Johnson & Johnson, 50 anni in Italia: investire in salute conviene, lo studio Cerm ne misura il valore

Johnson & Johnson, 50 anni in Italia: investire in salute conviene, lo studio Cerm ne misura il valore

Johnson & Johnson, 50 anni in Italia: investire in salute conviene, lo studio Cerm ne misura il valore

All’Italian Health&Care Forum di Latina, il ministro Schillaci: "La salute è uno degli investimenti più lungimiranti che una nazione può fare su se stessa". Il Sottosegretario Gemmato illustra il Testo unico della legislazione farmaceutica, mentre Jacopo Murzi, AD di Johnson & Johnson Innovative Medicine Italia, ripercorre mezzo secolo di attività nel Paese. Al centro il valore economico e sociale della farmaceutica, tra ricerca, innovazione e prospettive industriali.

La farmaceutica italiana genera valore economico, occupazione e competitività, ma deve poter contare su regole stabili e condizioni che favoriscano gli investimenti. È quanto emerge dallo studio realizzato dal CERM, che ha analizzato l’impatto del payback sul comparto, stimando in 1,28 miliardi di euro il possibile riequilibrio del meccanismo e una riduzione ponderata del suo peso pari al 72,5%. Un tema che si inserisce in una riflessione più ampia sul futuro dell’industria farmaceutica, al centro del Forum organizzato a Latina in occasione dei 50 anni di presenza in Italia di Johnson & Johnson. Un confronto che ha coinvolto istituzioni e industria, con gli interventi del Ministro della Salute Orazio Schillaci che, a conclusione dei lavori, ha richiamato il ruolo strategico dell’industria farmaceutica per il sistema Paese, del Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato e di Jacopo Murzi, amministratore delegato di Johnson & Johnson Innovative Medicine Italia. Per Gemmato, uno dei passaggi più importanti per il futuro del settore è rappresentato dal Testo unico della legislazione farmaceutica, attualmente all’esame della Camera dopo la prima lettura al Senato. “L’obiettivo è riordinare una normativa stratificata nel tempo, che affonda le proprie radici in due regi decreti del 1934 e del 1938 e che oggi comprende circa 700 provvedimenti distribuiti in oltre 100 leggi. Il nostro obiettivo è rendere più semplice e chiaro il quadro normativo”, spiega il Sottosegretario. Un intervento che punta a garantire maggiore certezza regolatoria a tutti gli attori della filiera, ma soprattutto a rendere più efficace l’accesso ai medicinali da parte dei cittadini. Il riordino normativo si accompagna a una visione che considera la farmaceutica non soltanto un comparto produttivo, ma un elemento strategico per la sicurezza sanitaria ed economica del Paese.

Il cittadino al centro delle politiche sanitarie

L’industria italiana, con 74 miliardi di euro di produzione e 69,2 miliardi di esportazioni, rappresenta infatti una delle principali realtà manifatturiere nazionali ed è il quarto esportatore farmaceutico a livello mondiale. “Il cittadino deve rimanere al centro delle politiche sanitarie e il diritto di accesso al farmaco deve essere garantito a tutti”. È questo, per Marcello Gemmato, il principio da cui partire per affrontare le criticità del sistema, superando le disuguaglianze territoriali e assicurando una distribuzione più omogenea dei medicinali, soprattutto di quelli salvavita. Un obiettivo che riguarda anche la disponibilità delle materie prime e degli ingredienti farmaceutici attivi. L’Italia è oggi il primo Paese europeo per produzione di medicinali e negli ultimi tre anni ha superato la Germania, ma resta fortemente dipendente dall’estero per una componente essenziale della produzione: circa l’80% dei principi attivi necessari per realizzare farmaci salvavita proviene da India e Cina. Una dipendenza che, in caso di tensioni diplomatiche o interruzioni delle forniture, potrebbe mettere a rischio la continuità delle cure. Secondo Gemmato, “le scorte disponibili garantirebbero infatti un’autonomia limitata a poche settimane”. Da qui la necessità di riportare una parte della produzione strategica in Europa e in Italia, anche attraverso una politica industriale capace di rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. Il Sottosegretario ha richiamato inoltre il ruolo dei dati sanitari e del Fascicolo sanitario elettronico, “strumenti – spiega – che possono contribuire a migliorare la programmazione, la ricerca e l’organizzazione dei servizi. La disponibilità di informazioni più complete e interoperabili rappresenta una risorsa anche per lo sviluppo della ricerca scientifica e per una migliore valutazione dei bisogni di salute”. Resta, infine, la questione dell’equità: “Il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione deve essere garantito indipendentemente dalla condizione economica, dal colore della pelle o dalla provenienza geografica. Un principio che, nella visione di Gemmato, deve valere anche per le persone straniere temporaneamente presenti in Italia. La sfida è quindi superare le differenze tra Nord e Sud e tra le diverse Regioni, affinché l’accesso alle terapie non dipenda dal luogo in cui si vive”, aggiunge il Sottosegretario di Stato alla Salute.

Lo studio CERM e il peso del payback sulle imprese

È proprio sul rapporto tra sostenibilità del sistema sanitario e capacità di investimento delle imprese che si concentra lo studio CERM. L’analisi evidenzia come il meccanismo del payback, nella sua configurazione attuale, possa incidere in modo significativo sulla redditività delle aziende farmaceutiche, con effetti particolarmente rilevanti per le realtà di dimensioni più contenute. Nel 2024 il payback ha raggiunto un valore di circa due miliardi di euro. Lo studio stima che un intervento di riequilibrio potrebbe determinare una riduzione ponderata del 72,5%, con un beneficio complessivo quantificato in 1,28 miliardi di euro e un onere residuo di circa 720 milioni. L’analisi prende in considerazione anche l’incidenza del meccanismo sul mercato rilevante, che passerebbe dal 15,9% a circa il 5,8%. Particolarmente significativo è il dato relativo alla pressione fiscale effettiva: l’Effective Tax Rate, secondo le simulazioni, si colloca in un intervallo compreso tra il 25,6% e il 61,2%, mentre per le piccole e medie imprese può arrivare a valori compresi tra l’82,1% e l’86,8%. Numeri che restituiscono la dimensione del problema e richiamano la necessità di un modello di governance capace di coniugare sostenibilità della spesa pubblica e competitività industriale. Per il CERM, come evidenziato dal professor Fabio Pammolli, “occorre intervenire attraverso valutazioni di impatto integrate, una gestione della spesa lungo l’intero ciclo di vita dei medicinali, incentivi agli investimenti e una maggiore responsabilizzazione dei livelli regionali”.

Una filiera strategica per l’economia italiana

Il quadro si inserisce in un settore che continua a rappresentare uno dei principali motori dell’economia nazionale. Secondo gli Indicatori farmaceutici di Farmindustria, nel 2025 il valore della produzione italiana ha raggiunto i 74 miliardi di euro, con esportazioni pari a circa 69 miliardi. Il comparto conta 72mila addetti diretti, che diventano 316mila considerando l’intera filiera. La capacità produttiva, la ricerca e l’innovazione rappresentano quindi elementi strettamente connessi. Per mantenere la propria posizione sui mercati internazionali, l’Italia deve continuare a investire in competenze, infrastrutture, tecnologie e sperimentazione clinica, creando condizioni favorevoli alla collaborazione tra imprese, università, centri di ricerca e Servizio sanitario nazionale. È in questo scenario che si colloca il percorso di Johnson & Johnson: “Quando abbiamo iniziato a operare in Italia, nel 1975, il Servizio sanitario nazionale non era ancora nato. In questi cinquant’anni siamo cresciuti insieme al Paese, affrontando cambiamenti profondi e continuando a investire”, ricorda Jacopo Murzi, amministratore delegato di Johnson & Johnson Innovative Medicine Italia. Una presenza che oggi si sviluppa lungo l’intera catena del valore: “Dalla ricerca e sviluppo alla produzione, fino alla collaborazione con le istituzioni e con il Servizio sanitario nazionale per favorire l’accesso alle nuove terapie”, aggiunge.

Ricerca clinica e nuove terapie: le prospettive al 2030

La ricerca clinica rappresenta uno degli ambiti centrali dell’attività italiana di Johnson & Johnson. Nel 2025 l’azienda ha condotto 127 studi clinici, coinvolgendo oltre 7.500 persone e collaborando con università, centri di ricerca e ospedali distribuiti su tutto il territorio nazionale. Un investimento che contribuisce allo sviluppo di nuove conoscenze scientifiche e permette alle persone di accedere a trattamenti innovativi anche prima della loro disponibilità nella pratica clinica. Per comprendere la portata dell’innovazione, Murzi richiama l’evoluzione delle cure per il mieloma multiplo. “Fino a vent’anni fa la prognosi era spesso molto sfavorevole e l’aspettativa di vita si misurava in pochi mesi. Oggi, grazie alla disponibilità di nuove opzioni terapeutiche, è possibile raggiungere risultati impensabili in passato, con remissioni funzionali e una sopravvivenza che in alcuni casi si avvicina a quella della popolazione generale”, evidenzia. Un cambiamento significativo riguarda anche il linfoma mantellare: “Alcune terapie innovative, tra cui medicinali prodotti nello stabilimento di Latina, possono consentire in determinati casi di evitare trattamenti invasivi come il trapianto autologo, con benefici per le persone assistite e per la sostenibilità dei percorsi di cura”, aggiunge ancora. Lo sguardo è già rivolto ai prossimi anni. “Entro il 2030 Johnson & Johnson prevede di rendere disponibili 20 nuovi medicinali e oltre 50 estensioni di indicazione. Una prospettiva che – assicura Murzi – potrebbe essere ulteriormente accelerata dall’evoluzione tecnologica e scientifica, con progressi importanti nell’arco dei prossimi cinque-dieci anni. La sfida non è soltanto sviluppare innovazione, ma fare in modo che possa arrivare rapidamente alle persone che ne hanno bisogno, diventando accessibile e sostenibile per il sistema sanitario”. È questo il punto di incontro tra politica sanitaria e strategia industriale: la ricerca produce valore quando i suoi risultati riescono a tradursi in opportunità concrete di cura.

La salute come investimento: il ritorno economico e sociale

La prospettiva di Murzi è quella di considerare la salute non come una voce di costo, ma come un investimento capace di generare benefici per l’intera società. A sostegno di questa visione viene richiamato anche un rapporto dell’Associazione europea dell’industria farmaceutica, secondo cui a fronte di un euro investito in salute il ritorno economico può superare di oltre cinque volte la somma iniziale. Il valore non si misura soltanto attraverso la produttività delle persone, ma anche considerando la possibilità di tornare al lavoro e alla vita quotidiana, la coesione sociale e l’attività economica generata dall’intera filiera sanitaria. La farmaceutica, in particolare, produce ricadute che coinvolgono ricerca, occupazione qualificata, servizi, logistica e imprese dell’indotto. “Le Life Sciences rappresentano per l’Italia molto più di un settore industriale: sono un motore di crescita, competitività e sviluppo, oltre che uno strumento fondamentale per migliorare la salute delle persone”. Una visione che, per Murzi, richiede una collaborazione sempre più stretta tra industria e istituzioni, affinché le politiche sanitarie e quelle industriali procedano nella stessa direzione.

Latina, un polo produttivo con una vocazione internazionale

Un esempio concreto di questo legame tra industria, territorio e ricerca è rappresentato dallo stabilimento Johnson & Johnson di Latina, parte integrante della presenza dell’azienda in Italia insieme alla sede di Milano. “Il sito produttivo – spiega Barbara Sambuco, general manager dello stabilimento – realizza ogni anno oltre 4 miliardi di compresse, il 97% delle quali è destinato ai mercati internazionali. La capacità produttiva è cresciuta in modo significativo: dai circa 1,8 miliardi di compresse del 2010 si è arrivati agli attuali 4 miliardi. Lo stabilimento di Latina è cresciuto in maniera importante, non soltanto in termini di capacità produttiva, ma anche di innovazione tecnologica. Oggi possiamo realizzare compresse attraverso tecnologie all’avanguardia come il continuous manufacturing, che rappresenta un elemento distintivo del nostro sito. Questa evoluzione ha permesso anche alle persone di crescere professionalmente, attraverso la formazione, facendo dello stabilimento un punto di riferimento per il territorio, parte fondamentale della crescita del sito produttivo stesso. La rete di relazioni che abbiamo costruito con le istituzioni e con il mondo accademico ci permette di continuare a evolverci. Allo stesso tempo, la presenza di uno stabilimento come il nostro genera valore per l’intero tessuto economico locale – aggiunge Sambuco -. Uno studio evidenzia che le piccole e medie imprese coinvolte nell’indotto hanno registrato una crescita del fatturato superiore al 5% e un incremento dell’occupazione del 13%”. Tra gli obiettivi dello stabilimento figura, inoltre, il raggiungimento della neutralità carbonica entro il 2030, nell’ambito di un percorso di decarbonizzazione che punta a farne un riferimento anche per la rete produttiva globale di Johnson & Johnson.

Schillaci: “La salute non è una voce di spesa, ma un investimento strategico”

A concludere il Forum è stato il ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha sottolineato il valore dello stabilimento di Latina non soltanto per la capacità produttiva, ma anche per il contributo all’economia e alla sicurezza sanitaria del Paese. “Un’azienda che opera nella salute non produce solo un tipo di bene, produce ricerca, conoscenza, innovazione, gli strumenti con i quali curiamo meglio le persone”, osserva il Ministro. Un sistema produttivo forte, ha aggiunto, significa anche poter contare su terapie innovative e garantire maggiore autonomia negli approvvigionamenti. “Avere nel proprio Paese la capacità di produrre ciò che serve alla salute non è un lusso, è una vera e propria forma di sicurezza nazionale”. Ma perché l’innovazione produca benefici concreti, deve poter raggiungere tutti: “Deve arrivare fino in fondo, deve raggiungere chi ne ha bisogno, ovunque viva, qualunque sia il suo reddito”. Da qui il richiamo alla necessità di regole chiare, tempi certi e una programmazione di lungo periodo, superando una visione della sanità esclusivamente legata al contenimento della spesa. “La salute è uno degli investimenti più lungimiranti che una nazione può fare su se stessa”, afferma Schillaci, sottolineando che le politiche sanitarie devono guardare oltre il consenso immediato e costruire prospettive durature. Nel concludere il suo intervento, il ministro ha invitato a considerare i cinquant’anni di Johnson & Johnson non un punto di arrivo, ma una nuova partenza: “Che questi primi cinquant’anni siano le fondamenta dei prossimi, un futuro di innovazione, di competenza, di crescita. Per questo territorio e per tutta l’Italia. E consentitemelo in conclusione da Ministro della Salute, soprattutto cinquant’anni di futuro in salute”.
Il mezzo secolo di storia di Johnson & Johnson in Italia diventa così anche l’occasione per guardare alle trasformazioni che attendono il settore. Da un lato, la necessità di una governance capace di garantire equità nell’accesso ai medicinali, sicurezza degli approvvigionamenti e sostenibilità della spesa; dall’altro, l’esigenza di creare le condizioni perché ricerca, innovazione e capacità produttiva possano continuare a crescere. La sfida dei prossimi anni sarà tenere insieme questi obiettivi, riconoscendo nella salute non soltanto un diritto da tutelare, ma anche un investimento strategico per il futuro del Paese.

Isabella Faggiano

04 Novembre 2026

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