I tumori cerebrali sono spesso difficili da trattare, proprio per la loro posizione e il loro legame con quello che è forse l’organo più complesso, e di cui meno sappiamo, all’interno dell’organismo. Per questo, scoprire nuovi metodi per trasportare farmaci efficaci alle sole cellule malate all’interno del cervello. Proprio in questa direzione va anche l’ultimo studio della Johns Hopkins University, che su Science Translational Medicine spiega come i suoi bioingegneri siano riusciti a creare delle nanoparticelle che possono infilarsi in maniera efficace e sicura negli strati più profondi dell’organo, e di come le abbiano testate con successo su roditori e tessuti umani.
Dopo la rimozione di un tumore cerebrale, lo standard terapeutico prevede che si facciano cicli di chemioterapia direttamente sull’organo, in modo da tentare di eliminare le cellule tumorali che non si è riusciti ad eliminare con la chirurgia. Tuttavia, di solito, questo tipo di trattamento non ha grandissimo successo, in parte anche perché è difficile somministrare dosi di farmaco abbastanza grandi da penetrare nel tessuto perché siano efficaci, ma abbastanza piccole da non essere pericolose per il paziente. Le nanoparticelle ideate dagli scienziati statunitensi vogliono risolvere proprio questo problema: sono piccolissime, delle dimensioni di un millesimo del diametro di un capello umano, e possono trasportare quantità piccole di farmaco, ma in maniera costante in un certo periodo di tempo.
Quelle della Johns Hopkins tuttavia non sono certo le prime nanoparticelle sviluppate a questo scopo. Ma cos’hanno allora di diverso dalle altre? Se prima il farmaco veniva intrappolato in molecole sferiche che si disgregavano pian piano superando gli strati cerebrali – con la controindicazione però che non potevano andare veramente in profondità – le nuove nanoparticelle sono invece rivestite di una guaina di plastica (polyethylene glicol, o PEG) testata clinicamente e idrosolubile. In questo modo le particelle prima di rilasciare il farmaco potevano raggiungere una profondità maggiore all’interno del cervello. “Siamo contenti di aver trovato un modo che ci permetta di evitare che il farmaco rimanga ‘incastrato’ nei tessuti e possa invece diffondersi all’interno dell’organi”, ha spiegato Justin Hanes, direttore del Johns Hopkins Center for Nanomedicine.
Per dimostrare l’efficacia del metodo gli scienziati li hanno testati sui topi, con un farmaco chiamato paclitaxel: come pensavano, hanno osservato che le nanoparticelle non rivestite di PEG si muovevano poco, mentre quelle che presentavano l’involucro risultavano meglio distribuite. “La cosa veramente bella è che ora abbiamo veicoli che possono portare fino a cinque volte più principi attivi, che possono rilasciarli fino a tre volte più a lungo e penetrare più in profondità all’interno del cervello”, ha spiegato Elizabeth Nance, co-autrice dello studio. “Il prossimo passo è quello di comprendere se questo ci permette effettivamente di rallentare lo sviluppo del tumore, o la sua ricomparsa”.
Ma secondo gli scienziati lo stesso strumento potrebbe essere usato anche per curare altre patologie del cervello, come sclerosi multipla, ictus, Alzheimer, Parkinson o addirittura curare traumi cerebrali.
Laura Berardi