Miliardi di persone nel mondo soffrono di carenze di vitamine e minerali essenziali, una condizione spesso definita “fame nascosta” che può compromettere la salute, aumentare la mortalità, ostacolare lo sviluppo dei bambini e ridurre la produttività economica. Un problema sanitario globale che colpisce soprattutto i Paesi a basso e medio reddito, ma che interessa, seppure con caratteristiche diverse, anche le popolazioni dei Paesi più avanzati.
A richiamare l’attenzione sul fenomeno è l’Ocse, nel nuovo rapporto Good Practice Principles for Regulating Large-Scale Food Fortification: Advancing Nutrition for Health, Productivity and Growth, che analizza le strategie per contrastare le carenze di micronutrienti attraverso la fortificazione alimentare su larga scala, vale a dire l’aggiunta di vitamine e minerali agli alimenti di largo consumo durante i processi produttivi.
Il messaggio centrale del documento è che la fortificazione alimentare può rappresentare uno degli interventi di sanità pubblica più convenienti sul piano economico, ma la sua efficacia dipende dalla capacità dei governi di costruire sistemi normativi adeguati, garantire controlli e raggiungere effettivamente le popolazioni più vulnerabili.
Un problema sanitario che costa miliardi
Le carenze di micronutrienti sono associate a un aumento della mortalità e della morbilità, a esiti sfavorevoli della gravidanza, a ritardi della crescita infantile e a una riduzione delle capacità cognitive e produttive nell’età adulta.
Le conseguenze sono particolarmente pesanti nelle popolazioni più povere, dove le diete sono spesso basate prevalentemente su alimenti economici, come cereali e altri prodotti di base, che non sempre assicurano un apporto sufficiente di nutrienti essenziali.
L’impatto si estende ben oltre la salute individuale. La malnutrizione comporta infatti maggiori costi sanitari, una riduzione della capacità lavorativa e perdite economiche che possono condizionare lo sviluppo dei Paesi.
Il rapporto richiama una stima della Banca mondiale secondo cui la mancata azione contro la denutrizione potrebbe determinare perdite di produttività economica pari a 21.000 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni. Una valutazione riferita al fenomeno più ampio della denutrizione, che evidenzia le dimensioni economiche delle politiche nutrizionali.
Per l’Ocse, affrontare le carenze di micronutrienti non è quindi soltanto una questione sanitaria, ma anche una condizione per favorire crescita economica, istruzione e riduzione delle disuguaglianze.
Fortificazione alimentare: ogni dollaro investito può generarne 27
Una delle strategie più diffuse consiste nell’aggiungere micronutrienti essenziali agli alimenti consumati abitualmente dalla popolazione.
Tra gli esempi più consolidati figurano l’aggiunta di iodio al sale, di ferro e acido folico alle farine e di vitamina A agli oli alimentari.
Secondo i dati richiamati dall’Ocse, nel 2023 oltre 100 Paesi prevedevano l’iodizzazione obbligatoria del sale, mentre circa la metà dei Paesi del mondo imponeva la fortificazione della farina di frumento. Diversi Stati hanno inoltre introdotto obblighi per gli oli alimentari e la farina di mais, mentre la fortificazione del riso risulta meno diffusa.
I vantaggi potenziali sono rilevanti anche dal punto di vista economico.
Il rapporto cita una stima elaborata da Unicef, Gates Foundation e Usaid secondo la quale ogni dollaro investito nella fortificazione alimentare può produrre un ritorno economico stimato di 27 dollari, attraverso la prevenzione delle malattie, il miglioramento delle condizioni di salute e l’aumento della produttività.
Un rapporto costi-benefici particolarmente favorevole, che tuttavia non può essere considerato automaticamente valido in qualsiasi contesto: i risultati dipendono dalle caratteristiche delle popolazioni, dall’organizzazione della produzione alimentare e dalla concreta attuazione dei programmi.
Uno dei principali vantaggi della fortificazione è che, a differenza di altre strategie nutrizionali, non richiede necessariamente un cambiamento delle abitudini individuali per aumentare l’apporto di micronutrienti.
Le sei raccomandazioni dell’Ocse ai governi
Il rapporto individua sei principi fondamentali per rendere efficaci le politiche di fortificazione alimentare.
Il primo riguarda la necessità di basare gli interventi sulle evidenze scientifiche. Prima di introdurre obblighi o incentivi, i governi devono conoscere la diffusione delle carenze nutrizionali, individuare le popolazioni maggiormente esposte e analizzare le abitudini alimentari.
Il secondo principio riguarda la qualità della regolamentazione. Le norme devono essere integrate nelle politiche nazionali di salute pubblica, coerenti con gli standard internazionali e periodicamente aggiornate.
Il terzo punta a ridurre gli ostacoli all’accesso al mercato degli alimenti fortificati, semplificando le procedure amministrative e autorizzative, soprattutto per le piccole e medie imprese.
Il quarto richiede sistemi di vigilanza efficaci, con controlli basati sul rischio, laboratori accreditati e un coordinamento tra le autorità competenti.
Il quinto si concentra sulla formazione degli operatori e degli ispettori e sull’utilizzo di strumenti di controllo proporzionati, capaci di favorire il rispetto delle norme.
Infine, il sesto principio richiama la necessità di rendere coerenti le politiche sanitarie con quelle economiche, commerciali e sociali, anche attraverso strumenti di sostegno alla produzione e all’accessibilità degli alimenti fortificati.
L’obiettivo è evitare che programmi potenzialmente efficaci sulla carta non producano risultati concreti in termini di salute pubblica.
Il rischio: alimenti fortificati che non raggiungono chi ne ha bisogno
Uno degli aspetti più significativi dell’analisi riguarda la distanza che può esistere tra l’introduzione di una norma e il suo effettivo impatto sanitario.
L’Ocse sottolinea che rendere obbligatoria la fortificazione di un alimento non garantisce automaticamente il miglioramento dello stato nutrizionale della popolazione.
Un programma può fallire, ad esempio, se viene selezionato un alimento poco consumato dai gruppi più vulnerabili, se i costi produttivi aumentano eccessivamente o se una parte rilevante del mercato alimentare è costituita da piccoli produttori che non riescono ad adeguarsi alle nuove regole.
Particolarmente emblematico è il caso di un progetto pilota di fortificazione del riso in Madagascar, richiamato nel rapporto. L’utilizzo di ingredienti fortificati importati e il peso delle imposte hanno determinato un aumento del prezzo finale di circa il 20%, rendendo il prodotto economicamente inaccessibile per gran parte dei consumatori e poco sostenibile per numerosi produttori.
Una dimostrazione di come un intervento tecnicamente efficace possa perdere gran parte della propria utilità sanitaria quando non si considerano adeguatamente le condizioni economiche e sociali.
Per questo l’Ocse invita a valutare anche strumenti come gli acquisti pubblici di alimenti fortificati, l’inserimento di questi prodotti nei programmi di protezione sociale e gli incentivi mirati alle imprese.
Europa: le carenze riguardano soprattutto gruppi specifici
Il documento dedica attenzione anche alle differenze tra le varie aree geografiche.
Nei Paesi europei il problema presenta caratteristiche differenti rispetto a quello osservato nelle nazioni a basso reddito.
Richiamando valutazioni dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), l’Ocse osserva che apporti insufficienti di ferro, calcio, vitamina D, folati e iodio si riscontrano soprattutto in specifici sottogruppi della popolazione.
Di conseguenza, le politiche nutrizionali devono essere costruite sulla base di dati epidemiologici dettagliati, evitando interventi indiscriminati che non rispondano a bisogni effettivamente documentati.
Particolare attenzione deve essere rivolta alle donne in età fertile, alle donne in gravidanza, ai bambini e agli altri gruppi che presentano maggiori rischi di carenze nutrizionali.
Tra le esperienze europee illustrate figura quella della Finlandia, dove per la fortificazione degli alimenti non è richiesta una specifica autorizzazione preventiva, ma una notifica all’autorità competente contenente informazioni sui nutrienti aggiunti, sul prodotto e sull’etichettatura.
Un modello che l’Ocse richiama come esempio di semplificazione amministrativa e regolazione proporzionata al rischio.
Italia, il caso della Campania tra le buone pratiche sui controlli
Nel rapporto trova spazio anche un’esperienza italiana, quella della Regione Campania, citata nell’ambito delle strategie innovative per migliorare la vigilanza sulla sicurezza alimentare.
Si tratta del sistema digitale GISA Self-assessment, uno strumento di autovalutazione che consente alle imprese alimentari di utilizzare le liste di controllo impiegate dalle autorità sanitarie per individuare autonomamente eventuali criticità nelle proprie strutture e procedure.
Il sistema permette di simulare una verifica e di ottenere una valutazione del livello di rischio. È accessibile anche a utenti esterni che desiderino conoscere preventivamente i requisiti sanitari necessari per avviare un’attività.
L’Ocse presenta questa esperienza come esempio di approccio preventivo e di supporto alla conformità normativa. Non si tratta di un programma specifico di fortificazione alimentare, ma di una buona pratica nel campo della sicurezza e dei controlli che può offrire indicazioni utili anche per la regolazione degli alimenti fortificati.
Più in generale, il rapporto evidenzia l’importanza di passare da sistemi di controllo prevalentemente basati sulle sanzioni a modelli preventivi che concentrino le verifiche sulle attività a maggiore rischio.
Attenzione: la fortificazione non sostituisce una dieta sana
Il documento richiama infine un principio fondamentale: la fortificazione degli alimenti non deve trasformarsi in uno strumento per incentivare il consumo di prodotti nutrizionalmente poco salutari.
L’aggiunta di vitamine e minerali non giustifica infatti l’aumento dell’assunzione di sale, zuccheri o grassi, né deve diventare un incentivo al consumo di bevande zuccherate, cereali ad alto contenuto di zuccheri o snack ultra-processati.
Occorre inoltre evitare tanto il rischio di apporti insufficienti quanto quello di dosaggi eccessivi, attraverso standard scientificamente fondati, controlli di qualità e monitoraggi periodici.
La fortificazione deve quindi essere considerata uno strumento complementare, e non sostitutivo, rispetto a un’alimentazione sana ed equilibrata, all’educazione nutrizionale e agli interventi di supplementazione quando necessari.
In conclusione, il messaggio dell’Ocse è che contrastare la fame nascosta richiede una strategia integrata di sanità pubblica. Non basta stabilire per legge quali vitamine aggiungere agli alimenti: occorre conoscere i bisogni nutrizionali della popolazione, verificare che gli interventi raggiungano chi ne ha davvero bisogno e misurare nel tempo i benefici sulla salute.
Una sfida che riguarda la prevenzione delle malattie, ma anche la capacità dei sistemi sanitari e delle istituzioni di investire in interventi sostenibili e realmente efficaci.