C’è una frase, nell’aggiornamento pubblicato il 10 ottobre dall’Organizzazione mondiale della sanità, che dovrebbe mettere a disagio chiunque abbia a cuore la credibilità delle istituzioni sanitarie internazionali: “Il 2 ottobre 2026 l’Oms è venuta a conoscenza, attraverso resoconti dei media, della morte di una dipendente dell’Istituto antiepidemico di Irkutsk”. L’Oms ha saputo dai giornali della morte di una ricercatrice impiegata in un istituto che lavora con agenti patogeni ad alto rischio. Non attraverso una comunicazione ufficiale, almeno stando a quanto emerge dal suo stesso bollettino.
La ricercatrice era stata ricoverata il 29 settembre per una polmonite grave ed è morta il 2 ottobre. Le prime ricostruzioni giornalistiche hanno sollevato il sospetto di una peste polmonare contratta in ambito professionale, probabilmente a causa di un incidente all’interno di un laboratorio dell’Istituto anti-peste nel quale lavorava. Mosca ha negato che si sia verificato un incidente di biosicurezza e ha escluso che la morte sia stata provocata dalla peste. La diagnosi ufficiale è rimasta quella di una “polmonite di eziologia indeterminata”.
L’Oms ha contattato le autorità russe il 3, 5, 6 e 7 ottobre, ricevendo una prima risposta il 6 e ulteriori informazioni nei giorni successivi. Il problema non è che l’Organizzazione abbia ignorato la vicenda: è che, dopo averla presa sul serio abbastanza da chiedere chiarimenti, finisce per pubblicare una ricostruzione fondata sulle informazioni fornite dalla stessa autorità chiamata a chiarire che cosa sia accaduto.
Il testo contiene una contraddizione. Da una parte riferisce che le autorità russe hanno condotto due indagini indipendenti, concludendo che non ci sono stati incidenti di biosicurezza. Dall’altra non chiarisce chi abbia svolto quelle indagini e su quali elementi si siano basate quelle conclusioni. L’Oms si limita a registrare quella dichiarazione.
Non è tutto. L’Organizzazione ammette di non aver ricevuto informazioni che identifichino l’agente responsabile della morte. Riconosce di non essere in grado di valutare autonomamente se i sette giorni di osservazione dei contatti siano stati sufficienti a escludere tutte le cause plausibili. E scrive che un’esposizione associata al laboratorio non può essere completamente esclusa. Non è dunque una diagnosi rassicurante: è una diagnosi che manca. E proprio questa assenza dovrebbe suggerire prudenza nel trasformare le rassicurazioni di Mosca in una valutazione pubblica del rischio.
Il titolo scelto, “Polmonite di eziologia indeterminata”, riprende la definizione ufficiale russa. È formalmente corretto, ma politicamente e comunicativamente insufficiente: mette in primo piano l’incertezza clinica e lascia sullo sfondo la domanda che rende il caso rilevante per la salute pubblica internazionale. Che cosa è accaduto in un istituto che maneggia patogeni pericolosi? E con quali elementi indipendenti possiamo escludere un incidente?
L’Oms precisa che, sulla base delle informazioni ricevute dal punto di contatto nazionale russo, non ha individuato prove di una trasmissione in corso. È una distinzione importante: l’assenza di prove di trasmissione non equivale alla conferma della causa della morte, né dimostra che ogni rischio sia stato escluso. La stessa Organizzazione riconosce che la sua valutazione resta limitata. Eppure, conclude che non sono necessarie restrizioni ai viaggi o al commercio. Una raccomandazione che può anche essere proporzionata alle informazioni disponibili, ma che poggia su informazioni incomplete, come ammesso nello stesso documento.
Il Regolamento sanitario internazionale impone agli Stati di valutare gli eventi potenzialmente rilevanti per la salute pubblica e di notificare quelli che soddisfano i criteri previsti. Il fatto che l’Oms abbia appreso la notizia dai media non dimostra automaticamente una violazione russa, ma rende inevitabile una domanda: perché una vicenda di questa natura non è arrivata all’Organizzazione attraverso un canale ufficiale prima che fossero i giornali a portarla alla sua attenzione? E perché non viene chiarito se e quando sia avvenuta un’eventuale notifica?
Qui torna inevitabilmente alla memoria il Covid. Non perché un decesso a Irkutsk dimostri l’esistenza di una nuova epidemia, né perché sia provato che la ricercatrice sia stata contagiata in laboratorio. Nulla di tutto questo è accertato. Il precedente riguarda il metodo: quando le informazioni decisive sono nelle mani di un governo poco incline alla trasparenza e alla piena collaborazione, l’Organizzazione internazionale deve saper distinguere fra ciò che le viene riferito e ciò che ha potuto verificare. Nel giugno 2025 il gruppo scientifico dell’Oms sulle origini del Covid ha ribadito che restavano indisponibili dati richiesti alla Cina, compresi quelli sulle prime infezioni e sulle condizioni di biosicurezza dei laboratori di Wuhan. Anche allora il problema non era trasformare un sospetto in una certezza, ma impedire che la mancanza di trasparenza diventasse un ostacolo permanente alla conoscenza.
L’Oms, del resto, non dispone di poteri ispettivi illimitati: non può entrare autonomamente in un laboratorio, acquisire campioni o interrogare il personale senza la collaborazione delle autorità nazionali. Ma proprio per questo dovrebbe rendere ancora più esplicito il confine tra una dichiarazione governativa e un fatto verificato. Nel bollettino offre supporto tecnico alla Russia e chiede ulteriori informazioni, comprese quelle cliniche, epidemiologiche e di laboratorio. Non dice però se abbia ottenuto accesso diretto ai campioni o se sia stata prospettata una verifica sul posto. Non è la prova che l’Oms abbia rinunciato a pretenderla; è una lacuna che avrebbe dovuto chiarire.
Se l’Oms non ha potuto verificare i dati russi, non ha identificato l’agente e non può escludere un’esposizione in laboratorio, allora non dovrebbe limitarsi a riferire la versione di Mosca. Dovrebbe trarne le conseguenze: livello di attenzione elevato, misure di precauzione verso la Russia, richiesta formale di accesso ai campioni e ai dati. Non significa muovere un’accusa, ma adottare un atteggiamento prudente quando non ci sono sufficienti garanzie di trasparenza. Proprio per evitare un nuovo caso Cina.