Covid. Perché siamo in ritardo sul sequenziamento delle varianti?

Covid. Perché siamo in ritardo sul sequenziamento delle varianti?

Covid. Perché siamo in ritardo sul sequenziamento delle varianti?
Al momento, con una campagna vaccinale già fortemente avviata, l’unica incognita che potrebbe minare il miglioramento progressivo dell’attuale situazione epidemiologica è l’eventuale comparsa di nuove varianti resistenti ai vaccini. Eppure, nonostante la nascita di un Consorzio lo scorso 27 gennaio, ad oggi raggiungiamo un livello di sequenziamento inferiore rispetto all'obiettivo minimo fissato dall'Ecdc. Il problema potrebbe essere legato alla scarsità di risorse destinate a questa attività

"La circolazione di varianti che possono avere una maggiore trasmissibilità o eludere parzialmente la risposta immunitaria, che ha portato ad un inatteso aumento dei casi in paesi europei con alta copertura vaccinale, richiede un capillare tracciamento e sequenziamento dei casi. Il raggiungimento di una elevata copertura vaccinale ed il completamento dei cicli di vaccinazione rappresenta uno strumento indispensabile ai fini della prevenzione di ulteriori recrudescenze di episodi pandemici".
 
Questo il monito degli esperti nel report settomanale sul monitoraggio Covid in Italia.
 
Un concetto ripreso nel pomeriggio dal presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, che nel corso della conferenza stampa per fare il punto sulla situazione epidemiologica in Italia ha sottolineato: "La circolazione delle varianti va osservata con attenzione tramite tracciamento e sequenziamento. Con tutta l'Italia con incidenza sotto ai 50 casi ogni 100mila abitanti questo è possibile".
 
Sotto questo aspetto, almeno sulla carta, in Italia qualcosa si è mosso da tempo ma nella realtà la nostra attività di laboratorio è esigua rispetto a quella di altri Paesi europei. Lo scorso 27 gennaio veniva infatti annunciata la nascita di un Consorzio, promosso e sostenuto dal Ministero della Salute, e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, proprio con il compito di studiare la genetica del virus, individuare le varianti e prepararsi a future pandemie. “È possibile che alcune possano limitare la risposta del vaccino ma non minarne del tutto l’efficacia. Per affrontare la questione varianti serve una capacità di sequenziazione maggiore del virus”, spiegava il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza nel corso della conferenza stampa. 
 
Affermazioni, quelle di Rezza, che oggi potremmo rileggere sicuramente con occhi diversialla luce della situazione venutasi a creare negli ultimi mesi nel Regno Unito. Circa il 90% dei casi oltremanica è infatti ormai riconducibile alla variante Delta proveniente dall’India, molto più contagiosa della variante inglese oltre che più resistente ai vaccini in uso. I nuovi casi legati alla variante Delta sono cresciuti addirittura del 240% nelle ultime due settimane, passando da 12.431 a 42.323 casi totali. Un campanello d’allarme che ha portato non solo allo slittamento di un mese del venir meno delle restrizioni nel Regno Unito, ma anche ad una certa preoccupazione per il resto del continente europeo.
 
Al momento, con una campagna vaccinale già fortemente avviata, l’unica incognita che potrebbe minare il miglioramento progressivo dell’attuale situazione epidemiologica è l’eventuale comparsa di nuove varianti resisteneti ai vaccini. Da qui l’importanza di una loro tempestiva individuazione attraverso attività di laboratorio. Eppure, nonostante ciò, in Italia vengono sequenziati ancora pochi campioni derivati dai prelievi con tampone, quasi quindici volte in meno rispetto al Regno Unito.
 
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha fissato un obiettivo minimo di sequenziamento pari al 5 per cento dei casi rilevati ogni giorno con i test diagnostici. Eppure, secondo gli ultimi dati pubblicati dal portale per la condivisione dei dati genomici (Gisaid), l’Italia raggiunge appena lo 0,7 per cento tenendosi ben al di sotto della soglia stabilita dall’Ecdc. Per fare un paragone, nel Regno Unito è stato esaminato circa il 9,7 per cento dei tamponi totali.
 
Perché quindi questi avvertimenti sembrano essere caduto nel vuoto negli ultimi 5 mesi? Una possibile spiegazione è stata data nei giorni scorsi dal sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri: “Il consorzio non è partito ma la rete di laboratori è stata creata, sappiamo che si stanno aggregando e Iss sta facendo un ottimo lavoro, ma servono più fondi e mi sto battendo per raddoppiare i finanziamenti chiesti un mese fa”. 
 
Le parole di Sileri sembrano trovare conferma con le dichiarazioni ordierne di Rezza: "C'è una ferma volontà di stanziare un finanziamento per il sequenziamento. La prossima settimana avremo i risultati della nuova indagine rapida Iss sulle varianti in Italia, ma siamo lontani dai livelli inglesi di sequenziamento". Resta da capire come mai ci si sia resi conto solo a fine giugno della scarsità dei fondi messi a disposizione per un'attività di prevenzione fondamentale come questa.
 
Giovanni Rodriquez

Giovanni Rodriquez

18 Giugno 2021

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