Il passaggio parlamentare delle intese con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria pone al Mezzogiorno una domanda che non può essere esaurita dall’annuncio di nuovi ricorsi: quale progetto intende sostenere per il funzionamento del regionalismo italiano? La contestazione delle scelte governative può essere necessaria. Per risultare efficace deve però individuare le disposizioni censurabili, dimostrarne gli effetti e accompagnarsi a una proposta capace di affrontare le insufficienze già esistenti.
Il rischio è che il confronto si disponga lungo una divisione prevedibile: alcune Regioni chiedono maggiori possibilità di amministrare, altre rivendicano tutela dell’eguaglianza, sul piano dei principi statici.
La Costituzione impone di tenere insieme entrambe le esigenze. Il regionalismo asimmetrico può valorizzare capacità organizzative differenti, ma deve operare dentro un sistema che finanzi le funzioni e garantisca le prestazioni essenziali anche nei territori con minore capacità fiscale. Per il Mezzogiorno, pertanto, la questione decisiva è trasformare la difesa dei diritti in un’iniziativa sulle condizioni necessarie a esercitarli. Una strategia che deve impegnare contemporaneamente lo Stato e le amministrazioni meridionali.
La prima scelta: conoscere le funzioni e misurarne gli effetti
Le ricostruzioni giornalistiche descrivono un insieme di facoltà più articolato del generico trasferimento di competenze sanitarie. Alcune riferiscono della possibilità di differenziare tariffe di rimborso e remunerazione delle prestazioni, con maggiori oneri a carico regionale; ulteriori margini nella gestione dei finanziamenti per edilizia sanitaria e tecnologie; possibilità, sottoposte a condizioni e verifiche, di impiegare risorse per personale e prestazioni aggiuntive e di riutilizzare economie dopo il raggiungimento degli obiettivi. Rappresentano inoltre la permanenza dei criteri nazionali di finanziamento del SSN.
Queste indicazioni devono essere riscontrate nei testi delle intese e nei disegni di legge. Permettono tuttavia di formulare le domande da rivolgere al Parlamento.
Quali prestazioni saranno interessate dalle eventuali differenze tariffarie? Quali effetti potranno prodursi sulla distribuzione dell’offerta? Quali risorse saranno realmente aggiuntive? Come verrà accertato il raggiungimento degli obiettivi che consente di destinare altrove le economie? Quale sarà l’effetto sui territori che non partecipano alle intese?
Le tariffe delle prestazioni, inoltre, non coincidono con le retribuzioni dei professionisti. Le due questioni richiedono analisi distinte, anche quando possano concorrere a modificare l’attrattività di un sistema sanitario. La sentenza n. 192 del 2024 ha ricondotto la differenziazione a specifiche funzioni, il cui trasferimento richiede una giustificazione secondo sussidiarietà. Il Mezzogiorno dovrebbe utilizzare questo criterio per esigere un’istruttoria riferita a ciascuna funzione: problema da risolvere, beneficio atteso, capacità amministrativa ed effetti sul sistema nazionale.
Anche la qualificazione di un ambito come “no-LEP” richiede attenzione: secondo l’interpretazione costituzionale, non consente di trasferire senza previa determinazione dei livelli essenziali funzioni attinenti a prestazioni concernenti diritti civili e sociali. Conta il contenuto concreto della funzione.
La seconda scelta: portare il federalismo fiscale al centro del confronto
Il Mezzogiorno dovrebbe presentare una richiesta precisa di completamento del federalismo fiscale. Il suo impianto è già nell’ordinamento: occorre renderlo operativo nella relazione tra prestazioni essenziali, costi e fabbisogni standard, capacità fiscali e perequazione.
L’articolo 119 della Costituzione collega l’autonomia finanziaria alla perequazione per i territori con minore capacità fiscale e al finanziamento integrale delle funzioni attribuite. La legge n. 42 del 2009 assume il superamento della spesa storica e la responsabilizzazione degli amministratori come componenti del medesimo progetto. Per le spese relative alle prestazioni essenziali, il riferimento è il fabbisogno valutato a costi standard; per le altre spese opera una diversa logica perequativa, legata alle capacità fiscali.
Questa distinzione deve tradursi in richieste documentate. Le Regioni meridionali dovrebbero produrre, per i servizi essenziali, un quadro dei bisogni, delle risorse disponibili e delle prestazioni effettivamente erogate. Il confronto consentirebbe di distinguere tre problemi che oggi rischiano di sovrapporsi: carenza di finanziamento, debolezza delle strutture e inefficienza della gestione.
Un esempio, esclusivamente illustrativo, aiuta. Se il fabbisogno standard per determinate prestazioni è cento e la capacità fiscale disponibile è sessanta, il sistema di finanziamento e perequazione deve assicurare la copertura del divario. Se, invece, risorse adeguate non producono le prestazioni dovute, occorre accertare dove si interrompa la catena amministrativa. Le due situazioni richiedono rimedi differenti.
La rivendicazione meridionale acquisterebbe forza mostrando, servizio per servizio, quanto manca per garantire i diritti e quanto dipende dall’organizzazione. La perequazione tutela i cittadini; la responsabilità amministrativa impedisce che quella tutela venga dissipata.
La terza scelta: distinguere il finanziamento dei servizi dal recupero delle strutture
Finanziare correttamente le prestazioni non basta quando mancano le condizioni materiali per erogarle. Un territorio può ricevere risorse per l’assistenza e continuare a essere privo di sedi adeguate, apparecchiature funzionanti o collegamenti che rendano raggiungibili i servizi.
Il Mezzogiorno dovrebbe quindi affiancare alla richiesta di perequazione corrente una ricognizione dei deficit infrastrutturali e un programma per superarli. L’articolo 119 contempla risorse aggiuntive e interventi speciali; questi strumenti devono essere collegati a progetti con responsabilità, tempi e risultati verificabili.
Per ogni investimento sanitario occorre sapere quale bisogno soddisfi, quando diventi utilizzabile, con quale personale e con quali risorse di funzionamento. Costruire una struttura senza predisporne l’esercizio genera una disponibilità apparente. La stessa verifica deve riguardare l’ammodernamento tecnologico: acquistare un’apparecchiatura serve se esistono professionisti, manutenzione e organizzazione per utilizzarla.
La proposta meridionale dovrebbe assumere come unità di misura il servizio attivato. Questo permetterebbe di collegare investimenti e spesa corrente, evitando che procedano lungo percorsi amministrativi separati.
La quarta scelta: verificare la neutralità finanziaria e gli effetti sui pazienti
L’eventuale neutralità contabile delle intese non esaurisce l’esame delle loro conseguenze. L’assenza di una sottrazione diretta di risorse alle altre Regioni non dimostra, da sola, l’assenza di effetti sulla distribuzione dell’offerta sanitaria.
Se maggiori possibilità organizzative e finanziarie rendessero più attrattivi alcuni sistemi, potrebbero modificarsi i flussi dei pazienti e la distribuzione dei professionisti. Questi effetti vanno misurati, senza presumerne automaticamente l’esistenza o la direzione.
Il Mezzogiorno dovrebbe chiedere valutazioni preventive e monitoraggi successivi sulla mobilità sanitaria, sulle disponibilità di personale e sulla capacità di assicurare i servizi territoriali. La mobilità, in particolare, va distinta tra quella connessa alla ricerca di prestazioni altamente specialistiche e quella imposta dalla mancanza di assistenza ordinaria vicino a casa.
Nel secondo caso, finanziare il viaggio del paziente non risolve il deficit del territorio di origine. Occorre individuare quali prestazioni possano essere recuperate localmente, organizzare le capacità necessarie e verificarne l’attivazione.
La quinta scelta: assumere responsabilità sulle amministrazioni meridionali
Una strategia per il Mezzogiorno deve comprendere impegni verificabili delle sue Regioni. La denuncia delle disparità finanziarie è più solida quando rende visibile anche l’impiego delle risorse ricevute.
Andrebbero pubblicati pochi indicatori confrontabili: tempi di accesso alle prestazioni, servizi territoriali effettivamente operativi, posti vacanti, investimenti utilizzabili, risorse non impiegate e scadenze non rispettate. A ogni criticità dovrebbe corrispondere un responsabile istituzionale e un programma di correzione.
Quando la prestazione essenziale continua a mancare, entra in gioco la responsabilità unitaria della Repubblica. L’articolo 120 consente l’intervento sostitutivo del Governo, ricorrendone i presupposti, anche per tutelare i livelli essenziali, nel rispetto della sussidiarietà e della leale collaborazione.
L’efficacia dell’intervento dovrebbe essere valutata sulla prestazione ripristinata. Anche la gestione sostitutiva deve rendere conoscibili obiettivi, tempi e risultati. Il cittadino ha bisogno che il servizio funzioni, qualunque sia l’autorità chiamata a garantirlo.
Un’iniziativa meridionale dentro il regionalismo differenziato
Le Regioni del Mezzogiorno dovrebbero costruire un dossier comune sugli effetti delle intese e sul completamento delle garanzie finanziarie. Comune deve essere il metodo; territoriali devono restare l’analisi dei bisogni e la valutazione delle capacità amministrative.
Quel dossier dovrebbe tradursi in proposte di modifica, richieste di audizione e interlocuzione con le istituzioni incaricate di valutare la finanza pubblica. I ricorsi, ove ne esistano i presupposti, devono essere fondati sulle disposizioni approvate e sugli effetti lesivi dimostrabili. La tutela giudiziaria e l’iniziativa parlamentare possono così concorrere a uno stesso progetto.
Il Mezzogiorno può inoltre valutare proprie richieste di differenziazione, circoscritte a funzioni per le quali dimostri esigenze specifiche e capacità di esercizio. Nessuna rincorsa obbligata alle competenze richieste altrove: la scelta deve corrispondere a problemi concreti da risolvere.
Il passaggio attuale può dunque diventare l’inizio del precipizio se consolida vantaggi e carenze senza rendere effettive le garanzie. Può aprire una revisione del funzionamento regionale se ricompone prestazioni, risorse e responsabilità.
Il Mezzogiorno deve prendere posizione su questo terreno. Chiedere il finanziamento dei diritti, dimostrare i bisogni, correggere la propria amministrazione e pretendere la verifica degli effetti delle intese costituiscono una politica istituzionale. È attraverso questa iniziativa che la solidarietà costituzionale può diventare assistenza, servizi e possibilità concrete di restare nei propri territori.
Ettore Jorio