L’Italia è tra i Paesi europei con il tasso di criminalità minorile più basso, ma negli ultimi anni aumenta il numero di minorenni denunciati o arrestati per alcuni reati violenti come rapina, lesioni personali e rissa. È quanto emerge dal nostro rapporto “(Dis)armati) – Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, realizzato dal Polo Ricerca di Save The Children Italia con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group ETS. L’indagine racconta un fenomeno complesso, che non può essere risolto solo con la sicurezza o l’ordine pubblico: dietro molti episodi di violenza emergono fragilità emotive, solitudine e vuoti educativi e relazionali che interrogano con urgenza il mondo degli adulti e delle istituzioni.
L’indagine, che ha approfondito la situazione in città come Roma, Milano, Napoli, Bari e Terni, evidenzia come negli ultimi anni siano cambiate intensità, modalità e percezione della violenza tra gli adolescenti: da un lato fotografa i cambiamenti della violenza agita dagli adolescenti, da soli o in gruppo, dall’altro segnala l’aumento della permanenza prolungata dei minori nel sistema penale di giustizia minorile, anche in seguito all’attuazione del Decreto Caivano (DL 123/2023, convertito in L.159/2023).
I dati mostrano che l’Italia continua a essere uno dei Paesi europei con il più basso numero di minori e giovani adulti coinvolti nel sistema di giustizia. I minorenni e giovani adulti segnalati agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM) dall’Autorità giudiziaria, sono diminuiti di oltre un terzo negli ultimi vent’anni, passando da 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024. Anche a livello europeo il nostro Paese resta su livelli contenuti: i minori e giovani adulti sospettati o autori di reato sono passati da 329 ogni 100 mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023, uno dei valori più bassi dell’area. Guardando invece al dato relativo ai minori e giovani adulti presi in carico dagli USSM, questi sono 23.862, in aumento rispetto agli anni precedenti, soprattutto a causa della permanenza prolungata nel sistema penale di giustizia minorile, anche in seguito all’attuazione del Decreto Caivano.
Allo stesso tempo, però, cresce il numero di minorenni coinvolti in alcuni reati violenti. Secondo i dati del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, rispetto a 10 anni prima, nel 2024 sono aumentati i 14-17enni denunciati o arrestati per:
• rapina, con 3.968 casi nel 2024, più del doppio rispetto al 2014
• lesioni personali, 4.653 casi nel 2024, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima
• rissa, 1.021 casi nel 2024 rispetto ai 433 del 2014
• minaccia, con 1.880 casi nel 2024
Un altro dato che emerge con forza riguarda la maggiore diffusione delle armi tra gli adolescenti. I minorenni segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere sono passati da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024, con un ulteriore aumento nel primo semestre del 2025. Si tratta spesso di coltelli o altri oggetti portati con sé per sentirsi più sicuri o per affermare il proprio status all’interno del gruppo.
Il Rapporto mette in luce una contraddizione evidente: se da una parte cresce la presenza di armi tra i ragazzi, dall’altra molti adolescenti appaiono sempre più “disarmati” dal punto di vista emotivo e relazionale. Ragazzi e ragazze spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso, imprevedibile, segnato da conflitti e violenze all’interno delle famiglie e nella società, con casi di autolesionismo e tentati suicidi e, in alcuni casi, uso di sostanze e dipendenze.
A preoccupare è la normalizzazione dell’utilizzo del coltello che, a prescindere dalle motivazioni, espone i ragazzi, più che in passato, al rischio di andare incontro a un’escalation di violenza. Molti adolescenti raccontano infatti che girare armati può farli sentire più protetti o rispettati, ma allo stesso tempo questa dinamica rischia di alimentare quello che nel Rapporto viene definito un “cortocircuito della paura”: la paura porta all’esigenza di difendersi, di fare paura, di armarsi, esponendosi al rischio di fare o farsi male.
In alcuni contesti, questo fenomeno si intreccia anche con il rischio di coinvolgimento nella criminalità organizzata: nei primi sei mesi del 2025 i minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa sono 46, a segnalare un possibile preoccupante aumento rispetto al 2024, quando sono stati 49. Dei 46, quasi la metà si registrano a Catania e a Napoli.
L’affiliazione criminale nasce spesso da povertà educativa e mancanza di opportunità: nei vuoti di prospettive, l’illegalità può apparire ai ragazzi e alle ragazze più fragili come una forma di appartenenza, protezione o riconoscimento. Il viaggio e la raccolta dati per comprendere il fenomeno della violenza giovanile, non raccontano solo un aumento della violenza, ma anche un cambiamento nel modo in cui essa si manifesta: episodi più immediati, visibili e spesso amplificati dai social media, che contribuiscono a rendere pubbliche e condivise dinamiche che un tempo restavano circoscritte. Come spiega Antonella Inverno, Responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children: “Per prevenire e affrontare il complesso fenomeno della violenza giovanile è fondamentale un cambio di prospettiva da parte del mondo adulto, che spesso fatica ad ascoltare davvero i giovani e a coglierne i bisogni più profondi”.
Senza alternative e inseriti in contesti sociali complessi, alcuni minorenni entrano così precocemente in contatto con le armi, anche per affermarsi all’interno del gruppo o del quartiere. Allo stesso tempo, dalle testimonianze raccolte nel Rapporto emerge una diffusa condizione di fragilità tra ragazzi e ragazze. Molti raccontano di sentirsi soli, di vivere rabbia e frustrazione o di percepire il futuro come incerto e minaccioso. In alcuni casi emergono anche segnali più profondi di disagio, come autolesionismo, disturbi alimentari o tentativi di suicidio.
Il Rapporto evidenzia anche come siano cambiate le dinamiche dei gruppi giovanili. A differenza di qualche anno fa, non sempre si tratta di gruppi strutturati o delle cosiddette “baby gang”, ma spesso di aggregazioni temporanee e fluide, che nascono e si organizzano attraverso i social media.
Le piattaforme digitali possono diventare strumenti per:
• convocare incontri o scontri
• costruire alleanze o rivalità tra gruppi
• filmare e diffondere episodi di violenza
• intrecciare relazioni con mercati illegali e ambienti di radicalizzazione
In molti casi, infatti, la violenza viene ripresa e condivisa online, trasformandosi in una sorta di performance pubblica. Secondo i dati analizzati nel Rapporto, il 13,4% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assistito a scene di violenza filmate, contro l’8,4% delle ragazze. Una quota più ridotta dichiara anche di aver registrato personalmente episodi violenti con il proprio telefono. Inoltre, la violenza di strada non è più confinata alle aree marginali, ma coinvolge anche ragazzi provenienti da famiglie e ambienti socialmente integrati, senza distinzione tra ricchi e poveri, italiani, anche di seconda generazione, e stranieri.