Si discute di tutto, nel Paese, tranne che della questione decisiva: la sanità pubblica. Si polemizza su riforme istituzionali, leadership politiche, equilibri parlamentari, mentre il diritto elementare alla salute scivola ai margini del dibattito. Eppure, è proprio lì che si misura la credibilità di uno Stato. Perché una sanità che non funziona non è soltanto inefficiente: è ingiusta. E talvolta, tragicamente, è letale.
Il problema non è episodico, ma sistemico. Da oltre venticinque anni il Servizio sanitario nazionale vive in una zona grigia: ampia autonomia regionale e responsabilità diluita; contabilità formalmente rigorosa ma sostanzialmente manipolabile; controlli previsti ma raramente capaci di produrre conseguenze politiche. In questo quadro si è consolidata una singolare convergenza tra maggioranza e opposizione: ci si critica a parole, ma sui bilanci sanitari si pratica una mutua protezione. Oggi giustifico te, domani tu giustificherai me. Una logica di sopravvivenza politica che ha trasformato l’eccezione in regola.
Quattro esempi, un unico problema
In Calabria, la patologia contabile è diventata normalità amministrativa: aziende sanitarie prive di bilanci approvati per anni, ricostruzioni ex post rese possibili da interventi legislativi che hanno piegato il principio di legalità alla necessità di chiudere partite arretrate. Il commissariamento, nato come misura temporanea, si è trasformato in condizione permanente. La priorità è far quadrare i numeri sulla carta, non garantire qualità ed efficienza.
In Piemonte, la vicenda della Città della Salute di Torino ha messo in luce un’altra criticità: fusioni complesse, assetti giuridici stratificati, rappresentazioni contabili opache. Quando un’Azienda Ospedaliero-Universitaria di quelle dimensioni fatica a produrre un bilancio chiaro e intellegibile, il problema non è tecnico: è di governance. L’autonomia aziendale si svuota se manca trasparenza sostanziale.
Nel Lazio, i rilievi della Corte dei conti sul rendiconto consolidato 2022 hanno evidenziato note di credito mai incassate e pagamenti extrabudget a favore di privati accreditati. Non sono cavilli: incidono sull’equilibrio reale del sistema. Pagare oltre i tetti programmati altera la pianificazione e scarica sul futuro il peso delle scelte presenti.
In Puglia, è emerso un disavanzo sanitario rilevante per il 2025: inizialmente stimato in 460 milioni di euro, poi ridimensionato a 360 milioni. Eppure esisteva una cabina di regia per il monitoraggio mensile della spesa. Se il monitoraggio c’era, perché il disavanzo è esploso? Se i dati erano disponibili, perché non sono stati accompagnati da correttivi tempestivi e da una trasparenza continua? Non è in discussione la buona volontà, ma l’efficacia dei controlli.
Quattro Regioni, quattro storie diverse, un filo comune: la fragilità strutturale della governance sanitaria. Bilanci tardivi o ricostruiti, partite creditorie incerte, monitoraggi opachi. Non anomalie isolate, ma sintomi di un modello che ha perso coerenza.
Il nodo della responsabilità
Oggi si invocano più risorse per il Fondo sanitario nazionale. Più fondi possono essere necessari. Ma per fare cosa? Senza riforme strutturali, revisione dei meccanismi di accreditamento, controlli stringenti sulla spesa extrabudget e responsabilità dirigenziale effettiva, l’aumento delle risorse rischia di diventare un tampone. Si coprono i disavanzi, si rinvia la resa dei conti, si perpetua il ciclo.
Il vero nodo è la responsabilità. Un’azienda sanitaria con patrimonio netto negativo dovrebbe attivare automaticamente un piano di rientro pubblico, verificabile e stringente. I direttori generali dovrebbero essere valutati non solo sull’equilibrio economico formale, ma sulla qualità delle cure, sulla riduzione delle liste d’attesa, sulla correttezza dei rapporti con il privato accreditato. I bilanci dovrebbero essere accessibili e comparabili, non documenti per specialisti.
La sanità non è un capitolo qualsiasi della finanza pubblica. È il cuore del patto costituzionale. Normalizzare opacità e disavanzi significa normalizzare il declino. E il declino, in sanità, non è neutro: produce diseguaglianze, seleziona per reddito, riduce l’universalismo a formula retorica.
Calabria, Piemonte, Lazio e Puglia non sono bersagli polemici. Sono specchi di una fragilità nazionale. Continuare a discutere d’altro significa accettare che il diritto alla salute venga trattato come un problema contabile, non come una priorità politica.
La sanità italiana non ha bisogno di retorica né di protezioni reciproche tra schieramenti. Ha bisogno di verità, trasparenza e riforme coraggiose. E soprattutto ha bisogno che qualcuno la rimetta al centro del dibattito pubblico senza infingimenti. Perché quando un sistema sanitario smette di funzionare, non fallisce soltanto un bilancio: fallisce una promessa costituzionale.