Il Sud si ammala due volte

Il Sud si ammala due volte

Il Sud si ammala due volte

Le diseguaglianze di salute e la necessità di cercare assistenza lontano da casa descrivono una doppia fragilità. La contesa sul finanziamento sanitario deve partire da chi ha bisogno di cure: garantire la mobilità e rendere meno necessario il viaggio sono due responsabilità della stessa Repubblica.

Il Sud si ammala due volte. La prima quando le condizioni economiche, sociali e ambientali compromettono la salute dei suoi abitanti. La seconda quando il bisogno di assistenza incontra servizi insufficienti, attese incompatibili con la malattia e percorsi tanto incerti da rendere necessario partire. A quel punto, alla sofferenza si aggiungono il costo del viaggio, la ricerca di un alloggio, l’assenza dal lavoro, la dipendenza da un familiare disponibile ad accompagnare. La cura comincia con una separazione. Per la Calabria la mobilità sanitaria passiva è stata sino a oggi il penoso rimedio all’insufficienza dell’offerta assistenziale: oltre 300 milioni di euro l’anno, ai quali si aggiungono le spese sostenute direttamente dalle famiglie. Un rimedio che ha consentito a tanti di ricevere altrove le cure che non riuscivano a ottenere nella propria regione, pagando con la lontananza il prezzo delle carenze del sistema.

In suo difetto, quale alternativa concreta rimarrebbe? Per chi non trova una risposta adeguata vicino a casa, impedire o rendere più difficile la partenza significa prolungare l’attesa, ritardare una diagnosi, lasciare aggravare una malattia, sino alla rinuncia alle cure. Prima di qualsiasi restrizione occorrerebbe dunque garantire un’assistenza effettivamente accessibile nel territorio di provenienza. Altrimenti si chiuderebbe la via di uscita lasciando intatta la ragione che costringe a imboccarla.

Due articoli pubblicati oggi dal Sole 24 Ore consentono di leggere insieme le dimensioni di questa crisi. Da una parte, la mappa delle diseguaglianze di salute, ricostruita attraverso i dati Istat. Dall’altra, la polemica sul riparto del Fondo sanitario nazionale e sulla mobilità dei pazienti, accompagnata dall’immagine delle «frontiere» da chiudere. Una parola che, anche quando adoperata come provocazione, rivela quanto sia diventato difficile discutere di sanità conservando al centro la cittadinanza.

Occorre essere precisi. Nelle dichiarazioni riportate dal quotidiano, l’assessore lombardo Guido Bertolaso non annuncia un divieto di accesso alle strutture della Lombardia. Invita provocatoriamente i governatori meridionali a impedire le partenze, sostenendo che non spetti alle Regioni del Nord fermare i cittadini che cercano altrove una risposta. L’Emilia-Romagna è richiamata nella controversia finanziaria, tra i territori che sarebbero penalizzati dalla rimodulazione del riparto. Da queste notizie, dunque, non si può ricavare l’esistenza di una chiusura degli accessi ai malati del Sud.

La precisazione rende ancora più evidente il problema: siamo arrivati a discutere dei pazienti che attraversano il Paese dentro una contrapposizione fra territori che rivendicano risorse, vantano capacità di attrazione e denunciano oneri. Il malato compare come una presenza da contabilizzare. Prima ancora dovrebbe essere riconosciuto come la persona alla quale il sistema deve una risposta.

Una geografia che consuma la vita

Secondo i dati Istat richiamati nell’articolo, nel 2025 la speranza di vita alla nascita si attesta a 82,8 anni nel Mezzogiorno, contro 84,2 nel Nord e 84 nel Centro. Il divario rispetto al Settentrione è doppio rispetto a quello indicato per il 2004. Anche la rinuncia alle prestazioni presenta uno scarto territoriale: riguarda il 10,3 per cento nel Mezzogiorno, a fronte dell’8,7 per cento nel Nord.

Sono differenze che devono essere lette con rigore. La speranza di vita dipende da molte condizioni e non misura, da sola, la qualità di un servizio sanitario regionale. Povertà, istruzione, lavoro, abitazione, ambiente e prevenzione concorrono a determinarla. Proprio per questo quei numeri interrogano l’intera azione pubblica: la capacità di prevenire la malattia, riconoscerla tempestivamente, accompagnarla e curarla.

Quando una popolazione presenta maggiori fragilità, occorre organizzare una risposta coerente con quel bisogno. La discussione sul finanziamento dovrebbe cominciare da qui. La consistenza demografica è un riferimento necessario; la comprensione delle condizioni delle persone lo è altrettanto. Finanziare la tutela della salute richiede di conoscere chi rischia di ammalarsi, chi incontra ostacoli nell’accesso e quali servizi occorrono per rimuoverli.

Altrimenti la distribuzione delle risorse può consolidare lo svantaggio che dovrebbe contribuire a superare.

Chi parte e chi rimane invisibile

La mobilità sanitaria raccoglie fenomeni diversi. Esiste quella legata alla concentrazione di competenze molto specialistiche, che nessuna organizzazione ragionevole potrebbe riprodurre in ogni territorio. Esiste la scelta personale di affidarsi a un determinato professionista o centro. Ed esiste la partenza imposta dall’impossibilità di ottenere vicino a casa una prestazione appropriata in tempi utili.

Quest’ultima racconta un’insufficienza che dovrebbe essere riconosciuta, misurata e corretta.

Il suo costo supera largamente quanto viene registrato nei rapporti finanziari tra Regioni. La famiglia sostiene spese, impiega risparmi, riorganizza il lavoro e l’assistenza agli altri componenti. Per alcuni è un sacrificio affrontabile. Per altri è un ostacolo insuperabile. La disponibilità economica e la rete familiare diventano così condizioni materiali per raggiungere la cura.

C’è poi chi non parte. Chi non può anticipare le spese, chi vive solo, chi non ha qualcuno che lo accompagni, chi non riesce a orientarsi fra prenotazioni e documenti. Queste persone possono non comparire nei flussi della mobilità. Il loro bisogno rimane nel territorio, talvolta senza una risposta, fino a trasformarsi in aggravamento, accesso tardivo o rinuncia.

Una politica sanitaria capace di conoscere soltanto chi si sposta rischia di sottovalutare proprio chi incontra gli ostacoli maggiori.

Le responsabilità del Mezzogiorno

La denuncia delle diseguaglianze esige anche una valutazione severa delle responsabilità regionali. La carenza di risorse non può diventare la spiegazione indistinta di ogni disfunzione. Programmazione debole, organizzazioni inadeguate, prevenzione trascurata, difficoltà nel reclutamento e nell’impiego del personale, insufficiente integrazione tra ospedale e territorio richiedono responsabilità riconoscibili.

Occorre verificare quali prestazioni generino la mobilità evitabile, dove si interrompano i percorsi e quali interventi possano ricostruire una risposta affidabile. Per ogni intervento servono risorse, tempi e risultati controllabili. La fiducia dei cittadini si recupera quando una diagnosi arriva tempestivamente, un servizio funziona con continuità, una presa in carico evita di ricominciare ogni volta da capo.

Anche la lunga durata delle gestioni straordinarie deve essere giudicata attraverso ciò che produce nella vita delle persone. Il tempo trascorso sotto una determinata forma di governo sanitario non costituisce, di per sé, una garanzia di risanamento. Il risultato si misura nella capacità di assicurare assistenza.

La perequazione deve diventare cura

Qui emerge la responsabilità nazionale. L’unità del Servizio sanitario richiede strumenti capaci di rendere effettivi i diritti anche dove sono maggiori le difficoltà economiche, sociali e organizzative. Il tema del federalismo fiscale e della perequazione assume significato concreto proprio in questo passaggio: collegare i bisogni alle risorse e le risorse alle prestazioni realmente disponibili.

La perequazione deve potersi riconoscere in un servizio che apre, in un’équipe che rimane, in un esame eseguito tempestivamente, in un’assistenza domiciliare che raggiunge la persona. Per arrivarci occorre accompagnare il finanziamento con la capacità amministrativa di utilizzarlo e con la verifica pubblica dei risultati.

Anche la mobilità va letta dentro questa responsabilità comune. Le strutture che accolgono pazienti di altre Regioni svolgono una funzione preziosa, della quale il sistema deve tenere conto. Contemporaneamente, i territori di provenienza devono essere messi nelle condizioni di ridurre le partenze dovute a carenze superabili. Ogni viaggio evitabile dovrebbe diventare un’informazione utile alla programmazione.

Il punto di incontro è chiaro: garantire oggi l’accesso alle cure necessarie e costruire le condizioni perché domani quel viaggio sia meno spesso obbligato.

Il Sud si ammala due volte quando alla maggiore esposizione alla fragilità si aggiunge una minore possibilità di essere assistito. Può subire una terza ferita quando la sua sofferenza viene trasformata in argomento di contrapposizione territoriale.

La Repubblica deve assumersi il compito di spezzare questa sequenza. Finché per curarsi sarà necessario partire, quel viaggio dovrà essere concretamente accessibile. E ogni partenza imposta dall’insufficienza dei servizi dovrà interrogare chi li governa. Perché il costo più grave della diseguaglianza si misura nella vita che consuma, anche durante l’attesa.

Ettore Jorio

03 Novembre 2026

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