Aziende ospedaliere universitarie: l’emendamento “promozione senza esami”

Aziende ospedaliere universitarie: l’emendamento “promozione senza esami”

Aziende ospedaliere universitarie: l’emendamento “promozione senza esami”

Un emendamento alla manovra vorrebbe riconoscere come "universitarie" 27 aziende ospedaliere che da 25 anni non hanno ottenuto i previsti decreti di autorizzazione, una "sanatoria" che rischia di minare la qualità dell'assistenza e della formazione.

Il mondo della sanità ospedaliera sta vivendo una situazione, a dir poco, imbarazzante. A dirlo con chiarezza è una nota di ieri a firma dell’Anaao-Assomed, a margine di un emendamento (pare il 63.78), presentato dal solito parlamentare, iperattivo ma di penna, Claudio Lotito.

L’emendamento fa ciò che non si può, ma soprattutto ciò che non si deve assolutamente fare per ricostruire una organizzazione sanitaria assai malata, impegnata nell’assurdo progetto delle Università, pubbliche e private, di occupare ad libitum l’assistenza ospedaliera. Quella assistenza ospedaliera universitaria trascurata nella corretta applicazione delle regole per un quarto di secolo e oggi in un recupero iperattivo, ma tentato male. Ciò per la irresponsabile trascuratezza ultraventennale della corretta disciplina insediata nel d.lgs. 517/1999, con la conseguenza di una conclamata inattività di chi doveva introdurre le AOU nel Ssn, di chi doveva autorizzarle preventivamente nella loro costituzione giuridica e di chi doveva gestirle insediando i saperi universitari nel circuito assistenziale ordinario.

Conseguentemente, ad oggi – a 25 anni dalla regolazione specifica – ne esistono solo 2 e mezzo di AOU regolarmente costituite: quella di Udine (2006), quella di Salerno (2013) e (quasi) quella di Tor Vergata, cui ha dato parere positivo la Conferenza Stato-Regioni appena lo scorso mese di ottobre.

A fronte di queste tre titolate, ci sono 27 aziende ospedaliere in cerca di divenire universitarie che, con l’emendamento Lotito, tentano il botto della promozione senza esami.

Su tale tema, a fronte dei buoni impegnativi auspici dei due ministri Bernini e Schillaci, di portare avanti un percorso di loro serio riconoscimento all’ingrosso, attraverso l’impegno del Gruppo di Lavoro presieduto dal prof. Miscusi, costituito con DM n. 607 dell’8 agosto scorso, ecco il solerte deputato Lotito che, con uno spunto alla Chinaglia, manda a gambe in aria la volontà dei due ministri di privilegiare le regole ricorrendo alle ricorrenti “sanatorie” a tutto campo, meglio alle vittorie a tavolino.

Butta dentro la legge di bilancio per il 2026 un emendamento che mischia la maionese con i maccheroni zeppi di buon cacio. Al di là dell’ilarità che provoca l’iniziativa, essa genera serie preoccupazioni, tanto da battere i sapori orripilanti generati dalla combinazione di cui sopra, per il tentativo di creare nel sistema salute uno scompiglio generale, che butta nell’immondizia i buoni criteri applicativi dei decreti delegati del 1999.

Il risultato di una tale incomprensibile incursione è una sensazione sgomenta, che costituisce la naturale reazione di chi sa un po’ di leggi, di organizzazione sanitaria, di diritto alla salute, di rispetto delle regole costituzionali. Il risultato è la dimostrazione di una sopravvenuta pratica orripilante dell’esercizio legislativo à la carte.

Ma vediamo la (tanto) discutibile iniziativa emendativa alla legge di bilancio 2026, che – tra l’altro – con l’anzidetta legge non c’azzecca affatto.

È contraddistinta con l’articolo 63-bis, dal titolo (Disposizioni urgenti in materia di sanità), che mette seriamente in discussione il concetto di urgenza suscitando non poche ilarità, che nel comma 4, vede il presentatore dell’emendamento effettuare un fantasioso dribbling che neppure la buonanima di Luciano Re Cecconi avrebbe saputo fare: comma «4. Nelle more della revisione della disciplina delle aziende ospedaliero-universitarie, le aziende ospedaliere del servizio sanitario regionale che abbiano stipulato appositi protocolli d’intesa con le università del territorio, che prevedano lo svolgimento di attività integrate di assistenza, ricerca e didattica, continuano ad operare sulla base delle disposizioni del d.lgs. 21 dicembre 1999 n. 517, anche in assenza del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri previsto dall’art. 2, comma 2, del medesimo decreto legislativo e restano salvi in ogni caso i rapporti giuridici sorti in attuazione dei protocolli.»

Un normale operatore del diritto, leggendolo, avrebbe immediatamente dissentito. Per due ordini di motivi: a) a pensare cosa possa azzeccarci un tentativo di regolazione simile con la legge di bilancio; b) a supporre di sanare l’insanabile, meglio a riconoscere le sedicenti 27 AOU presenti sul territorio – incapaci ad ottenere per 25 anni il previsto Dpcm di riconoscimento come tali – idonee all’ingrosso a garantire sia l’assistenza che la formazione universitaria, considerando che le stesse hanno trovato il modo per un quarto di secolo di ottenere i dovuti riconoscimenti in modalità ordinaria.

Ma si sa, in questo Paese si può tutto e non si dovrebbe, così come avviene con le leggi di bilancio che sono cose serissime e non già autobus dove fare salire chiunque, anche senza il biglietto della correttezza legislativa e il rispetto della Costituzione. Non si possono usare le leggi come tram per dare passaggi ad artefici di malefatte, specie quando da queste ne va della salute delle persone.

Un consiglio? Nessuno, con la certezza che una orripilanza simile non troverà spazio legislativo in Parlamento, altrimenti saremmo costretti a cambiargli anche il nome.

Ettore Jorio

10 Dicembre 2025

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