In un bell’editoriale di metà gennaio, dalla consueta esposizione chiara, coraggiosa e intelligente, Ernesto Galli Della Loggia si sofferma sul funzionamento del MUR, o meglio su ciò che del suo funzionamento oggi risulta visibile. In particolare, sul modo in cui la responsabile politica del dicastero appare circondata da un «gruppo oligarchico che finisce così per saldare intorno al ministro un soffocante circuito d’influenza con il risultato di isolarlo, di paralizzarne ogni autonoma capacità di decidere, di contare e di agire: e alla fine oscurandone del tutto anche l’immagine pubblica».
Il riferimento è a quella riforma dell’Università che, pur essendo impellente e decisiva per la cultura della Nazione e per lo sviluppo del Paese, continua a essere di fatto boicottata. Una riforma che si trascina da anni, evocata nei programmi, richiamata nei discorsi ufficiali, ma sistematicamente rinviata nel momento in cui dovrebbe tradursi in atti concreti.
Così come sta accadendo per il necessario rinsavimento del rapporto tra sistema universitario e Servizio sanitario nazionale, la ministra Bernini – osserva Galli Della Loggia – «ha bisogno cioè di ascoltare il consiglio di persone esperte». Ed è qui che si alza «l’ultima barriera, in genere invalicabile, sulla via di ogni sospirata riforma di qualsivoglia parte della macchina statale italiana: gli “esperti”».
Esperti che, su due temi fondamentali, lasciano vivacchiare le altrettanto sedicenti ventisette Aziende ospedaliero-universitarie, con grave disagio per il Paese e per la formazione universitaria, abbandonata a un abuso procedurale tanto diffuso quanto opaco. Un imbarazzo per il ministro, perpetrato da chi può vantare un passato di ruoli e incarichi, ma certamente non un presente ricco di quei saperi, di quella visione e di quella responsabilità necessari a costruire il futuro dell’Università italiana e a garantire una certezza erogativa – assistenziale, didattica e di ricerca – a strutture che oggi esistono spesso solo sulla carta o nella retorica amministrativa.
Il risultato è scontato: anche l’Università, al pari del sistema universitario votato a divenire SSN a mente del d.lgs. 517/1999, finisce intrappolata in un sistema che premia l’inerzia, tutela le posizioni acquisite e scoraggia ogni tentativo di riforma autentica. E dire, che per quanto le AOU è sufficiente spingere seguendo le regole dell’anzidetta riforma nel 1999.
A ben vedere, un Paese istituzionale in mano a chi non sa, non vuole e non vorrà mai, spesso a causa di invereconde aspettative. Un sistema in cui la parola “esperto” non designa più una competenza riconosciuta e verificabile, ma diventa un titolo autoattribuito, funzionale alla conservazione dello status quo.
Eppure, senza una scelta politica chiara, senza il coraggio di rompere quel circuito autoreferenziale che soffoca le decisioni e deresponsabilizza i vertici, non vi sarà alcuna riforma possibile. Né dell’Università, né del suo rapporto con la sanità, né della formazione delle future classi dirigenti del Paese. Continuare a rinviare significa accettare il declino come destino. E questa, più che una colpa degli “esperti”, rischia di diventare una responsabilità storica della politica.
Ettore Jorio