Menarini. Fatturato 2023 a 4,3 mld di euro (+5,3%). Nel futuro dell’azienda fiorentina il consolidamento in Usa e l’intelligenza artificiale

Menarini. Fatturato 2023 a 4,3 mld di euro (+5,3%). Nel futuro dell’azienda fiorentina il consolidamento in Usa e l’intelligenza artificiale

Menarini. Fatturato 2023 a 4,3 mld di euro (+5,3%). Nel futuro dell’azienda fiorentina il consolidamento in Usa e l’intelligenza artificiale
L’azienda presente in 140 paesi e ora sbarcata anche negli Stati Uniti ha presentato il suo bilancio alla Camera di Commercio di Firenze. Priorità e sfide per il futuro il consolidamento Oltreoceano, l’Oncologia e l‘applicazione dell’AI

“È stato un anno veramente interessante, per certi versi entusiasmante, ovviamente con dei profili di sfida in varie parti del mondo che affrontiamo e affronteremo”.

Così Lucia Aleotti, azionista e membro del board di Menarini, ha introdotto i numeri del bilancio economico finanziario 2023 del gruppo farmaceutico italiano, nel corso di un incontro con la stampa avvenuto ieri sera alla Camera di Commercio di Firenze.

L’azienda fiorentina, a oggi presente in 140 Paesi nel mondo con 17.800 dipendenti, di cui il 49,5% donne, chiude l’anno con un fatturato di 4,375 miliardi di euro, in crescita del 5,3% rispetto al 2022, di cui 309 milioni in Oncologia, “nostro orgoglio – ha sottolineato Lucia Aleotti – perché fino a pochissimi anni fa non eravamo presenti in questa area terapeutica. Abbiamo avuto anche una crescita dei volumi venduti con 833 milioni di unità, di cui 609 milioni prodotti internamente, in aumento del 9,3%, per un totale di 16 miliardi di compresse vendute, cosa che dimostra l’importanza e l’attualità dei nostri farmaci nel mondo, con l’Europa che rimane il nostro cuore produttivo con 18 stabilimenti”.

L’Ebitda è pari a 340/350 milioni di euro e la particolarità è che viene “interamente re-investito nell’azienda. Cerchiamo di fare a meno delle banche, facendo sempre il passo della lunghezza della nostra gamba ma con mosse anche coraggiose, e della quotazione in Borsa, in quanto se quotati dovremmo riconoscere degli utili agli azionisti e questo non consentirebbe questo re-investimento totale nelle attività dell’azienda”, fa notare Aleotti.

L’anno che si è chiuso non è stato comunque facile, prosegue: “Abbiamo incontrato difficoltà con l’economia cinese, Paese dove siamo entrati ma che purtroppo non ha mantenuto premesse e attese. C’è stato un forte impatto delle differenze di cambio in particolare in Turchia, dove la lira turca ha mangiato il 50% della crescita. L’inflazione e l’aumento dei costi si sono fatti sentire, soprattutto perché poi i prezzi dei farmaci non li decide l’azienda, ma i vari Stati”.

L’Italia si conferma il primo Paese per Menarini, “seguito da Stati Uniti, il mercato farmaceutico più grande del mondo e in cui tecnologia farmaceutica e capacità di innovare sono fra le più sviluppate e per un’azienda italiana poter affrontare questi mercato è estremamente importante. Seguono Spagna e Polonia Il nostro primo obiettivo è comunque quello di proseguire con un forte consolidamento negli Usa, prima di pensare a nuove possibili acquisizioni in altre aree. Di certo non ci facciamo guidare da una bulimia espansionistica. Ma negli Stati Uniti abbiamo creato in 8 mesi una struttura in grado di coprire tutti i centri oncologici dove si utilizza il nostro farmaco per il tumore della mammella ed è logico che questo abbia richiesto investimenti importanti. Parallelamente la nostra attenzione nei confronti dell’Italia non diminuisce, al contrario il numero di occupati è aumentato nel nostro Paese”.

“Negli ultimi due anni – è intervenuta Elcin Barker Ergun, CEO del gruppo – abbiamo raggiunto risultati finanziari particolarmente solidi, pur avendo perso la protezione brevettuale su due prodotti molto importanti. Penso a quale potrebbe essere stata la profittabilità senza queste scadenze di brevetto. Oncologia, primary care ed espansione negli Stati Uniti sono le priorità che il board mi ha consegnato come mandato e siamo attivi anche nel settore della resistenza agli antibiotici, una grande emergenza sanitaria dalle dimensioni di una pandemia: siamo una delle poche compagnie con un portafoglio in questa area, ma occorrerebbe riconoscere collettivamente una volta per tutte il valore di questi medicinali, da usare con cautela e destinati a pochi pazienti, assimilandoli ai farmaci orfani e trovando per loro un binario veloce di approvazione e rimborso”.

Anche Menarini entra nel mondo dell’intelligenza artificiale e come tutte le industrie farmaceutiche in questo momento sta ‘testando’ il modo migliore per impiegarla al fine di razionalizzare e ottimizzare le procedure interne come anche la ricerca scientifica: “Si tratta di una risorsa molto interessante – spiega la Ceo, che ha una formazione da ingegnere informatico – che penso possa avere due applicazioni principali: una ha a che fare con l’innovazione e può essere potenzialmente trasformativa, l’altra potrebbe rendere possibile l’accelerazione dei trial clinici e dei processi aziendali”.

Infine, Elcin Barker Ergun parla dell’Italia: “E’ un Paese con un buon ecosistema industriale e il governo ha creato condizioni favorevoli per le aziende. Io sono qui da cinque anni e ho sempre trovato un dialogo positivo con le istituzioni, che si pongono a favore del business e stanno andando nella direzione giusta per sostenere l’industria. È chiaro che i tempi di autorizzazione di un farmaco in Italia non sono i più veloci, ma per esempio la Spagna ha tempi ancora più lunghi, quindi diciamo che questo Paese si colloca nella media, come Paese del sud Europa con un sistema basato su approvazione centrale, poi regionale e poi a livello dei singoli ospedali”.

Serve però qualche passo in più per rendere il nostro Paese ancora più competitivo e attrattivo. Per questo Lucia Aleotti ha indicato alcuni degli ingredienti per far crescere ancora di più il settore, in particolare sul fronte della R&S

“L’industria farmaceutica in Italia è diventato un asset incredibile con un dato di export che raggiunge i 50 miliardi. Un dato straordinario, ma per mantenerlo abbiamo bisogno di velocizzare i processi e soprattutto abbiamo bisogno di incentivi per alleggerire la pressione dei costi” ha spiegato a Quotidiano Sanità.

“Abbiamo bisogno di attenzione: ci stiamo confrontando con una pressione dei costi importante che qualsiasi economista non può non vedere – ha aggiunto – bisogna ragionare quindi sulla possibilità di ritoccare il livello dei prezzi per garantire la sostenibilità delle produzioni. Per garantire la formazione dei giovani sia sul fronte della produzione che su quella della ricerca e sviluppo servono incentivi. Soprattutto bisogna mettere un freno alla burocrazia: le regole attuali soffocano le sperimentazioni cliniche e questo è un elemento estremamente importante. I diversi approcci sia a livello regionale che nelle aziende sanitarie sono destruenti. Abbiamo competenze e know-how per portare nel nostro Paese una quantità di sperimentazioni cliniche incredibile che ci consentirebbe di essere altamente competitivi sul fronte della ricerca come lo siamo nel settore della produzione. Non dimentichiamo che questo porta un vantaggio anche al sistema sanitario perché nell’ambito sperimentazione clinica le aziende sostengono tutti i costi”.

Insomma, per Aleotti, serve un cambio di paradigma. Su tutti i fronti: “Non possiamo fare previsione sull’inflazione globale. Pensiamo che da quanto è scoppiata la crisi nel Mar rosso i costi dei trasporti sono aumentati del 250% e le assicurazioni non assicurano più. Se i costi di produzione aumentano è chiaro che bisogna iniziare a ragionare, e velocemente, sulle soluzioni da intraprendere”.

07 Marzo 2024

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