La speranza di vita alla nascita ha raggiunto nel 2025 un nuovo massimo storico: 83,7 anni (81,7 per gli uomini, 85,7 per le donne). L’Italia è il terzo Paese dell’Unione europea per longevità, preceduta solo da Spagna e Svezia, con 2,2 anni di vita media in più rispetto alla media dei 27. Anche la mortalità evitabile si colloca in una posizione favorevole: 16 decessi ogni 10.000 residenti nel 2023, preceduta solo da Cipro e Lussemburgo. Eppure, secondo la Relazione annuale del Cnel sui servizi pubblici, presentata il 14 ottobre a Villa Lubin, il Servizio sanitario nazionale presenta criticità strutturali che rischiano di erodere questi risultati.
Il nodo del finanziamento
Nel 2025 il livello stimato del finanziamento sanitario ha raggiunto i 136,7 miliardi di euro, con un incremento del 2,7% rispetto all’anno precedente. Un dato che, letto in prospettiva europea, rivela però un divario persistente. La copertura pubblica si attesta al 74,3%, contro il 78,8% dei Paesi Ue-27 e l’81,9% dei Quindici storici dell’Ue. Il divario rispetto a questi ultimi è di 7,6 punti percentuali. Nel confronto di lungo periodo, la situazione si è progressivamente deteriorata: mentre negli anni Ottanta e Novanta la copertura pubblica italiana superava quella europea, oggi il differenziale negativo è strutturale.
La spesa sanitaria totale pro capite si attesta nel 2024 su livelli significativamente inferiori rispetto ai principali Paesi europei: il 38,9% in meno rispetto alla media dei Quindici storici dell’Ue (il gruppo dei Paesi membri prima dell’allargamento del 1995). Il gap si è ampliato nel tempo: rispetto al 1990, il differenziale negativo è cresciuto di 15,4 punti percentuali. Nell’ultimo anno la spesa pro capite è aumentata del 3,4%, a fronte del 5,8% registrato in media nei principali Paesi europei. La componente pubblica mostra una differenza del 44,6% rispetto ai Quindici storici, mentre quella privata, pur con un differenziale più contenuto (-13,0%), assume un peso crescente nel sistema: nel 2023 la spesa privata incideva per il 2,3% sul Pil, valore peraltro superiore a quello degli altri Paesi europei considerati.
Personale: la carenza che pesa sui servizi
Il sistema soffre di una carenza strutturale di professionisti sanitari. Nel 2024 sono circa 287 mila i medici attivi (4,9 ogni 1.000 residenti) e quasi 412 mila gli infermieri (7,0 ogni 1.000), con un rapporto infermieri/medici di 1,4, particolarmente basso in alcune regioni del Mezzogiorno. I medici di medicina generale sono scesi a 37.173 unità, pari a 6,3 per 10.000 residenti, con una riduzione del 17,3% rispetto a dieci anni prima. I pediatri di libera scelta sono 6.496, 9,1 per 10.000 residenti di minori di 15 anni.
Particolarmente critica è la composizione anagrafica: circa un terzo dei medici e dei pediatri ha tra i 65 e i 69 anni, con punte elevate nel Mezzogiorno. I medici specialisti hanno un’età media di 55 anni e il 42,8% ha oltre 60 anni. Gli infermieri occupati nel settore dell’assistenza sanitaria sono 6,2 ogni 1.000 residenti, con un ampio divario tra la provincia autonoma di Bolzano (8,0) e la Calabria (5,0). L’età media è di 46 anni e il 9,8% ha 60 anni e più, percentuale che sale al 13,3% al Sud e al 15,5% nelle Isole.
Liste d’attesa e rinunce alle cure
Il fenomeno della rinuncia alle prestazioni sanitarie ha raggiunto dimensioni preoccupanti. Nel 2024, il 9,9% dei residenti riferisce di aver rinunciato, negli ultimi 12 mesi, a visite mediche o esami specialistici: un dato in aumento non solo rispetto al 7,6% del 2023, ma anche rispetto al 6,4% del periodo pre-pandemico. La percentuale sale al 14,5% tra chi aveva già effettuato almeno una visita o un accertamento diagnostico nei 12 mesi precedenti l’intervista, e scende al 4,5% tra coloro che non avevano ricevuto prestazioni.
Le principali motivazioni sono le lunghe liste d’attesa (6,8%) e la difficoltà di pagare le prestazioni (5,3%). Quest’ultimo dato è particolarmente significativo: nel 2024 il 23,9% degli individui, in aumento del 4% rispetto al 2023, si è fatto carico dell’intero costo dell’ultima prestazione specialistica, senza alcun rimborso da assicurazioni. Le donne rinunciano più frequentemente degli uomini (11,4% contro 8,3%), con il divario massimo nella fascia 25-34 anni (12,5% contro 7,1%). La massima frequenza di rinuncia si osserva tra i 45 e i 54 anni (13,4%). Dopo i 55 anni, le liste d’attesa diventano la principale causa di rinuncia.
La rinuncia per motivi economici è più frequente tra le persone meno istruite (7,7% contro 5,7%), differenza che si allarga dopo i 65 anni (5,2% contro 2,0%). Nel 2024 ha rinunciato a prestazioni sanitarie il 9,2% dei residenti nel Nord, il 10,7% nel Centro e il 10,3% nel Mezzogiorno. Rispetto al 2019, l’incremento è stato più marcato al Nord, determinando una riduzione del divario territoriale. Nel Centro-Nord si rinuncia principalmente per le liste d’attesa, nel Mezzogiorno pesano in eguale misura anche i problemi economici.
Disuguaglianze sociali e territoriali
Le disuguaglianze sociali nella salute restano marcate. Esiste un chiaro gradiente nella mortalità: i tassi aumentano al diminuire del livello di istruzione, e le disuguaglianze sono più accentuate nella popolazione maschile. Nella fascia 30-69 anni, le persone con basso livello di istruzione presentano tassi di mortalità significativamente più elevati (47,2 per 10.000 residenti tra gli uomini, 26 tra le donne) rispetto a quelle con istruzione alta (23,3 e 15,2). Nel 2022 l’indicatore di disuguaglianza relativa era 2,6 negli uomini e 2,1 nelle donne.
Le disuguaglianze maggiori si riscontrano nella mortalità per malattie dell’apparato digerente (uomini, RII=4,3) e per malattie endocrine, nutrizionali e metaboliche (donne, RII=4,5). Tra gli anziani, le malattie circolatorie contribuiscono con un elevato numero di decessi alle differenze assolute di mortalità, soprattutto oltre gli 85 anni. Persistono marcate disuguaglianze nella mortalità per Covid-19, evidenti soprattutto nella classe 70-84 anni.
Sul piano territoriale, i residenti nel Mezzogiorno vivono il 68,5% degli anni di vita in buona salute, mentre nel Centro-Nord la percentuale supera il 71%. La speranza di vita alla nascita presenta differenze sostanziali: quasi tre anni separano la Campania (82,1 anni) dalla provincia autonoma di Trento (85,0). Per la mortalità evitabile, quattro punti separano il Nord-Est (14,0) dal Mezzogiorno (18,1), con 7,4 punti di differenza tra Trento (13,2) e la Campania (20,6).
Prevenzione e screening
La prevenzione rappresenta in Italia il 5,6% della spesa sanitaria totale, valore superiore di 2,4 punti percentuali rispetto alla media dei Quindici storici dell’Ue. Tuttavia, in termini assoluti la spesa pro capite è pari a 104,8 euro, inferiore del 9,4% rispetto alla media. Le risorse si concentrano su sorveglianza e vaccinazioni (47,6%), seguite dalla veterinaria (18,5%) e dalla prevenzione delle malattie croniche (15,4%), di cui oltre la metà per screening oncologici (51,9%).
I dati sugli screening oncologici mostrano un quadro critico. Nonostante il potenziamento del volume complessivo degli inviti, i tassi reali di adesione restano distanti dagli standard ottimali. Lo screening mammografico si posiziona al 51,4% delle donne aventi diritto, appena al di sopra della soglia accettabile del 50%. Lo screening cervicale registra un’adesione del 40,1%. Ancora più critica è la situazione dello screening colorettale, con un tasso di adesione complessivo che non supera il 33,3%, lasciando due terzi della popolazione target privi di protezione preventiva organizzata.
In tutti e tre i programmi si conferma il tradizionale gradiente Nord-Sud. Le regioni settentrionali e centrali, insieme alle province autonome, mostrano una consolidata capacità organizzativa e un’elevata propensione alla risposta, con tassi che sfiorano o superano i livelli di accettabilità europei. Il Mezzogiorno sconta ritardi infrastrutturali cronici, carenze di personale e livelli di partecipazione profondamente depressi.
Assistenza territoriale e domiciliare
L’assistenza domiciliare, che dovrebbe rappresentare il principale punto di integrazione tra sanità e sociale, mostra ancora forti criticità organizzative e territoriali. Nel 2024 circa 1,7 milioni di persone hanno ricevuto Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), con una crescita media annua del 12,5% tra il 2019 e il 2024, ma con forti differenze regionali: si va dal +83,0% della provincia autonoma di Bolzano al -1,0% del Veneto. Il 79,2% degli assistiti ADI ha più di 65 anni e nel 2024 il 9,4% degli over 64 riceve assistenza domiciliare, in aumento di 3,2 punti rispetto al 2019 e vicino al target Pnrr del 10%.
Tuttavia, l’intensità assistenziale si è parallelamente ridotta: le ore medie annue di assistenza per paziente over 64 sono scese da 15 a 13,3 tra il 2019 e il 2024 (-2,4% annuo). L’offerta regionale è molto eterogenea, con differenze tra Regioni che raggiungono le 21 volte nel costo orario. I Servizi di Assistenza Domiciliare (SAD), nel 2023, coinvolgono circa 381.000 persone (+17,7% rispetto al 2018), ma la copertura sugli over 64 resta limitata: 1,0% per SAD socio-assistenziale, 0,6% per ADI integrata e 0,4% per sostegni economici. Solo 266.090 anziani su oltre 7,2 milioni di over 75 e 2,9 milioni di persone con disabilità ricevono sia ADI che SAD, evidenziando una scarsa integrazione socio-sanitaria.
Assistenza residenziale e specialistica
Per quanto riguarda le Rsa, permane una forte eterogeneità tra le Regioni, sia in termini di offerta che di qualità assistenziale. Il tasso di ricovero più alto si registra in Emilia-Romagna (116,6 ogni 1.000 abitanti), quello più basso in Calabria (68,3). In termini di qualità assistenziale, si osservano differenze rilevanti negli standard di personale, con livelli di assistenza molto variabili: da 6 a 72 minuti giornalieri per l’assistenza infermieristica e da 27 a 147 minuti per gli OSS a seconda delle Regioni.
L’assistenza specialistica ambulatoriale rappresenta la seconda voce di spesa sanitaria dopo l’ospedaliera, ma rimane un ambito caratterizzato da carenze informative. Nel 2023 il Ssn conta 9.121 strutture ambulatoriali, in lieve riduzione rispetto al 2013 (-1,0%), di cui il 59,7% private e l’82,8% extra-ospedaliere. L’offerta risulta fortemente eterogenea e frammentata. La spesa è cresciuta del 34% rispetto al 2013, con una forte accelerazione post-pandemica (+4,2% annuo contro +1,4% pre-Covid), trainata anche dall’aumento della spesa privata (+6,0% annuo nel 2021-2023). A livello territoriale il costo pro capite medio è di 395,5 euro, con valori più elevati nel Nord-Ovest (434,0 euro) e più bassi nel Sud e Isole (343,5 euro).
La voce dei cittadini e degli operatori
La soddisfazione dei cittadini per i servizi sanitari del Ssn oscilla da un punteggio massimo di 8,3 (scala 0-10) del Trentino-Alto Adige a un minimo di 6,5 di Puglia e Basilicata, con un valore mediano di 7,1. Meno soddisfatti sono i cittadini nell’area dell’assistenza territoriale: la domiciliare si ferma a poco sotto la sufficienza (5,8/10), come la residenziale (5,7/10) e i servizi per i non autosufficienti (5,6/10). Il principale fattore di insoddisfazione rimangono i tempi di attesa, ritenuti inaccettabili dal 62% dei cittadini intervistati, e il 45% si ritiene insoddisfatto anche delle attese nelle strutture.
Tra i servizi più apprezzati emerge il medico di famiglia, con un livello di soddisfazione media di 7,3/10. La fiducia nei confronti dei medici è pari a 7,0 e quella verso il personale del Ssn a 6,9, in peggioramento rispetto al 2021. La quota di persone molto soddisfatte per i diversi aspetti del ricovero è significativamente più alta della media nazionale al Nord, dove oltre la metà degli intervistati esprime elevata soddisfazione sia per l’assistenza medica (50,2%) sia per quella infermieristica (39,8%).
Sul fronte degli operatori, nel triennio 2023-2025 solo il 54,3% dei medici e il 45,6% degli infermieri occupati nell’assistenza sanitaria ha espresso elevata soddisfazione per la propria attività lavorativa. La quota di medici molto soddisfatti per il lavoro attuale è pari al 69,8%, mentre tra gli infermieri scende al 61,8%. Una forbice di oltre 27 punti percentuali separa il valore pari al 56,5% dei medici molto soddisfatti a Trento e l’83,7% dei medici in Molise. Quando al professionista sanitario si chiede di assegnare un punteggio alla soddisfazione per il proprio guadagno, emerge un ampio divario tra medici e infermieri: il 50,1% dei medici assegna un punteggio da 8 a 10, a fronte del 34,6% degli infermieri.
Le priorità indicate dalla Relazione
Il Cnel individua alcune priorità di intervento. Sul piano del finanziamento, la Relazione segnala che la spesa sanitaria totale pro capite risulta più bassa rispetto alla media dei Quindici storici dell’Ue del 38,9%. Sul versante del personale, la carenza di infermieri e lo squilibrio nella collocazione del personale medico incidono pesantemente sulla qualità e l’accessibilità di molti servizi e strutture. I dati del Programma Nazionale Esiti e dell’Osservatorio Nazionale Screening mettono in luce persistenti aree di criticità e un marcato e sistematico divario geografico tra le diverse aree del Paese, che richiederebbe interventi strutturali urgenti.
La Relazione sottolinea inoltre come la qualità dei servizi non possa essere misurata solo attraverso indicatori di efficienza, ma debba considerare l’esperienza vissuta dai cittadini e la capacità delle istituzioni di rispondere ai bisogni collettivi. In questa prospettiva, la soddisfazione degli utenti diventa non solo un indicatore di performance, ma anche uno strumento di apprendimento organizzativo e di miglioramento continuo delle amministrazioni.