Long Covid, la cura non c’è ancora. Ma la ricerca è arrivata a una svolta

Long Covid, la cura non c’è ancora. Ma la ricerca è arrivata a una svolta

Long Covid, la cura non c’è ancora. Ma la ricerca è arrivata a una svolta

Oltre 400 mila persone nel mondo vivono con la sindrome da Long Covid e siamo ancora lontani da teorizzarne una cura. La ricerca, avvertono gli esperti su Nature, ha individuato due filoni promettenti per individuare le ipotesi biologiche dietro la patologia, fondamentali per avanzare verso una possibile risoluzione. Prosegue anche l'indagine sugli antivirali.

Sono passati sei anni dall’inizio della pandemia da Covid-19. Mentre il virus sembra di anno in anno più controllabile, resta il vuoto intorno ad una cura efficace per la sindrome da Long Covid, la condizione cronica che – secondo uno studio del 2024 – è una realtà per 400 milioni di persone e Sono passati sei anni dall’inizio della pandemia da Covid-19. Mentre il virus sembra di anno in anno più controllabile, resta il vuoto intorno ad una cura efficace per la sindrome da Long Covid, la condizione cronica che – secondo uno studio del 2024 – è una realtà per 400 milioni di persone e costa circa 1000 miliardi di dollari ogni anno.  

Si sono susseguiti nel tempo migliaia di studi che tentavano di capirne i meccanismi o di confrontare il Long Covid con altre condizioni post-infettive ed elaborarne potenziali trattamenti. Nel 2025, la Germania ha annunciato un finanziamento di 500 milioni di euro per la ricerca su questo tipo di patologia. Eppure, avverte Nature, il peso economico di queste cronicità supera di gran lunga gli investimenti che vengono fatti per fermarle. Per la comunità scientifica il nodo resta la mancanza di biomarcatori affidabili, che allontana lo sviluppo di trattamenti mirati.

Long Covid: quali sono le ipotesi biologiche?

Le ipotesi biologiche oggi allo studio per spiegare il Long Covid e, più in generale, le sindromi post-infettive sono numerose e probabilmente interconnesse, spiega Nature. Le evidenze raccolte negli ultimi anni indicano alterazioni del sistema immunitario, infiammazione cronica di basso grado e presenza di autoanticorpi, ma anche persistenza di SARS-CoV-2 nell’organismo e riattivazione di virus latenti, in particolare della famiglia degli herpesvirus. A queste si aggiungono il danno dei piccoli vasi e dell’endotelio, le alterazioni del sistema nervoso autonomo, del microbiota intestinale e dei mitocondri, che potrebbero contribuire rispettivamente ai disturbi cardiovascolari, alla disregolazione di frequenza cardiaca e pressione e alla stanchezza persistente.

Più che meccanismi alternativi, gli studiosi ipotizzano una rete di processi capaci di alimentarsi reciprocamente. Un’infezione intestinale persistente, per esempio, potrebbe mantenere una modesta attivazione immunitaria, alterare il microbiota e contribuire a disfunzioni del sistema nervoso autonomo; una regolazione anomala della pressione e del flusso sanguigno potrebbe a sua volta compromettere l’apporto di ossigeno ai tessuti e la funzione mitocondriale. È anche per questa eterogeneità che i ricercatori ritengono improbabile l’esistenza di una singola terapia efficace per tutti i pazienti: uno degli obiettivi è identificare sottogruppi caratterizzati da meccanismi predominanti differenti.

L’autoimmunità

Tra i filoni considerati più promettenti c’è quello dell’autoimmunità. Long Covid e ME/CFS sono più frequenti nelle donne, come molte patologie autoimmuni, e diversi studi stanno indagando il possibile ruolo degli autoanticorpi. Una delle ipotesi è che, durante l’infezione, il sistema immunitario possa confondere alcune proteine virali con strutture dell’organismo, finendo per attaccare anche i tessuti propri. A rafforzare questa possibilità sono arrivati esperimenti nei quali anticorpi prelevati da persone con Long Covid hanno provocato sintomi negli animali. Sono allo studio anche strategie terapeutiche che puntano a ridurre gli autoanticorpi o a colpire le cellule che li producono, anche se le evidenze cliniche disponibili restano ancora preliminari.

La persistenza virale

L’altro grande filone è quello della persistenza virale. Diversi lavori suggeriscono che SARS-CoV-2 possa lasciare nell’organismo particelle, frammenti o proteine virali per mesi, e forse anni, dopo la fase acuta. In uno studio del 2024, le persone con Long Covid avevano una probabilità più che doppia rispetto ai soggetti guariti di presentare proteine virali nel sangue fino a 14 mesi dall’infezione. Non è ancora chiaro se il virus persista in forma completa o sotto forma di residui genetici e proteici, eventualmente in distretti meno accessibili al sistema immunitario. Se questa ipotesi avesse un ruolo causale, gli antivirali rappresenterebbero una strada terapeutica razionale; finora, tuttavia, i risultati dei trial sono contrastanti e non permettono di trarre conclusioni definitive.

Le terapie al momento disponibili: gli antivirali sono efficaci?

Sul fronte terapeutico, particolare attenzione è rivolta agli antivirali, soprattutto nell’ipotesi che la persistenza di SARS-CoV-2 o la riattivazione di virus latenti contribuiscano al mantenimento dei sintomi. Finora, però, i risultati sono ancora incerti. Un trial del programma RECOVER ha testato Paxlovid nel Long Covid senza osservare benefici nelle analisi preliminari, anche se alcuni ricercatori hanno sottolineato possibili limiti del disegno dello studio, tra cui l’assenza di una selezione dei pazienti sulla base di evidenze di persistenza virale e una durata del trattamento di 25 giorni, ritenuta potenzialmente troppo breve. Parallelamente, sono in corso approcci che puntano a colpire contemporaneamente SARS-CoV-2 e la possibile riattivazione degli herpesvirus.

In un piccolo studio su 24 persone con Long Covid, una combinazione di due antivirali contro herpesvirus più Paxlovid ha prodotto miglioramenti maggiori rispetto alla sola coppia di antivirali, con effetti osservati fino a due anni; sulla base di questi risultati preliminari, la FDA ha autorizzato un trial più ampio e controllato con placebo.

Il nodo resta l’assenza di marcatori biologici affidabili e validati sul Long Covid che rende difficile distinguere i diversi sottotipi di pazienti, capire quale meccanismo sia predominante nel singolo caso e selezionare in modo appropriato i partecipanti agli studi clinici. Diversi gruppi hanno proposto test promettenti, spiega Nature, ma nessuno è ancora stato validato in modo indipendente né è disponibile nella pratica clinica. Colmare questo gap potrebbe consentire di identificare meglio i pazienti con persistenza virale, autoimmunità o altri meccanismi prevalenti, migliorando il disegno dei trial e favorendo anche un maggiore coinvolgimento dell’industria nello sviluppo di nuovi trattamenti.

G.F.

03 Settembre 2026

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