Diseguaglianze, democrazia, welfare e salute
Globalizzazione, concentrazione delle ricchezze, sviluppo delle diseguaglianze, pauperizzazione dei ceti medi e delle classi lavoratrici e finanziarizzazione del capitale, sempre più svincolato dalle basi produttive delle economie. Sembra una riedizione, in un contesto parzialmente diverso, degli anni trenta dello scorso secolo. Entrano in crisi i modelli di welfare e di sanità pubblica e le tutele sociali. Cosa proporre per la difesa dei diritti sociali e della sanità pubblica
Premessa: l’osservatorio Oxfam sulle dinamiche geo globali
Il rapporto Oxfam 2026, intitolato “Resisting the Rule of the Rich” (In Italia: “Nel baratro della disuguaglianza”), è stato presentato pochi giorni fa in occasione del “World Economic Forum” di Davos.
Il rapporto Oxfam 2026 evidenzia un’estrema concentrazione della ricchezza: i 12 miliardari più ricchi possiedono più della metà più povera della popolazione mondiale (oltre 4 miliardi di persone).
Anche in Italia, il 91% dell’incremento di ricchezza negli ultimi 15 anni è andato al 5% più ricco, evidenziando una profonda disuguaglianza economica. Tra il 2010 e il 2025, quindi, l’aumento della ricchezza è stato assorbito dal 5% più facoltoso, lasciando solo il 2,7% alla metà più povera delle famiglie.
La ricchezza globale dei miliardari a livello globale è aumentata del 16% nel 2025, raggiungendo il record storico di 18.300 miliardi di dollari. I miliardari hanno una probabilità 4.000 volte superiore rispetto al cittadino medio di ricoprire cariche politiche. La concentrazione della ricchezza ha anche un effetto sul clima globale, infatti, l’1% più ricco del mondo ha esaurito la propria quota annuale di emissioni di CO2 (per restare entro 1,5°C) in soli 10 giorni, entro il 10 gennaio 2026. Lo 0,1% lo ha fatto entro il 3 gennaio
Mentre la ricchezza corre, quasi metà della popolazione mondiale vive ancora in povertà e 1 persona su 4 soffre la fame. Solo 3 persone su 10 vivono oggi in democrazie, in netto calo rispetto a 1 su 2 nel 2004, con un aumento delle autocrazie. Le disuguaglianze estreme minacciano la stabilità sociale ed economica, evidenziando il fallimento delle politiche attuali nella distribuzione delle risorse.
La concentrazione di ricchezza mette a rischio la stabilità democratica e aggrava le disuguaglianze sociali, ostacolando l’accesso universale alla salute. Viene stimato che le scelte politiche, con la riduzione dei budget per aiuti internazionali, potrebbero causare oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030.
Figura 1 – Evoluzione della ricchezza dei miliardari globali dal 1987 a novembre 2025
Come è messa l’Italia? I dati ISTAT …
Secondo i dati ISTAT riferiti al 2024, la povertà assoluta in Italia coinvolge oltre 2,2 milioni di famiglie (8,4%) e 5,7 milioni di individui (9,8%), confermandosi su livelli storicamente elevati e sostanzialmente stabili rispetto al 2023. Il disagio colpisce maggiormente il Mezzogiorno (10,5%), i minori (13,8%) e le famiglie con stranieri, alimentando inuguaglianze e tagli ai consumi.
La povertà assoluta tra i minori si conferma al 13,8%, con oltre 1,29 milioni di bambini e adolescenti coinvolti. L’incidenza è più alta nel Mezzogiorno (10,5%) rispetto al Nord (7,9%) e Centro (6,5%). Le famiglie con almeno uno straniero presentano un rischio del 30,4%, contro il 6,3% delle famiglie di soli italiani.
La mobilità intergenerazionale in Italia è tra le più basse in Europa, posizionando il Paese al 34° posto nel “Social Mobility Index 2025 di Pictet Asset Management”. Secondo dati OCSE, possono servire fino a cinque generazioni (circa 150 anni) affinché discendenti di famiglie a basso reddito raggiungano il reddito medio, con il 55% del reddito individuale influenzato da quello paterno. Sebbene la mobilità sia maggiore rispetto agli USA, l’Italia si colloca nettamente al di sotto dei paesi scandinavi. Meno del 20% dei figli di genitori nel quartile più povero riesce a raggiungere il 25% più ricco, mentre il 30% rimane nella stessa posizione sociale. A conferma il 15,6% delle famiglie con persona di riferimento operaia è in povertà assoluta, a fronte del 2,9% tra i dirigenti/impiegati.
Nel 2023, oltre 2,8 milioni di famiglie (10,6%) erano in condizione di povertà relativa. A causa delle difficoltà economiche, il 31,1% delle famiglie ha ridotto i consumi alimentari e il 9,9% ha rinunciato a curarsi. La povertà colpisce anche chi lavora, con un’incidenza del 15,6% tra gli operai e del 18,7% tra le famiglie con minori in cui la persona di riferimento è un lavoratore dipendente.
Il rischio è sensibilmente più alto per le famiglie di soli stranieri, dove l’incidenza della povertà assoluta raggiunge il 35,2%, contro il 6,2% delle famiglie di soli italiani. Nel 2024, il 23,1% della popolazione complessiva era a rischio di povertà o esclusione sociale. Quasi 1 su 4 ….
Figura 2 – Distribuzione della ricchezza delle famiglie italiane dal 2010 al 2025

Dall’Osservatorio Caritas lo sviluppo delle povertà assoluta e relativa
Anche il rapporto Caritas 2025-26 segnala che in Italia la povertà assoluta è aumentata del 43,3% nell’ultimo decennio, coinvolgendo oltre 5,7 milioni di persone (2,2 milioni di famiglie). Interessa il 9,8% della popolazione, quindi 1 residente nel nostro Paese su 10. I minori restano la categoria più vulnerabile, con un’incidenza di povertà significativamente più alta rispetto alla media nazionale. Solo il 18% degli assistiti Caritas gode di un’occupazione stabile; la metà è disoccupata e una quota rilevante è composta dai cosiddetti “working poor” con contratti precari o irregolari.
Il report “Fuori campo” evidenzia disuguaglianze in crescita, povertà energetica e abitativa, con un forte impatto su minori e anziani, e una scarsa attenzione mediatica (solo il 2% dei servizi nei TG).
La povertà non è più un’emergenza temporanea, ma una condizione strutturale. Il numero di famiglie in povertà assoluta è cresciuto del 43% in 10 anni. Particolarmente colpite le famiglie con minori (circa 1,3 milioni di bambini in povertà assoluta) e gli anziani, che spesso rinunciano alle cure. Il 33% delle persone assistite segnala problemi abitativi, mentre il 15,7% soffre di vulnerabilità sanitaria. La povertà energetica è in aumento.
Il rapporto “Taglio basso” del gennaio 2026 ha evidenziato che la povertà è quasi assente dai telegiornali (2% dei servizi) e dai social media (0,8% dei post degli influencer), venendo spesso trattata con stereotipi.
Intanto il numero medio di incontri annuali per assistito Caritas è quasi raddoppiato rispetto al 2012, indicando una maggiore cronicizzazione della povertà. Il rapporto sollecita nuove alleanze tra pubblico, privato e terzo settore per costruire politiche inclusive e affrontare le disuguaglianze crescenti.
Figura – 3 – Principali richieste di aiuto alla Caritas nel 2025

Dalla Figura (3) si evince che le principali richieste a Caritas sono relative a farmaci (57,2%), visite mediche (28,9%), sussidi per spese sanitarie (11,2%) e cure odontoiatriche (9,9%).
Dal Rapporto CREA Sanità 2026: lo sviluppo della povertà sanitaria
Il 21° Rapporto Sanità del C.R.E.A. (gennaio 2026) evidenzia una grave crisi di equità nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano, con un aumento della spesa privata del 28,7% tra le fasce meno abbienti, rendendo il sistema iniquo e insostenibile. La rinuncia alle cure cresce a causa della spesa sanitaria privata che incide maggiormente sui nuclei meno abbienti e istruiti, segnando un peggioramento delle disuguaglianze regionali e sociali. La spesa sanitaria privata è aumentata notevolmente, con un impatto tre volte superiore sulle famiglie meno abbienti. L’incidenza media sui bilanci familiari ha raggiunto il 4,3%, arrivando al 6,8% per i meno istruiti. Si registra una “fuga” verso il privato e una rinuncia alle cure da parte di milioni di italiani, con oltre 5,8 milioni di persone che hanno rinunciato a prestazioni nel 2024.
Le disuguaglianze, in particolare la spesa privata, sono più accentuate nel Centro e nel Mezzogiorno.
Figura 4 – Finanziamento pubblico della spesa corrente sanitaria

Il Rapporto suggerisce un cambio di paradigma verso un “Sistema Salute” che integri il sociale, una governance “One Health” e una revisione dell’appropriatezza dei LEA per ridurre il razionamento implicito.
In sintesi, quindi, la spesa sanitaria a carico delle famiglie è raddoppiata negli ultimi 40 anni, raggiungendo circa 42 miliardi di euro. Oltre il 70% delle famiglie italiane paga prestazioni di tasca propria. Circa il 20% della spesa privata è sostenuto da famiglie in condizioni di povertà o disagio economico, che sono costrette a rivolgersi al privato per superare le difficoltà di accesso al Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Sono circa 2,5 milioni le persone che rinunciano alle cure mediche per motivi economici o per le lunghe liste d’attesa, configurando quella che viene definita un’emergenza sanitaria.
Il rapporto sottolinea come il SSN, pur non essendo al crollo totale, stia “arretrando” in termini di equità e universalità. Per ristabilire un’equità reale e sostenere il sistema, il rapporto stima la necessità di un incremento del finanziamento pubblico di almeno 40 miliardi di euro.
L’Italia “Paese delle fortune invertite”…
Sempre per Oxfam l’Italia viene definita il “Paese delle fortune invertite” per descrivere un sistema in cui la ricchezza non “percola” verso il basso, ma si concentra sistematicamente verso l’alto, bloccando l’ascensore sociale. Il Top 5% Possiede una ricchezza superiore a quella detenuta dal 90% più povero della popolazione. L’Italia presenta, quindi, una mobilità sociale inesistente: il 63% della ricchezza dei miliardari italiani è frutto di eredità, contro una media globale del 33%. Nel solo 2025, la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata a un ritmo di circa 150 milioni di euro al giorno.
Viene evidenziato come nel nostro Paese il lavoro non salvi più dal rischio di povertà, creando traiettorie di benessere familiare divergenti che si tramandano di generazione in generazione. Il nostro sistema fiscale è giudicato frammentato e iniquo, con condizioni più favorevoli per chi detiene alti redditi e grandi patrimoni rispetto ai lavoratori dipendenti. Il report esprime preoccupazione per la legge sull’autonomia differenziata, che rischierebbe di aumentare ulteriormente le disparità nell’accesso ai servizi pubblici tra i cittadini.
Come suddetto il rapporto Oxfam 2026 evidenzia un record di disuguaglianze in Italia, con una rapida crescita della ricchezza dei miliardari (+16% nel 2025) e un aumento allarmante della povertà assoluta, in particolare tra i minori. Volendo distinguere più chiaramente tra disuguaglianza di reddito e disuguaglianza di ricchezza, l’Italia presenta caratteristiche peculiari: una disuguaglianza di reddito relativamente contenuta nel confronto europeo (grazie al sistema di welfare), ma una disuguaglianza di ricchezza più accentuata.
Il report denuncia la necessità urgente di rafforzare il welfare e i sistemi di protezione sociale, messi a dura prova dalle attuali disparità economiche. La ricchezza è sempre più concentrata, mentre la povertà assoluta tocca livelli preoccupanti, colpendo le fasce più deboli della popolazione.
Figura 6 – Quota della ricchezza delle famiglie italiane. Anni 201-2025. TOP 10% vs BOTTON 50%

Se la povertà assoluta è sostanzialmente stabile sul totale delle famiglie, la sua diffusione cresce tra i nuclei in affitto con un’incidenza più alta tra quelli con figli o di origine straniera.
Per le famiglie in affitto, l’incidenza della spesa per la casa arriva a quasi un terzo del reddito o supera il 40% nei grandi centri urbani. Un costo che, complice anche l’impennata dell’inflazione, è diventato negli ultimi anni sempre più oneroso, aggravato dalla stagnazione salariale di lungo corso che caratterizza l’Italia.
I dati positivi del 2025 su crescita occupazionale e record al ribasso della disoccupazione nascondono ampie zone grigie. Il contributo prevalente all’incremento dell’occupazione arriva dagli over 50, mentre giovani e donne continuano a registrare una marcata sotto-occupazione e una bassa qualità del lavoro.
Alla disoccupazione ai minimi storici fa da contraltare un tasso di inattività che colloca l’Italia in cima all’UE e una quota consistente di occupati continua ad accedere e rimanere nel mercato del lavoro con contratti intermittenti e precari. Per i salari il recupero dell’inflazione è ancora lontano: tra il 2019 e il 2024, la perdita cumulata del potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali si è attestata a 7,1 punti percentuali.
Per il 2025 è stimato solo un modesto recupero di appena +0,5 punti percentuali.
La stagnazione salariale non allenta la sua presa e si accompagna alla crescita di lungo corso della disuguaglianza retributiva e dell’incidenza del lavoro povero. Tra il 1990 e il 2018, la quota di occupati a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% al 31,1%. Per i salari, come suddetto, il recupero dell’inflazione è ancora lontano.
Equità fiscale e sostenibilità del welfare e della sanità
Tutto questo va ad impattare sul gettito fiscale e riduce l’imponibile totale. Ricordiamoci che, secondo i dati ISTAT più recenti (riferiti al 2023), l’economia non osservata in Italia supera i 217 miliardi di euro, pari al 10,2% del PIL. Questa cifra comprende circa 198 miliardi di euro di economia sommersa vera e propria (lavoro irregolare e sotto-dichiarazione) e quasi 20 miliardi di attività illegali.
In particolare sono circa 3 milioni 132 mila le unità di lavoro irregolari, in crescita di oltre 145 mila unità. In Italia, inoltre, l’evasione fiscale e contributiva è stimata tra 98,1 e 102,5 miliardi di euro nel 2022, in lieve aumento (+3,5 miliardi) rispetto all’anno precedente. Il fenomeno, che include l’economia sommersa (10,2% del PIL), colpisce soprattutto l’Irpef, seguita da Iva e contributi, con un forte impatto nel Mezzogiorno.
Il “tax gap” (differenza tra gettito potenziale e reale) ha superato nuovamente i 100 miliardi, risalendo dopo il calo del periodo pandemico, sebbene resti sotto i livelli del 2018.
L’evasione dell’IRPEF da lavoro autonomo e d’impresa è la componente più significativa, mentre l’Iva mostra lievi miglioramenti grazie alla fatturazione elettronica. L’evasione è più concentrata nel Mezzogiorno, dove l’economia sommersa supera il 16% del PIL, rispetto al 10-12% del Nord. Nonostante i numeri alti, il fisco ha registrato un recupero di oltre 20 miliardi di euro nel 2022, segnalando una parziale efficacia dei controlli digitali. Nonostante i miglioramenti strutturali di lungo periodo, l’evasione rimane una sfida economica rilevante per l’Italia.
Il welfare è comunque pagato prevalentemente da una ristretta base di contribuenti: circa il 15-20% dei contribuenti (con redditi >35.000€) paga oltre il 60-80% dell’IRPEF totale. Quasi la metà degli italiani non dichiara redditi o ne dichiara pochi, risultando a carico del sistema. Il finanziamento deriva principalmente da contributi sociali e IRPEF. Il 57,72% degli italiani, quindi, versa solo l’8,98% dell’IRPEF totale, il che significa che oltre la metà della popolazione contribuisce in minima parte al finanziamento diretto del welfare. Nel 2024, la spesa per la protezione sociale ha superato i 627 miliardi di euro, in crescita, con una forte incidenza delle pensioni (vecchiaia) e della sanità. Il sistema presenta criticità a causa dell’invecchiamento della popolazione, con un alto numero di pensionati rispetto ai lavoratori attivi.
Di conseguenza il finanziamento è sostenuto in modo sproporzionato da lavoratori dipendenti e pensionati ad alto reddito, che finanziano le prestazioni per la restante parte della popolazione.
A fronte delle dinamiche geopolitiche e delle dinamiche interne al Paese appare evidente che la sostenibilità del welfare non è un problema di capienza impositiva, ma essenzialmente di assenza di equità. Nel 2022, la spesa italiana per la protezione sociale era del 29,7% del PIL, sopra la media UE del 28,0%. La spesa pro capite si attesta sui 10.074 euro, appena sopra la media UE di 10.050 euro. Con 627 miliardi di euro (2022), l’Italia è seconda in Europa per spesa sociale, posizionandosi dopo Francia e Austria.
Il welfare italiano è fortemente sbilanciato verso la previdenza (pensioni) rispetto all’assistenza. La spesa sanitaria, sebbene elevata, risulta inferiore a quella di Germania e Francia.
Nonostante l’alta spesa totale, l’Italia mostra carenze nei servizi sociali, con un’incidenza (0,7% del PIL) ben al di sotto della media europea (2,1-2,2%). Secondo Eurostat, la spesa sociale nell’Ue accelera, ma l’Italia resta indietro, i costi del welfare in Europa continuano a crescere, con l’UE al 27,3% del PIL nel 2024.
Le proposte di policy Oxfam per superare le diseguaglianze e difendere la salute globale
Molti governi mantengono i servizi pubblici in uno stato di sofferenza finanziaria (vedi Report WHO), mentre tassano in modo insufficiente le grandi corporation e gli individui più ricchi. Questo sottrae risorse vitali che potrebbero essere investite in ospedali e cure universali. Nei paesi a basso e medio reddito, la spesa per il servizio del debito (pari in media al 48% delle risorse pubbliche) supera di gran lunga quella destinata alla sanità e all’istruzione.
Oxfam stima che la mancanza di accesso a cure sanitarie adeguate, unita alla fame e alla crisi climatica, contribuisca alla morte di circa 21.300 persone ogni giorno (una persona ogni quattro secondi). Il rapporto sottolinea come il potere politico accumulato dai super-ricchi venga utilizzato per smantellare politiche progressive e diritti civili, ostacolando riforme strutturali necessarie per garantire una sanità pubblica equa. Oxfam chiede una inversione di rotta per frenare la disuguaglianza e ripristinare la sostenibilità dei sistemi sanitari e sociali. Nel suo rapporto 2026 sottolinea l’urgenza di tassare le grandi ricchezze per finanziare servizi pubblici essenziali e proteggere le popolazioni più vulnerabili.
Il rapporto evidenzia la necessità di un ripensamento delle politiche di protezione sociale, rese inadeguate dai cambiamenti strutturali nella domanda di welfare. L’aumento del malessere sociale è strettamente legato alla crescente disparità economica, con il rischio di emarginazione per ampie fasce di popolazione. Oxfam sottolinea la necessità di riforme che garantiscano il diritto alla salute e l’accesso ai servizi essenziali, contrastando le politiche che favoriscono solo una minoranza privilegiata. Il Rapporto 2026 mette in luce come il rafforzamento del welfare sia fondamentale non solo per la giustizia sociale, ma anche per la tenuta democratica dei Paesi.
A livello globale Oxfam propone di:
-Riportare la cooperazione allo sviluppo al centro della politica estera globale, definendo un percorso programmato di progressivo aumento dei Fondi per la Cooperazione per poter raggiungere, entro il 2030, lo storico obiettivo di destinazione dello 0,70% del Reddito Nazionale Lordo all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo e colmare il gap finanziario che ostacola il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) nei Paesi a basso e medio reddito;
-Sostenere l’emissione regolare di Diritti Speciali di Prelievo (DSP) e favorirne una maggiore allocazione a beneficio dei Paesi del Sud del mondo;
-Supportare, in seno al G20 e nell’ambito del processo negoziale della Convenzione quadro sulla cooperazione fiscale internazionale delle Nazioni Unite, l’istituzione di uno standard globale di tassazione dell’estrema ricchezza;
-Definire uno standard che renda più equo (ed effettivo) il prelievo a carico degli ultra ricchi, contribuendo a garantire sostenibilità delle finanze pubbliche e generi significative risorse da investire in istruzione, salute, protezione sociale, misure di contrasto al cambiamento climatico e una transizione ecologica giusta;
-Supportare l’istituzione di un Panel Internazionale sulle Disuguaglianze, come richiesto dalla task force speciale del G20, presieduta dal Premio Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz. Un organismo tecnico, incaricato di monitorare le tendenze, analizzare le cause e valutare le politiche più efficaci per ridurre i crescenti divari economico-sociali a livello planetario con lo stesso rigore scientifico e lo stesso impegno che l’IPCC applica al contrasto al collasso climatico.
Proposte di policy per il nostro Paese
L’integrazione tra sanità e sociale non è un problema di buone pratiche isolate, ma di scelte strutturali di governance, finanziamento e responsabilità. Senza priorità chiare e strumenti vincolanti, il rischio è quello di una integrazione nominale, affidata alla buona volontà dei territori. Per rendere effettiva l’integrazione tra sanità e sociale è necessario concentrarsi su leve ad alto impatto sistemico e reale fattibilità.
1. Costruire policy in materia fiscale per una maggiore equità e per aumentare la base impositiva del Paese, tramite:
-Favorire una generale ricomposizione del prelievo e rafforzare l’equità orizzontale del sistema impositivo;
-Contrastare l’evasione fiscale;
-Contrastare l’economia sommersa per riportarla in un ambito impositivo normale, almeno per quote parti crescenti;
-Definire/concordare in sede UE un regime fiscale per le multinazionali;
-Uniformare in sede UE le politiche fiscali per evitare concorrenze intra UE;
-Introdurre un’imposta progressiva sui grandi patrimoni;
-Aumentare il prelievo sulle grandi successioni;
-Promuovere una revisione del prelievo immobiliare;
-Non perseguire ulteriori interventi condonistici.
2. Contrastare il lavoro nero e povero in base ad un approccio combinato di rinforzo ispettivo, regolarizzazione e sostegno al reddito:
– Incrementare le ispezioni;
– Introdurre un salario minimo legale;
– Limitare i contratti a tempo determinato;
– Favorire incentivi per la legalizzazione, inclusi sgravi contributivi all’interno del Piano Nazionale per la lotta al lavoro sommerso 2023-2025;
-Disincentivare l’utilizzo dei contratti non standard;
-Definire i contratti collettivi principali ed estenderne la validità erga omnes;
-Perseguire politiche industriali che favoriscano la buona occupazione anche alla luce della introduzione massiva di I.A. nei processi produttivi e di erogazione dei servizi;
-Introdurre condizionalità alle imprese per l’accesso a incentivi e a investimenti pubblici.
3. Costruire policy per il contrasto alla povertà, tramite:
-Ripensare le misure di contrasto alla povertà ed alla esclusione lavorativa;
-Garantire la possibilità di accedere a uno schema di reddito minimo a chiunque si trovi in condizione di bisogno;
-Definire politiche organiche a sostegno dell’abitare e adeguati investimenti pluriennali;
-Finanziare in modo adeguato i Fondi Nazionali per le Politiche sociali.
4. Sviluppare politiche nazionali per favorire l’integrazione tra sanità e sociale:
– Definire finanziamenti adeguati al FSN e al Fondo Nazionale per le Politiche Sociali;
– Superare frammentazioni e interventi straordinari;
– Definire un Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza co-progettato e co-finanziato da Stato, Regioni, PPAA, Organizzazioni d’impresa e Organizzazioni sindacali dei lavoratori, vedi il modello in Germania;
– Sviluppare politiche attive per il recupero della appropriatezza prescrittiva, basate su evidenze EBM;
– Definire un sistema unico obbligatorio di profilazione dei bisogni semplici e complessi delle persone in tutto il Paese;
– A eventuale supporto della autonomia differenziata richiedere un forte sistema di perequazione (trasferimento di risorse) per evitare che le regioni meridionali, già soggette a piani di rientro, vedano ulteriormente indebolita la propria sanità, incrementando la fuga di professionisti e pazienti verso il Nord;
– Bilancio sociale obbligatorio per le ASL.
5. Sviluppare una governance nazionale dell’equità tramite l’aggiornamento periodico e il finanziamento esigibile di LEA e LEPS, la definizione di costi standard e l’istituzione di un Fondo nazionale per la non autosufficienza con governance multilivello:
– Definire i costi standard in sanità italiani in sede di Conferenza Stato-Regioni-PPAA;
– Aggiornare periodicamente i LEA;
– Definire e aggiornare periodicamente i LEPS, risolvendo i problemi relativi al loro finanziamento;
6. Completare i programmi/progetti di messa a terra del PNRR per le Misure che riguardano il sociale e la sanità, tramite:
– Implementare i modelli operativi e gestionali come da DM77;
– Priorità all’apertura di Case della Comunità nei quartieri e nelle aree caratterizzate da maggiore deprivazione socioeconomica;
– Generalizzare il modello dell’infermiere di famiglia e comunità, attuato in modo disomogeneo, con particolare attenzione alle aree interne e deprivate;
– Costruire flussi informativi sulle attività di servizi sociosanitari e sociali;
– Lancio di un programma nazionale per migliorare l’alfabetizzazione sanitaria della popolazione, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili.
7. Normare e regolare il rapporto tra sanità e sociale pubblico e privato, tramite:
– Regolare la sanità integrativa e il welfare aziendale per evitare duplicazioni di copertura e nuove iniquità.
– Perseguire una integrazione e collaborazione tra sanità pubblica, sanità privata accredita e sanità integrativa;
– Riforma del sistema delle esenzioni dal ticket sanitario, passando da un sistema basato su categorie fisse (età, patologia, invalidità) a un sistema dinamico che tenga conto in tempo reale della situazione economica del nucleo familiare.
8. Individuare i luoghi, i soggetti e gli strumenti per l’integrazione.
L’integrazione deve tradursi in politiche di prossimità: sostegno ai caregiver e alle famiglie, sviluppo della prescrizione sociale, valorizzazione degli asset di comunità e consolidamento della coprogettazione tra servizi pubblici ed enti del Terzo Settore come modalità ordinaria di risposta ai bisogni complessi, tramite:
– Allineare i livelli territoriali di governo, facendo coincidere Distretti Sanitari e Ambiti Sociali e rendendo strutturali strumenti condivisi di programmazione, coprogettazione e presa in carico;
– Definire a livello Macro, Meso e Micro le sedi istituzionali, i luoghi e le modalità di integrazione tra politiche sanitarie e sociali;
– Sviluppo di piattaforme digitali interoperabili che permettano la presa in carico integrata delle persone con bisogni complessi, superando la frammentazione informativa tra servizi sanitari, sociali, previdenziali ed educativi;
– Sperimentazione del modello dei ‘Budget di salute’ per le persone con bisogni complessi.
9. Affrontare solitudini, diseguaglianze e fragilità, tramite:
– Riconoscimento formale della solitudine come fattore di rischio sanitario e predisposizione di strategie specifiche di contrasto;
– Istituzione in ogni Regione di un Osservatorio permanente sulle disuguaglianze di salute, con compiti di monitoraggio, ricerca e consulenza ai decisori;
– Promozione dell’approccio “Health in All Policies” a livello dei Comuni italiani, prevedendo che tutte le decisioni comunali significative (urbanistica, trasporti, verde pubblico, politiche sociali, sport) siano valutate anche per il loro impatto sulla salute dei cittadini;
-Sviluppare politiche attive contro diseguaglianze, fragilità e cronicità;
-Avere delle linee Guida nazionali su come rendere proattive le comunità e per sviluppare la prescrizione sociale;
– Sistematizzazione della “prescrizione sociale” come pratica clinica riconosciuta e rimborsata, non come sperimentazione isolata;
-Mappare gli asset delle comunità da valorizzare con politiche di empowerment di comunità;
-Definire politiche attive per sostenere i caregiver e le famiglie;
-Sviluppare co-progettazione tra ASL, ATS e ETS e volontariato su progetti di comunità proattive e di sanità rigenerativa;
– Sperimentazione di Social Impact Bonds (obbligazioni a impatto sociale) per finanziare programmi di prevenzione ad alto potenziale di impatto sulle disuguaglianze.
Considerazioni conclusive.
È indubbio che siamo già in una situazione in cui un gruppo di individui ultra-ricchi può influenzare le elezioni, plasmare le leggi e esercitare pressioni sui governi, minacciando di trasferire il proprio capitale all’estero. L’uguaglianza politica non può sopravvivere in un mondo con potere economico illimitato. È ampiamente dimostrato e riconosciuto che l’estrema disuguaglianza economica è profondamente dannosa per le persone e l’equilibrio dell’ecosistema Terra.
Il divario tra ricchi e poveri sta alimentando la disuguaglianza politica, sta creando una classe di individui, oligarchi (non solo nei Paesi ex URSS), con un accesso smisurato al potere e un diretto controllo sulle nostre economie e società, accanto a una maggioranza politicamente povera i cui diritti e la cui voce sono soppressi in molti Paesi. Quando un miliardario compra un politico, un giornale o l’impunità dalla giustizia, esercita un’enorme influenza sul nostro futuro, minando la libertà politica ed erodendo i diritti di tutti.
Secondo il Rapporto “Freedom House” il 2024 è stato il diciannovesimo anno consecutivo di declino globale, con oltre 60 Paesi che hanno registrato una contrazione dei diritti politici e delle libertà civili.
Quasi tre quarti della popolazione mondiale vive oggi sotto un regime autocratico e meno del 3% vive in Paesi con uno spazio civico aperto. La spirale discendente continua: 42 Paesi stanno subendo un processo di “autocratizzazione”. Tra il 2018 e il 2024, il numero di persone che vivono in Paesi con uno spazio civico chiuso o represso è aumentato del 67%. In questo contesto i diritti, tutti i diritti, compreso quello alla salute, sono minacciati.
Vale l’iscrizione di un anonimo operatore sanitario sui muri di un ipogeo di un ospedale romano “quando sarà tutto privatizzato, saremo privati di tutto!”
Giorgio Banchieri,
Segretario Nazionale ASIQUAS, Docente DiSSE, Università “Sapienza”, Roma
Riferimenti
-Oxfam 2026,”Resisting the Rule of the Rich” (In Italia: “Nel baratro della disuguaglianza”),
-ISTAT – Le prospettive per l’economia italiana nel 2025 – 2026,
-Caritas Italiana – Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia 2025,
-Caritas Italiana – Rapporto “Fuori campo”, 2025,
-Caritas Italiana – Rapporto “Taglio basso” 2025,
-CREA Sanità – Rapporto Sanità 2025 – Edizione XXI,
-Freedom House: rapporto 2024.
26 Gennaio 2026
© Riproduzione riservata
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La carenza di infermieri, l’aumento della domanda di cure e il burnout stanno mettendo sotto pressione i sistemi sanitari europei, con effetti diretti sulla sicurezza dei pazienti. A lanciare l’allarme...
Terapie intensive. L’allarme invisibile: un paziente su dieci colpito da infezioni ospedaliere
Nel 2022 quasi un paziente su dieci ricoverato per oltre 48 ore in terapia intensiva in Europa ha contratto almeno un’infezione correlata all’assistenza. È il dato che emerge dall’ultimo rapporto...
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