Anticipare la somministrazione della vasopressina nei pazienti con shock settico, una condizione potenzialmente letale, non sembra offrire vantaggi in termini di sopravvivenza, durata del ricovero ospedaliero e recupero clinico rispetto a una strategia che prevede l’introduzione del farmaco in una fase successiva, qualora le condizioni del paziente peggiorino.
È quanto emerge da un nuovo studio condotto dai ricercatori dell’Intermountain Health di Salt Lake City, negli Stati Uniti, pubblicato su JAMA.
La ricerca, denominata VASSPR (Vasopressin for Septic Shock Pragmatic), ha coinvolto 3.959 pazienti adulti con shock settico ricoverati in 13 ospedali dello Utah e dell’Idaho, confrontando due diverse strategie di trattamento con vasopressina. I risultati non hanno evidenziato differenze clinicamente rilevanti negli esiti considerati, fornendo nuove indicazioni per orientare le decisioni terapeutiche nei pazienti in condizioni critiche.
La sepsi rappresenta una delle emergenze mediche più frequenti e gravi. Negli Stati Uniti colpisce circa 1,7 milioni di persone ogni anno e si verifica quando la risposta dell’organismo a un’infezione provoca danni ai tessuti e agli organi. Lo shock settico costituisce una delle sue manifestazioni più severe: l’eccessiva dilatazione dei vasi sanguigni determina una riduzione pericolosa della pressione arteriosa, compromettendo l’apporto di sangue e ossigeno a organi vitali come cervello, reni e cuore. La sepsi è inoltre una delle principali cause di ricovero in terapia intensiva e comporta costi assistenziali particolarmente elevati per il sistema sanitario statunitense. Da qui l’importanza, sottolineata dai ricercatori, di definire strategie terapeutiche basate sulle evidenze scientifiche.
Vasopressina: il problema non è se utilizzarla, ma quando
Nel trattamento dello shock settico, i medici utilizzano farmaci vasopressori per restringere i vasi sanguigni e riportare la pressione arteriosa a livelli adeguati, consentendo agli organi di continuare a funzionare mentre viene trattata l’infezione sottostante. La vasopressina, un ormone prodotto naturalmente dall’organismo e utilizzato anche come farmaco, può essere aggiunta alla terapia vasopressoria iniziale quando questa non è sufficiente a mantenere un’adeguata pressione sanguigna.
“La questione non era se la vasopressina funzionasse. Sappiamo già che può contribuire ad aumentare la pressione sanguigna nei pazienti con shock settico. La questione è quando dovrebbe essere aggiunta agli altri vasopressori”, ha spiegato Ithan D. Peltan, ricercatore principale dello studio e medico intensivista dell’Intermountain Health.
Nella pratica clinica, alcuni specialisti iniziano a somministrare vasopressina relativamente presto, quando la pressione arteriosa del paziente comincia a diventare difficile da controllare. Altri preferiscono attendere che siano necessarie dosi più elevate degli altri farmaci vasopressori.
“Per anni i medici hanno saputo quali farmaci utilizzare per lo shock settico, ma c’erano poche evidenze su quando aggiungere la vasopressina dopo la terapia vasopressoria iniziale”, ha osservato Peltan.
Lo studio su 3.959 pazienti: risultati simili con le due strategie
Lo studio VASSPR è stato condotto tra febbraio 2024 e luglio 2025 in 13 ospedali dell’Intermountain Health, nello Utah e nell’Idaho. I ricercatori hanno confrontato le raccomandazioni adottate a livello ospedaliero per l’introduzione precoce o più tardiva della vasopressina, valutando gli esiti clinici nei 28 giorni successivi.
Dall’analisi non sono emerse differenze rilevanti tra i due gruppi. La sopravvivenza, il tempo trascorso in vita e fuori dall’ospedale e gli altri indicatori di recupero sono risultati simili, indipendentemente dal momento in cui veniva avviato il trattamento con vasopressina.
Nel gruppo sottoposto alla strategia di trattamento precoce sono stati osservati tassi leggermente più elevati di shock cardiogeno, ma secondo i ricercatori questa differenza non ha avuto un impatto significativo sugli esiti rilevanti per i pazienti.
“Questo studio risponde direttamente a una domanda frequente nella pratica clinica, che riguarda migliaia di pazienti ogni anno: è sicuro aspettare per vedere se la sepsi di un paziente peggiora prima di somministrare infusioni costose che potrebbero non essere necessarie? Il nostro studio ha dimostrato che lo è”, ha affermato Peltan.
Nuove evidenze per le decisioni terapeutiche e l’utilizzo delle risorse
Oltre ai risultati clinici, lo studio VASSPR rappresenta, secondo i ricercatori, un esempio delle potenzialità della ricerca condotta direttamente nell’ambito dell’assistenza ordinaria. L’integrazione di sperimentazioni cliniche su larga scala nella pratica ospedaliera consente infatti di affrontare quesiti terapeutici rilevanti in contesti reali, rendendo più efficiente la produzione di evidenze scientifiche.
L’infrastruttura sviluppata per VASSPR è già utilizzata dall’Intermountain Health per avviare ulteriori studi clinici dedicati a problematiche che medici e infermieri affrontano quotidianamente nell’assistenza ai pazienti. “Sperimentazioni come questa hanno il potenziale per produrre cambiamenti significativi e orientarci su questioni complesse alle quali è difficile rispondere con gli studi clinici tradizionali”, ha sottolineato Peltan.
Secondo gli autori, i risultati potranno contribuire alla definizione delle future linee guida cliniche e offrire ai medici maggiori elementi per decidere quando introdurre la vasopressina nel trattamento dello shock settico.
“In sanità, i risultati che dimostrano che un trattamento non deve necessariamente essere utilizzato precocemente sono spesso importanti quanto quelli che sostengono una nuova terapia”, ha concluso Peltan. “Il nostro studio suggerisce che gli ospedali possono adottare un approccio più prudente, contribuendo a garantire cure efficaci e un utilizzo oculato delle risorse”.