Rischio Parkinson, l’allarme lo dà lo smartphone

Rischio Parkinson, l’allarme lo dà lo smartphone

Rischio Parkinson, l’allarme lo dà lo smartphone
Ricercatori dell'università di Bologna hanno messo a punto una nuova app che capta e decodifica il più impercettibile movimento o tremore del corpo utile a riconoscere i primi segnali di Parkinson. Ma anche per misurare il rischio di cadute e distinguere chi è ancora in forma da chi non lo è.  

Le applicazioni per smartphone sono ormai diventate innumerevoli. Alcune si usano per semplice gioco, altre per rimanere in contatto con le persone della rubrica o con gli amici, altre ancora per lavoro. Ma da qualche tempo stanno sempre più prendendo piede anche quelle per cellulari di ultima generazione che possono essere usate in campo medico. L’ultima è frutto di un gruppo ricercatori dell’Università di Bologna, che hanno sviluppato un sofisticato strumento che potrebbe aiutare i più anziani: capace di captare e decodificare il più impercettibile movimento o tremore del nostro corpo e riconoscere i primi segnali di Parkinson, l’app può misurare il rischio di cadute e distinguere chi è ancora in forma da chi non lo è. I risultati dello studio che l’ha testata, a confronto con un costoso apparecchio medico oggi appannaggio di pochi centri specializzati, sono stati pubblicati dalla rivista Gait & Posture.
 
“Per impostare lo smartphone abbiamo sviluppato un’App ad hoc.Assomiglia ad una qualunque applicazione Android, il sistema operativo dello smartphone usato”, ha spiegato Carlo Tacconi, autore dello studio. “Non è più complessa di quella per impostare il risparmio energetico della batteria, ad esempio. Selezioni le misure che vuoi effettuare, e premi ‘start’. Il telefonino fa tutto da solo. Con un bip, ti dice di partire, mentre un altro bip, a fine test, ti segnala che ha finito di registrare. Gli si può anche dire di trasmettere automaticamente tutti i dati ad un computer lì vicino oppure, attraverso la rete mobile, in un qualunque laboratorio”.
Un’applicazione promossa a pieni voti dallo studio pubblicato, tanto che il metodo potrebbe risultare un modo economico e capillare di testare i problemi di equilibrio e mobilità negli anziani. “Gli smartphone che usiamo tutti i giorni sono dotati di accelerometri e giroscopi: questi due tipi di sensore sono in grado di misurare il movimento, sia rettilineo che di rotazione”, ha spiegato Sabato Mellone, ingegnere elettronico e co-autore dello studio. “Servono, ad esempio, a raddrizzare l’immagine sullo schermo quando ruotiamo il telefonino e a controllare i giochi. Ma sono gli stessi sensori, e questo è il bello, impiegati in alcuni dei più diffusi test diagnostici sull’abilità a camminare e stare in piedi degli anziani. O almeno nelle versioni più evolute di questi test, condotte in poche cliniche specializzate”.
Per dirlo i ricercatori hanno testato il sistema su 49 soggetti della zona bolognese di età media di 59 anni, usando sia l’applicazione per smartphone che il McRoberts Dynaport Hybrid, uno strumento piuttosto costoso pensato proprio per fare questo tipo di misurazioni, trovando che i dati dei due strumenti si trovavano in perfetto accordo. Con la differenza, però, che il cellulare può misurare più cose. “Il tradizionale test spesso non riscontra differenze tra anziani che hanno subìto cadute nell’ultimo anno, e quelli che invece non l’hanno fatto. I test che usano questi sensori, sì”, ha aggiunto Luca Palmerini, terzo co-autore della ricerca. “Analogamente, il test tradizionale non è in grado di riconoscere i primi sintomi di Parkinson, che invece non sfuggono ad alcuni dei parametri misurati dagli accelerometri”.
 
Il principale metodo per testare equilibrio e mobilità è infatti ad oggi il cosiddetto Timed Up and Go, un test che per il paziente  non è altro che una passeggiata: l’anziano parte da seduto, al via si alza in piedi e cammina verso uno punto a distanza di qualche metro, una volta raggiunto si gira e ritorna indietro, rimettendosi seduto. Il tutto il più rapidamente possibile. “La versione tradizionale, ormai praticata in mezzo mondo, spesso si limita a cronometro e osservazione del medico”, ha spiegato ancora il ricercatore.
“Con un accelerometro possiamo invece fare molto di più – ha aggiunto Tacconi – possiamo misurare non solo il tempo che impiega ad alzarsi in piedi e rimettersi seduto, ma anche la forza con cui lo fa; la velocità con cui cammina, la cadenza dei passi, la rapidità con cui si volta, eventuali sbilanciamenti a destra o a sinistra, e persino la fluidità complessiva del movimento. Tutti questi parametri, interpretati congiuntamente, offrono un quadro molto completo della mobilità complessiva della persona. E dai primissimi studi scientifici emerge che possono predire il rischio di caduta, riconoscere i primi sintomi di Parkinson, e distinguere gli anziani ancora in forma da quelli con qualche acciacco”.
Ma l’utilizzo potrebbe non essere solo quello in campo di previsione del morbo.  “L’impiego potrebbe inoltre essere esteso anche ad altri tipi di esame. Proprio in questi giorni stiamo discutendo con fisioterapisti interessati a monitorare l’effetto dei loro trattamenti. Allo stesso modo si potrebbe valutare intensivamente e ovunque l’efficacia di terapie chirurgiche o farmacologiche volte a migliorare la mobilità”.
 
Per questo, il team di ricercatori bolognesi sta già pensandoa come andare avanti con la ricerca. “Quest’estate, nell’ambito del progetto europeo Farseeing, partirà una sperimentazione su ampia scala con centinaia di anziani coinvolti”, ha infatti detto Chiari. “La faremo insieme al gruppo InChianti dell’azienda sanitaria di Firenze, che fino ad oggi ha valutato la mobilità solo in laboratorio e in modo tradizionale: siamo sicuri potranno avvantaggiarsi del nostro supporto tecnologico e delle nostre misure pervasive”.
 Ma gli scienziati stanno già tastando il terreno per il lancio di uno spin-off proprio per commercializzare questo metodo.

11 Aprile 2012

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