Quello che le Regioni non dicono per salvare il SSN

Quello che le Regioni non dicono per salvare il SSN

Quello che le Regioni non dicono per salvare il SSN
Le regioni dunque sono perfettamente consapevoli che il governo, dimostratosi incapace di onorare con la sua prima legge di Bilancio gli impegni elettorali presi su pensioni e riduzione delle tasse, non metterà mai a disposizione le scarse risorse che si renderanno disponibili per colmare tale divario e trasfondere un servizio sanitario ormai esangue. Le regioni lo sanno bene, ma non hanno il coraggio di dirlo

Il documento delle regioni
Il documento delle regioni per l’incontro con i ministri dell’economia e finanze e il ministro della salute del 7 marzo è la certificazione che, senza interventi straordinari, per il SSN non ci sono più speranze.

Una previsione resa ancora più fosca dai precedenti atti del governo in carica (legge di bilancio del 2023 e Dpef in cui si mette nero su bianco il progressivo definanziamento del fondo sanitario nazionale rispetto al PIL) e dalle nuove regole del Patto di stabilità europeo in cui con ogni probabilità si chiederà all’Italia una correzione annua del proprio disavanzo ricompresa tra gli 8 e i 14 miliardi.

Regole da taluni ritenute erroneamente meno severe rispetto alle precedenti ma che al contrario rispetto al passato, dovranno essere rispettate senza possibilità di deroga perché accompagnate da un cronoprogramma dettagliato e stringente sul modello PNNR.

Ritornando dunque al documento delle regioni, per impedire il collasso del sistema occorrerebbero risorse di importi significativi: per ripagare l’eccesso di spesa indotto dal COVID-19 e i sovra-costi energetici, almeno 5 miliardi, mentre per allinearsi al Regno Unito (in cui tra l’altro il NHS versa in condizioni drammatiche come ci testimonia nei suoi interessanti report Grazia Labate) ne servirebbero 10, che diventano 40 per arrivare a Francia e Germania.

Il disinteresse del governo per salvare il SSN
Le regioni dunque sono perfettamente consapevoli che il governo, dimostratosi incapace di onorare con la sua prima legge di Bilancio gli impegni elettorali presi su pensioni e riduzione delle tasse, non metterà mai a disposizione le scarse risorse che si renderanno disponibili per colmare tale divario e trasfondere un servizio sanitario ormai esangue.

Le regioni lo sanno bene, ma non hanno il coraggio di dirlo e allora, nel tentativo di recuperare qualcosa in termini propositivi, puntano il dito sulle detrazioni per i fondi sanitari integrativi, dimenticandosi che la creazione di un secondo pilastro in sanità è stato sempre uno degli obbiettivi qualificanti dei governi di centro destra.

Il loro richiamo alle distorsioni generate dai fondi integrativi, sia in termini di consumismo sanitario indotto che di sottrazione di risorse alla fiscalità generale, per essere credibile avrebbe dovuto essere accompagnato da un richiamo ancora più deciso all’evasione fiscale che incide per quasi cento volte di più sul mancato introito fiscale.

Detrazioni contro elusione
Se è vero infatti come è vero che le detrazioni fiscali per i fondi integrativi pesano per un miliardo e trecento milioni circa a fronte di un’evasione del solo gettito IRPEF pari a 100 miliardi, fare riferimento alla prima e tacere sulla seconda è soltanto uno strumento di distrazione di massa.

Si guarda il dito per non vedere la luna e si utilizza, strumentalmente, un dato di verità affinché l’indicibile dell’evasione fiscale rimanga un interdetto assoluto.

Un fatto scontato se si tiene presente che i governatori delle regioni del PIL (quelle che contano) sono di stretta osservanza salviniana.

Nel documento delle regioni, accanto ad un’analisi condivisibile sullo stato precomatoso del nostro SSN, c’è dunque un’intollerabile dissimulazione dei veri problemi del paese e questo pone seri interrogativi sulla qualità e sulla serietà dei nostri decisori politici.

Una situazione senza via di uscita
La situazione dunque è ormai senza via di uscita. Possiamo discutere a lungo, e in tal senso pregevoli contributi sono comparsi su QS, su come rimodernare il nostro servizio sanitario ponendo al centro il cittadino, ma senza una chiara volontà politica tutto questo diventa un puro esercizio di stile.

Sappiamo bene che nella sanità la dimensione del “politico” è fondamentale e che quella della “razionalità tecnica” altrettanto importante ne è una derivata. Prima “rosso” che “esperto” diceva Mao Tse Tung per ribadire il primato della politica e dunque senza volontà dei decisori dei politici nulla può veramente cambiare

Una tassa di scopo in positivo
Salvare il nostro SSN è fondamentale perché, aldilà dell’obbligo costituzionale della tutela della salute, è del tutto evidente, come la grande pandemia da COVID 19 ci ha mostrato, che la crescita economica è strettamente intrecciata a un adeguato livello di protezione sanitaria.

La salute pubblica è un pre- requisito per la crescita economica e per questo bisogna avere il coraggio di tutelarla recuperando le risorse dove si accumulano in grande quantità evadendo tasse e sfruttando in modo parassitario la contribuzione dei dipendenti pubblici e privati

Questo le regioni dovrebbero avere il coraggio di dire, rompendo con le ambiguità del non detto e richiedendo così una sorta di tassa di scopo per salvare il nostro SSN.

Una tassa, si badi bene, da realizzare non attraverso nuovi tributi a carico di chi già paga, ma attraverso il recupero di quanto indebitamente non versato alle casse dello stato sotto forma di reddito non dichiarato e di extraprofitti accumulati grazie il COVID

Una scelta politica che può fare solo chi ha interesse per i cittadini che rappresenta e non per i partiti politici di riferimento che purtroppo ne decidono sorti personali e carriera futura.

Roberto Polillo

Roberto Polillo

02 Maggio 2023

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