Prezzi dei farmaci innovativi. Tanta indignazione, ma la spesa è solo un 837esimo della spesa pubblica

Prezzi dei farmaci innovativi. Tanta indignazione, ma la spesa è solo un 837esimo della spesa pubblica

Prezzi dei farmaci innovativi. Tanta indignazione, ma la spesa è solo un 837esimo della spesa pubblica
Il miliardo in più dei due fondi speciali (un 837esimo di spesa pubblica) è certo un buon segnale. Solo che per incrementarlo ancora, coi conti che ci zavorrano, vanno intaccati altri capitoli di spesa, auspicabilmente meno efficienti e funzionali all’utilità collettiva. Non difficile individuarli, improbo tagliarli (numerose le lapidi con su scritto “Commissario alla Spending Review”).

Sui loro prezzi i titoli diventano cubitali, gli “strilli” in prima pagina grondano esclamativi, le dichiarazioni del politico trasudano sdegno. Eppure i farmaci innovati da noi: 1) costano in media il 20% meno dei big OCSE, 2) assorbono solo lo 0,4% circa della spesa pubblica complessiva, un suo 250esimo, 3,5 di 837 md, il 17% della farma SSN, un suo sesto. La metà, 1,7 md, solo per gli anti HCV 3) ne usiamo, a due anni dall’approvazione, il 35% meno degli altri Big EU.
 
Si direbbe, quindi, che i più recenti antitumorali, per la sclerosi multipla, orfani, ecc., in confronto ad altre voci di spesa, risiedano assai in basso nel ranking delle priorità dei contribuenti del Belpaese, su come si spendono le loro tasse. Un 500esimo di spesa pubblica se togliamo gli anti HCV che se ne mangiano la metà. Contano così poco per gli Italiani? O sbaglia il Palazzo che assegna quelle priorità?
 
Se all’estero, sebbene costino di più, sono anche parecchio più usati, non sarà allora che siamo noi a tenerli un po’ troppo alla frusta? Magari proprio quel politico sdegnato di prima, o le Regioni, informazione “mainstream and embedded” compresa (ahh, il conformismo dell’indignazione…) In fondo tutta la spesa farma SSN pesa solo un quarantesimo, 20,9 di quegli 837 md di spesa pubblica Italia, meno dei big OCSE.
 
L’AIFA, va detto, fa quel che può (“it's a dirty job, but somebody's gotta do it”). Ma sui conti va così così: oltre 2 miliardi di sforamento complessivo dell’intera spesa farma SSN 2016, circa il 10% in più del budget. L’assistenza però resta buona, grazie anche ai prezzi molto bassi della maggior parte dei medicinali più utilizzati nelle cronicità, spesso pochi centesimi al giorno (PPI, statine, antidiabetici, antipertensivi, ecc.).
 
I dolori vengono, appunto, dagli innovativi. La cui negoziazione con le Industrie su prezzo e rimborsabilità, tra chi “vende” e chi “compra”, dati i prezzi richiesti per questi beni privati, spesso si blocca in uno “stallo messicano” da western spaghetti, sguardi taglienti da “gringos” e pistole sul tavolo inclusi (il borbonico “facite ‘a faccia cattiva” di cui ho qui su QS critto di recente).
 
Negoziazione passaggio cruciale, quindi. Nella vulgata popolare il termine non gode di buona semantica (quella levantina da Suk). Nel 1675 Jacques Savary, Grand Commis De l’Etait alle Finanze scrive (tra un figlio e l’altro dei 17) “Le Parfait Négociant”, basilare trattato dottrinale sulle negoziazioni. Lì il notabile transalpino specifica il confine netto tra Négociant, mercante borghese e finanche nobile, e Marchand, bottegaio da strada.
 
Se quest’ultimo contratta strenuamente all’ultimo scudo (all’epoca il Petit Louis) per il proprio esclusivo massimo introito, l’illuminato Négociant negozia in una visione ampia sui fattori incorrenti: oggettivi (concorrenza, mercato, regole) e soggettivi (risorse, clausole, ecc.), nel riconoscere il valore del bene transato.
 
È un concetto che si affaccia già in quei tempi di mercantilismo, appena dopo lo shock della folle “bolla” dei tulipani olandesi che condizionerà, persino un secolo dopo, l’Adam Smith della basilare “Ricchezza delle Nazioni”, intesa appunto come valore costitutivo e condiviso nello scambio tra merce e moneta.
 
Il Savary anticipa, pur ancora grossolanamente, quel principio che poi evolverà nella moderna teoria economica sul prezzo come grandezza all’incrocio delle curve tra richiesta e offerta definite sul valore del bene, stimato secondo le proprie rispettive variabili endogene ed esogene nello specifico sistema di scambi.
 
Trovare quell’incrocio tra curve, per i farmaci oggi responsabilizza massimamente le controparti data la secca alternativa del farmaco a pagamento, quindi senza equo accesso. E senza convenienze da risparmi futuri (vaccini, antivirali, cronicità, ecc.) o beneficio relativo ottenibile (es.: QALY).
 
Condizione necessaria, ma non sufficiente, alla condivisione negoziale “illuminata” è però una disponibilità di risorse coerente col beneficio percepito da chi paga, nel nostro caso i contribuenti, ben di più dell’attuale 250esima parte della “loro” spesa pubblica.
 
Il miliardo in più dei due fondi speciali (un 837esimo di spesa pubblica) è certo un buon segnale. Solo che per incrementarlo ancora, coi conti che ci zavorrano, vanno intaccati altri capitoli di spesa, auspicabilmente meno efficienti e funzionali all’utilità collettiva. Non difficile individuarli, improbo tagliarli (numerose le lapidi con su scritto “Commissario alla Spending Review”).
 
A fine carriera Savary è chiamato dal Re Sole per un lavoro assai difficile: rilanciare l’economia con risorse prese tagliando le folli spese della sterminata e costosissima corte parassitaria di Nobili, Prelati e Altoborghesi che lucra coi loro reciproci truffaldini affari. Ci riuscirà con successo, Savary. Padre della negoziazione “nobile” e antesignano della “spending review” utile. Non è che per caso recuperiamo il suo cellulare?
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria 

Fabrizio Gianfrate

21 Marzo 2017

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