Linfoma diffuso a grandi cellule B. Si ampliano le possibilità terapeutiche

Linfoma diffuso a grandi cellule B. Si ampliano le possibilità terapeutiche

Linfoma diffuso a grandi cellule B. Si ampliano le possibilità terapeutiche
Un media tutorial organizzato da Incyte ha fatto il punto sulle possibilità di terapia del linfoma diffuso a grandi cellule B. Possibilità che si arricchiscono di un nuovo anticorpo monoclonale diretto contro l’antigene CD19 , che ha recentemente incassato il parere positivo del Chmp dell’Ema.

Con un nuovo anticorpo monoclonale diretto contro l’antigene CD19 che ha avuto da qualche giorno il parere positivo del comitato di esperti CHMP dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), si amplia la disponibilità di nuove opzioni terapeutiche contro il linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL) recidivante o refrattario. E sebbene, secondo gli esperti, è ancora presto per dire definitivamente addio alla chemioterapia in questa malattia onco-ematologica, le speranze di poter trattare in modo efficace i pazienti anche in linee terapeutiche oltre la prima o la seconda aumentano. A parlarne, nel corso di un media tutorial sulla patologia che si è tenuto online il 28 giugno, sono stati alcuni degli esperti dei Centri di riferimento italiani nel trattamento dei linfomi.

Il DLBCL rappresenta circa il 30% di tutti i linfomi non Hodgkin dell’adulto. In Italia, si stima che “circa 4.400 nuove persone, ogni anno, hanno una nuova diagnosi di questa malattia”, come ha sottolineato Pier Luigi Zinzani, dell’Istituto di Ematologia “Seràgnoli” di Bologna, uno degli esperti che è intervenuto all’incontro. Tra questi pazienti, nonostante i trattamenti di prima linea abbiano portato a un notevole miglioramento nel controllo della malattia, “circa il 40% è refrattario alle terapie o va incontro a recidiva dopo aver mostrato una risposta completa”, ha spiegato Zinzani.

A parlare di terapie, nello specifico, è stato Antonio Pinto, dell’Istituto Nazionale Tumori, Fondazione Pascale, di Napoli, che ha evidenziato che dopo la prima linea di trattamento, “la miglior terapia di seconda linea è una chemio ad alto dosaggio seguita da trapianto”. Anche in questo caso, però, un 50-55% dei pazienti non può sottoporsi a trapianto e ha bisogno di terapie efficaci di seconda linea; terapie che, ha spiegato Pinto, “stanno diventano, per fortuna, via via disponibili”.

Tra queste, ci sono le CAR-T, che “sono in grado di guarire un 35-40% dei pazienti che hanno fatto 3-4 linee di terapie”, come ha osservato Zinzani. Per sottoporsi a questo trattamento, però, servono criteri di inclusione particolari; e per coloro che non sono eleggibili, sono stati approvati polatuzumab in associazione con bendamustina rituximab, che è in attesa del via libera dell’AIFA, e la combo tafasitamab/lenalidomide, che essendo composta da un anticorpo e da un immunomodulante non ha chemioterapici e che ha avuto, appunto, il parere positivo dal CHMP dell’EMA qualche giorno fa.

Una differenza tra queste due terapie non è tanto nel tasso di risposta, con circa il 40% dei pazienti che risponde in modo completo e un ulteriore 20-25% che risponde in modo parziale, ma la durata della risposta, che “per polatuzumab è di 12 mesi, in media, mentre per tafasitamab/lenalidomide, arriva a circa 3,5 anni”, come ha spiegato Zinzani. Rispetto a rituximab, che ha come target l’antigene CD20, tafasitamab si lega all’antigene CD19 che, come il primo, è espresso su tutte le cellule B, ma con due importanti eccezioni: “non è presente sui progenitori, quindi sulle ‘mamme’ dei linfociti B più vicine alle staminali, e si perde con la maturazione verso le plasmacellule che danno origine agli anticorpi”, come ha sottolineato Pinto.

Al media tutorial è intervenuto anche Paolo Corradini, dell’IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che ha sottolineato il ruolo importante dell’Italia a livello di studi clinici, grazie alle collaborazioni tra i diversi gruppi nazionali. Secondo l’esperto, mancano, però, all’interno delle organizzazioni, figure chiave come data manager, study coordinator e infermieri di ricerca. Una carenza che “rende più fragile la struttura, che non può, per questo, essere competitiva a livello internazionale”, ha sottolineato l’esperto.

In ultimo, per sentire il punto di vista del paziente, all’incontro ha parlato anche Giuseppe Gioffré, referente AIL per i pazienti con linfomi, che ha evidenziato su cosa si dovrebbe puntare per migliorare la condizione dei pazienti, ovvero diagnosi precoce, comunicazione medico-paziente di qualità per coinvolgere quest’ultimo nel percorso di cura, e la necessità di dare maggiore spazio al caregiver, che deve essere considerato un tutt’uno con il paziente.
 
Sabina Mastrangelo

Sabina Mastrangelo

30 Giugno 2021

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