Se fosse accaduto a un cittadino qualunque?

 Se fosse accaduto a un cittadino qualunque?

 Se fosse accaduto a un cittadino qualunque?

Il caso Vespa mostra una sanità che funziona in poche ore. Ma quanti cittadini, in Italia, troverebbero la stessa efficienza? Il problema non è chi viene curato, ma chi resta fuori.

La televisione, qualche volta, riesce a raccontare un Paese assai meglio di un rapporto ministeriale. Non perché lo voglia, ma perché mette davanti agli occhi di tutti immagini che finiscono per porre domande molto più grandi dell’evento che stanno mostrando.

È accaduto l’altra sera.

Bruno Vespa appare in televisione con il volto tumefatto e il braccio fasciato. Spiega di essere rovinosamente caduto quella mattina e racconta che al Policlinico Gemelli una «équipe meravigliosa» lo ha operato e rimesso in sesto. Tanto da consentirgli, poche ore dopo, di essere davanti alle telecamere per intervistare la Presidente del Consiglio.

Prima cosa da dire: bene.

Bene che il Servizio sanitario sappia funzionare così. Bene che una persona traumatizzata possa essere presa in carico, valutata, operata e restituita in poche ore a condizioni tali da consentirle persino di riprendere il proprio lavoro.

Non c’è nulla da rimproverare a Bruno Vespa. E non abbiamo alcun elemento per affermare che abbia goduto di corsie preferenziali.

La domanda è esattamente opposta. Quanti Bruno Vespa ci sono in Italia? Ovvero: quanti cittadini italiani, dopo una rovinosa caduta avvenuta al mattino, incontrano un Servizio sanitario capace di prenderli in carico, intervenire chirurgicamente e restituirli alla loro vita entro la sera?

È questa la domanda che quella immagine televisiva pone alla politica sanitaria.

Perché mentre Vespa, fortunatamente, raccontava l’efficienza incontrata al Gemelli, i dati della medicina d’emergenza raccontano un’altra Italia. L’indagine SIMEU presentata nel 2026 descrive, nel campione esaminato, nove pronto soccorso su dieci alle prese con carenze di organico e il 70% delle strutture con pazienti quotidianamente fermi sulle barelle in attesa di un posto letto. Il tempo medio dichiarato di boarding, laddove il fenomeno è presente, arriva a circa 23 ore. Ventitré ore di vergogna collettiva.

Non per essere operati e tornare al lavoro. Per passare dal pronto soccorso al reparto.

È qui che l’episodio televisivo smette di essere cronaca e diventa politica sanitaria.

Il problema non è che qualcuno venga curato rapidamente. Sarebbe paradossale persino pensarlo. Il problema è che la buona sanità non può trasformarsi in una fortuna che capita ad alcuni anziché costituire la normalità garantita a tutti.

È precisamente su questo crinale che si misura oggi la tenuta dell’universalismo del Servizio sanitario nazionale.

Universalismo non significa soltanto avere diritto, sulla carta, alla medesima prestazione. Significa poterla ottenere in tempi compatibili con il bisogno, indipendentemente dal luogo nel quale si vive, dalla capacità economica, dalle relazioni personali e dalla possibilità di rivolgersi al privato.

Altrimenti l’uguaglianza rimane scritta nella legge mentre la disuguaglianza si pratica nelle corsie.

E non riguarda soltanto l’emergenza-urgenza.

Riguarda le liste d’attesa, la diagnostica, la specialistica, la presa in carico delle cronicità. Riguarda il cittadino che può permettersi di pagare una prestazione domani e quello che deve attendere mesi. Riguarda chi vive accanto a un grande policlinico e chi deve percorrere centinaia di chilometri per trovare una risposta assistenziale adeguata.

Soprattutto riguarda quella frattura territoriale che continuiamo colpevolmente a considerare quasi fisiologica, nonostante l’articolo 32 della Costituzione non conosca cittadini lombardi, calabresi, veneti o campani. Conosce individui ai quali la Repubblica riconosce un diritto fondamentale.

Per questo eviterei persino la polemica su Vespa.

Il giornalista ha fatto il giornalista. La Presidente del Consiglio ha dichiarato di avergli proposto di rinviare l’intervista e lui ha scelto di andare comunque in onda.

Semmai quella circostanza avrebbe potuto offrire una domanda straordinariamente semplice da rivolgere proprio alla Presidente del Consiglio: Presidente, il Servizio sanitario italiano sarebbe stato capace di fare la stessa cosa, nello stesso tempo, con un cittadino qualunque?

Non è una domanda retorica.

È forse la domanda sulla quale dovrebbe misurarsi oggi qualsiasi politica sanitaria nazionale.

Perché abbiamo trascorso troppi anni a discutere di aziende, bilanci, commissari, piani di rientro, tetti di spesa e compatibilità finanziarie, dimenticando talvolta che il prodotto finale del SSN non è un bilancio in equilibrio.

È una persona curata.

E deve esserlo secondo il bisogno, non secondo la geografia e certamente non secondo la notorietà.

Quella sera, dunque, non abbiamo assistito alla dimostrazione di una sanità che non funziona. Al contrario.

Abbiamo visto per pochi secondi la sanità che funziona. Ed è proprio questo che rende quell’immagine politicamente così importante.

Perché adesso la domanda non è perché Bruno Vespa abbia potuto averla.

La domanda è molto più scomoda: perché non riusciamo ancora a garantirla, con la stessa tempestività, a ogni cittadino della Repubblica?

Ettore Jorio

24 Settembre 2026

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