Secondo la nuova analisi OCSE, nel 2023 si stima che 61 persone ogni 1.000 individui con più di 65 anni vivessero con una forma di demenza. Un dato che conferma il peso crescente della malattia nei sistemi sanitari dei Paesi industrializzati e la necessità di piani strutturali e aggiornati per affrontarla.
La revisione delle politiche in 29 Paesi OCSE mostra progressi, ma anche forti differenze nazionali. Negli ultimi dieci anni le strategie si sono evolute, con un’attenzione crescente verso tre fronti considerati decisivi: prevenzione, diagnosi precoce e percorsi di cura più coordinati.
Prevenzione: più attenzione ai rischi modificabili
Il rapporto evidenzia come sempre più Paesi stiano integrando nelle proprie strategie la prevenzione basata sui fattori di rischio modificabili. L’evidenza scientifica su attività fisica, alimentazione equilibrata, controllo cardiovascolare, gestione dell’udito, isolamento sociale e stimolazione cognitiva sta portando i governi a investire in campagne di informazione e programmi comunitari.
In questo ambito l’Italia ha avviato iniziative pubbliche di sensibilizzazione, ma il report non segnala ancora un piano nazionale coordinato dedicato alla prevenzione del rischio di demenza con interventi sistemici.
Diagnosi precoce: progresso lento e disomogeneo
Nonostante la crescente attenzione politica verso la diagnosi tempestiva, gli sforzi restano “limitati” secondo il report. In quasi tutti i Paesi continua a essere il medico di medicina generale a rappresentare il primo punto di contatto, ma la diagnosi formale è quasi sempre delegata agli specialisti. Solo 5 Paesi consentono ai GP di formulare una diagnosi ufficiale nei casi più lineari.
Il risultato è un percorso spesso frammentato, con tempi di attesa lunghi, scarsa standardizzazione degli strumenti e difficoltà di accesso alle memory clinic. L’Italia rientra tra i Paesi dove la diagnosi specialistica è indispensabile, senza supporti strutturati per accelerare il riconoscimento precoce.
Disturbi comportamentali: si rafforza la risposta clinica e formativa
Il rapporto segnala un’evoluzione importante: la gestione dei sintomi comportamentali e psicologici della demenza (BPSD) è ora più centrale nelle strategie nazionali, insieme alla formazione clinica e psicosociale del personale. Molti Paesi stanno investendo in:
- linee guida aggiornate per i BPSD
- programmi formativi rivolti a operatori sanitari e sociali
- riduzione dell’uso inappropriato di antipsicotici
L’Italia mostra progressi disomogenei tra regioni e servizi, senza una strategia nazionale formalizzata dedicata alla gestione dei BPSD.
Percorsi integrati e caregiver: si rafforza la rete dei servizi
Nella maggior parte dei Paesi OCSE è oggi riconosciuto il ruolo centrale dei caregiver familiari, con programmi di sostegno psicologico, formazione pratica e aiuti economici. Crescono inoltre le esperienze di percorsi di cura integrati, che uniscono servizi sanitari, sociali e comunitari attraverso:
- case manager dedicati
- punti unici di accesso
- progetti di comunità “dementia friendly”
- sostegno post-diagnosi
L’Italia è attiva nel campo dell’inclusione sociale e delle campagne pubbliche, ma continua a mancare una cornice nazionale strutturale sui percorsi integrati e sul sostegno ai caregiver, spesso lasciati all’iniziativa regionale o locale.
Italia: progressi visibili, ma necessari passi avanti
Dalla comparazione internazionale emergono tre priorità per il nostro Paese:
- Diagnosi più tempestive, attraverso strumenti standardizzati, formazione dei medici di base e percorsi chiari verso gli specialisti.
- Formazione del personale, sia sanitario che non sanitario (forze dell’ordine, operatori dei servizi, trasporti, banche), come già avviene in numerosi Paesi OCSE.
- Maggior coordinamento nazionale, includendo un registro di monitoraggio e linee guida uniformi per prevenzione, gestione dei BPSD e integrazione socio-sanitaria.