in diversi ospedali. Ha messo in quarantena un reparto maternità e uno di pediatria. Ha imposto mascherine in uno stabilimento che produce alluminio. Ha fatto volare a Irkutsk il capo di Rospotrebnadzor, l’equivalente russo dell’Istituto superiore di sanità. Ha tenuto una riunione d’emergenza il giorno stesso della morte. Ha cancellato avvisi pubblici meno che parlavano di peste meno di due ore dopo la loro diffusione. Ha davvero fatto tutto questo per una semplice polmonite?

E dall’altra parte? L’Oms ha chiesto chiarimenti ai sensi del Regolamento sanitario internazionale. L’Ecdc sta monitorando il caso in coordinamento con l’ufficio europeo dell’Oms. Il Cdc americano segue la vicenda attraverso l’apparato interagenzia. Il Kazakistan ha rafforzato i controlli ai valichi. Il Kirghizistan ha messo in allerta tutti i punti sanitari di frontiera. L’Uzbekistan ha alzato il livello di preparazione. La Mongolia, che ha focolai naturali di peste, ha chiesto spiegazioni all’istituto.

Se la versione ufficiale fosse vera, se si trattasse davvero di una polmonite qualunque, la risposta quasi certamente sarebbe stata diversa.

Qualcosa non torna.

Cosa si teme davvero

Ciò che si teme, a Irkutsk, non è la peste in sé. La peste è una malattia nota, trattabile, conosciuta da secoli. Ciò che si teme che sia qualcosa di più della comune peste: un ceppo modificato, un batterio resistente agli antibiotici, un incidente di laboratorio dalle conseguenze imprevedibili.

E ciò che si teme, ancora di più, è la mancanza di trasparenza.  Tedros lo ha detto con il linguaggio misurato che gli compete: “Una condivisione delle informazioni tempestiva, completa e trasparente è essenziale per chiarire resoconti contrastanti e consentire una valutazione accurata dei potenziali rischi per la salute pubblica.”

È un richiamo formale. Ma è anche un’accusa implicita: la condivisione non è stata tempestiva, non è stata completa, non è stata trasparente. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di chiederla.

Fino a quando queste domande resteranno senza risposta, il caso resterà aperto. E la mancanza di trasparenza continuerà a essere, essa stessa, il rischio più grande.

Giovanni Rodriquez

08 Ottobre 2026

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