La terapia del dolore deve diventare universale in senso stretto, La terapia del dolore va socializzata, non accentrata. Per questo, va premuto l’acceleratore sul ruolo dell’infermieristica territoriale La formula esprime un obiettivo preciso: non moltiplicare indiscriminatamente le strutture specialistiche, ma portare la capacità di assistere e alleviare la sofferenza vicino alle persone. Il diritto sancito dalla legge 38/2010 non può dipendere dalla distanza da un ospedale o dalla possibilità materiale di raggiungere un ambulatorio.
È qui che si apre una questione di organizzazione sanitaria. I centri specialistici sono indispensabili per i casi complessi, le procedure avanzate e la formazione. Ma non possono essere l’unico punto di contatto di una persona con dolore persistente. La presa in carico richiede un sistema connesso di medicina generale, specialisti, assistenza domiciliare e professionisti infermieristici. La prossimità non sostituisce la specializzazione: ne estende l’efficacia.
L’infermiere di famiglia e di comunità può diventare un protagonista di questo modello. Non perché gli venga attribuita una potestà prescrittiva che l’ordinamento non gli riconosce, ma perché la sua autonomia assistenziale permette di dare continuità a un piano terapeutico individualizzato. La valutazione periodica del dolore, la documentazione, l’attuazione delle prescrizioni, il monitoraggio degli effetti e il riconoscimento tempestivo dei segnali di allarme sono attività che possono rendere meno episodica la risposta sanitaria.
Il protocollo, tuttavia, non è una prescrizione automatica. Spetta al medico valutare la persona, selezionare e adattare il trattamento, stabilire indicazioni, limiti e rivalutazioni. Su questa base l’infermiere esercita le proprie competenze, entro un’organizzazione che garantisca comunicazione, formazione e accesso rapido al medico quando necessario. La sicurezza del paziente esige responsabilità distinte, non gerarchie improvvisate né sovrapposizioni.
Case della comunità, ospedali di comunità e assistenza domiciliare possono contribuire alla diffusione del servizio, secondo le funzioni loro attribuite dal DM 77/2022. In particolare, l’ospedale di comunità può favorire la continuità assistenziale dei pazienti appropriati; non va però trasformato nominalmente in un centro antalgico senza personale e percorsi adeguati. La vera infrastruttura è la rete professionale che collega le strutture e raggiunge le abitazioni.
L’universalità deve essere anche misurabile: tempi di accesso, copertura delle aree interne, continuità delle cure, controllo dei sintomi, invii appropriati allo specialista e soddisfazione dei pazienti. Senza questi indicatori la promessa dell’assistenza territoriale rischia di restare un elenco di edifici.
La questione investe gli articoli 3 e 32 della Costituzione. Un diritto alla salute che esiste sulla carta ma diventa irraggiungibile per le persone fragili o lontane dai servizi non realizza pienamente la propria funzione. Socializzare la terapia del dolore significa dunque trasformare un diritto astrattamente uguale in un’opportunità concretamente accessibile.
Il dolore è individuale, ma il dovere di predisporre cure appropriate per alleviarlo è collettivo. E la professione infermieristica, in una rete guidata da prescrizioni individualizzate e responsabilità chiare, può contribuire a rendere questa universalità finalmente reale.