Siamo ormai in piena stagione influenzale. La campagna annuale per la vaccinazione ha preso il via in tutto il Paese, e attorno a noi iniziano a comparire i primi casi tra amici, familiari e colleghi. Eppure, di tutto questo non esiste alcun dato ufficiale.
Non per un guasto tecnico, ma per un nodo burocratico che non si riesce a sciogliere ormai da otto mesi. A marzo la sorveglianza RespVirNet si è interrotta a causa di problemi legati alla privacy. Le Regioni hanno smesso di inviare dati per non rischiare di incappare in sanzioni. Il Garante della privacy, a quanto pare, avrebbe già pronti nuovi provvedimenti. Se non fossero subentrati, sembra, altri problemi.
Siamo tornati indietro di decenni, quando l’andamento dell’influenza si ricostruiva con il passaparola.
Il nodo normativo
C’è un decreto firmato da Gianni Rezza, quando era ancora a capo della Prevenzione al ministero della Salute, ai tempi della pandemia di Covid, per il quale le sorveglianze venivano portate sotto il Premal. Era stato l’allora ministro della Salute Roberto Speranza, con il decreto del 7 marzo 2022, a rivedere il sistema di segnalazione delle malattie infettive, sostituendo il vecchio impianto del 1990 con il nuovo sistema Premal. Il provvedimento istituisce presso il Ministero della Salute un sistema informativo unico per la raccolta e l’elaborazione dei dati sulle malattie infettive diagnosticate sul territorio nazionale, anche a bordo di navi e aeromobili, con l’obiettivo di garantire la sorveglianza epidemiologica, l’allerta rapida e lo scambio di informazioni con le autorità europee e internazionali.
In base a questo decreto, il medico ha l’obbligo di segnalare all’Azienda sanitaria competente i casi sospetti o accertati: entro dodici ore per le malattie che generano allerta, come colera, vaiolo, Mers o febbri emorragiche, ed entro quarantotto ore per le altre. La segnalazione diventa notifica solo dopo la validazione da parte dell’Azienda sanitaria, della Regione o Provincia autonoma e infine del Ministero, in un flusso che consente a ogni passaggio di completare i dati e adottare le misure di sanità pubblica necessarie. L’allegato elenca le malattie sottoposte a sorveglianza – dal morbillo alla rosolia, dalla pertosse alla tubercolosi, dalle epatiti virali a Dengue, Zika e Mers-CoV – e prevede che l’elenco possa essere aggiornato con decreto ministeriale in base all’emergere di nuove minacce. Il decreto disciplina, inoltre, il trattamento dei dati personali, secondo quanto disposto dal Gdpr, con accesso differenziato per ruoli e conservazione fino a trent’anni dal decesso dell’interessato.
L’intervento che manca
I regolamenti da parte del Garante della privacy per assicurare il trattamento dei dati, sembra siano stati fatti, anche in fretta. Si attende, tuttavia, un intervento normativo del Ministero della Salute – in particolare del Dipartimento di Prevenzione – che affidi all’Istituto superiore di sanità alcune delle sorveglianze previste dal Premal. In assenza di questo intervento, resta bloccata l’adozione del nuovo regolamento del Garante. E senza il regolamento, le Regioni evitano di trasmettere i dati per non esporsi a possibili sanzioni.
Il doppio stallo
Da una parte sembra che nulla si possa muovere senza che il Ministero predisponga una norma ad hoc; dall’altra, il Ministero sembra in attesa che il Garante sciolga la riserva sui nuovi provvedimenti. È in questo rimpallo di responsabilità che si è consumato il ritardo. Il prossimo 9 novembre è previsto un incontro al quale prenderanno parte il Ministero della Salute e il Garante della privacy. Resta poco chiaro perché da marzo siamo arrivati a novembre dovendo ancora attendere almeno un’altra settimana per un possibile, e neanche certo, sblocco della situazione.
L’Istituto superiore di sanità, organo tecnico-scientifico del Ssn sottoposto alla vigilanza del Ministero della Salute, dovrà occuparsi della gestione di questi dati nell’ambito delle proprie funzioni di sorveglianza epidemiologica. Lascia basiti che Ministero e Garante, dopo otto mesi, non ne siano ancora venuti a capo, lasciando l’Italia senza sorveglianza sull’influenza mentre gli altri Paesi europei sono già al lavoro. Al di là di chi debba fare cosa, il punto è che siamo in piena stagione influenzale senza alcuna sorveglianza attiva.