Le tecnologie digitali hanno trasformato profondamente la società, ampliando le opportunità di comunicazione, conoscenza e progresso. Ma il loro impatto sulla salute, soprattutto quella di bambini e adolescenti, solleva interrogativi sempre più urgenti. E mentre smartphone, social media e intelligenza artificiale entrano in ogni ambito della vita quotidiana, le misure per proteggere la salute dei cittadini non riescono a tenere il passo con la rapidità dell’innovazione.
È il monito lanciato da The Lancet in un editoriale pubblicato nei giorni scorsi che accompagna una nuova serie di articoli dedicati ai determinanti digitali della salute, per porre le basi a un approccio di sanità pubblica che riconosca i sistemi digitali come determinanti strutturali della salute, collochi la tutela della salute al centro del progresso tecnologico e delinei un percorso verso una governance digitale orientata all’interesse pubblico
Il punto di partenza è un cambiamento strutturale: i sistemi digitali non rappresentano più soltanto strumenti di comunicazione o accesso alle informazioni, ma contribuiscono a determinare le condizioni in cui le persone vivono, lavorano e si relazionano. Per questo, sottolinea la rivista, devono essere considerati veri e propri determinanti della salute, al pari di altri fattori sociali e ambientali.
Bambini e adolescenti, i rischi emergono dall’analisi di quasi 9 milioni di giovani
Uno dei principali approfondimenti della serie riguarda l’associazione tra utilizzo dei media digitali e salute di bambini e adolescenti, particolarmente vulnerabili perché ancora in fase di sviluppo neurobiologico ed esposti alle tecnologie fin dalla prima infanzia.
Come evidenzia uno degli studi della serie, richiamato nell’editoriale, l’analisi di 121 revisioni sistematiche, che comprendono complessivamente quasi 9 milioni di bambini e giovani, restituisce un quadro preoccupante: i risultati sfavorevoli associati all’utilizzo dei media digitali sono più frequenti di quelli positivi, rappresentando il 71% dei risultati relativi ai bambini tra 0 e 10 anni e l’80% di quelli riguardanti adolescenti e giovani tra 10 e 24 anni. Tra queste figurano peggiori condizioni di salute mentale e benessere psicologico, solitudine, disturbi del sonno, riduzione dell’attività fisica, obesità, autolesionismo e ideazione suicidaria.
The Lancet precisa, tuttavia, che gli effetti dell’utilizzo dei media digitali non sono uniformemente negativi e che le evidenze disponibili presentano ancora limiti importanti. I rischi variano infatti in relazione all’età, ai contenuti, alle modalità di utilizzo, alle caratteristiche individuali e alla progettazione delle piattaforme. Le associazioni osservate, inoltre, non dimostrano necessariamente un rapporto di causa-effetto. Ma, avverte la rivista, la necessità di ulteriori studi non può diventare un motivo per rinviare interventi precauzionali proporzionati.
Il caso Australia: vietare i social ai minori non basta
L’editoriale richiama anche l’esperienza dell’Australia, primo Paese ad aver introdotto, nel dicembre 2025, restrizioni per impedire ai minori di 16 anni di creare o mantenere account su alcune delle principali piattaforme social, tra cui Facebook, Instagram, TikTok e Snapchat. Secondo una ricerca, finora il provvedimento avrebbe avuto effetti limitati sull’utilizzo dei social media da parte degli under 16, anche per le difficoltà di applicazione delle norme e la possibilità di aggirare le restrizioni attraverso account falsi o browser con navigazione privata.
Per The Lancet, dunque, fissare un limite di età non è sufficiente. Occorre intervenire anche sui meccanismi di progettazione che favoriscono la dipendenza, sulla pubblicità mirata, sulla raccolta dei dati personali e sugli incentivi commerciali che orientano il funzionamento delle piattaforme: “La cooperazione globale e una risposta adattiva alle evidenze in rapida evoluzione saranno fondamentali”.
Dall’intelligenza artificiale alle disuguaglianze digitali
L’editoriale richiama anche il ruolo dell’intelligenza artificiale generativa, che può allontanare le persone dalla realtà pur offrendo, in alcuni casi, sostegno emotivo e compagnia. Al tempo stesso, sottolinea The Lancet, l’utilizzo di questi sistemi comporta il rischio che le informazioni più personali condivise dagli utenti vengano messe a disposizione delle grandi aziende tecnologiche.
I giovani, inoltre, non sono gli unici soggetti vulnerabili. Gli anziani con minori competenze digitali possono essere maggiormente esposti a disinformazione, frodi ed esclusione digitale. Le persone con disabilità e quelle neurodivergenti possono invece essere penalizzate da sistemi poco accessibili o da processi decisionali algoritmici, ad esempio, nell’accesso alle prestazioni sociali e nelle procedure di assunzione.
Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda infine le disuguaglianze socioeconomiche. Il divario digitale non dipende soltanto dalla possibilità di accedere alle nuove tecnologie, ma anche dalla diversa esposizione ad ambienti online potenzialmente dannosi, come quelli legati al gioco d’azzardo, ai prodotti nocivi per la salute, ai servizi finanziari predatori e alla pubblicità che sfrutta le vulnerabilità degli utenti.