Ti curo se fai il bravo

Ti curo se fai il bravo

Ti curo se fai il bravo
E’ quanto sembrano voler fare le assicurazioni tedesche, ma anche la sanità pubblica americana e britannica. E in Italia? Il nostro Ssn non prevede “selezioni” all’accesso in base agli stili di vita ma forse non è da escludere che prima o poi anche nel nostro sistema qualche misura del genere che assegni priorità all’accesso ai servizi comuni in base a criteri di merito

Prima di morire prematuramente dopo una vita dissoluta e due trapianti di fegato, George Best, uno dei più grandi talenti calcistici di sempre, a chi verso la fine gli domandava se e di cosa fosse pentito rispose: “la maggior parte dei milioni che ho guadagnato li ho spesi in liquori, belle donne e auto sportive. Il resto invece l’ho sprecato”
 
Mi è rivenuta in mente questa folgorante battuta leggendo la notizia delle assicurazioni sanitarie tedesche che riducono i prezzi delle polizze a chi conduce stili di vita sani e salutari. È l’ennesimo segnale di una generale tendenza a collegare l’accesso alle cure ai comportamenti individuali. È nella stessa linea la decisione di Medicaid, la sanità statale USA per gli indigenti, di mettere in coda alle liste di attesa chi beve, si droga, fuma o mangia male (“junk food”). Analogamente negli ospedali inglesi, dove le “queues”, sono gestite non più col canonico approccio temporale, “first seated, first served” (traducibile nel nostrano “chi primo arriva meglio alloggia”) ma retrocedendo in coda i pazienti “viziosi” a favore dei “virtuosi”.
 
È, a ben vedere, l’ulteriore sviluppo del contrasto tra etica ippocratica, al letto del malato, ed etica della ”utilità collettiva” nell’allocazione delle risorse, tra dovere della cura al singolo malato ed equa distribuzione delle risorse pubbliche, limitandole al singolo se sottratte eccessivamente agli altri.
 
Le suddette misure tedesche, USA o inglesi cambiano la misura di “risk sharing”, la condivisione del rischio assicurativo nei rispettivi sistemi. Ogni assicurazione (tale è anche il SSN, pur se atipico) prevede un rapporto tra “aderenti” basato su un “contratto” tra quanto il singolo paga e quanto potenzialmente può ricevere alla bisogna dal sistema stesso, nella condivisione del rischio anche con tutti gli altri “aderenti”.
 
Tale rischio nei sistemi assicurativi canonici è generalmente personalizzato in quel contratto, che include variabili come l’entità del premio sul potenziale rischio individuale per età, residenza, storia individuale pregressa (bonus-malus), franchigia, massimali, ecc. (vedi RC auto).
 
Nel nostro SSN ciò è espressamente non voluto date le peculiarità di universalismo ed egualitarismo nell’accesso alle prestazioni e prevedendo il “contratto” di assicurazione, chiamiamolo così, una contribuzione linearmente definita in base al reddito, appunto con la fiscalità generale. In sintesi, nel SSN, tra gli “aderenti” i premi variano, anche di molto (appunto in base al reddito) a fronte tuttavia di un potenziale accesso alle prestazioni invece uguale per tutti. I recenti approcci tedesco, USA o inglese di cui sopra modificano, appunto, quel rapporto premio e accesso, quindi il grado di “risk sharing” dei rispettivi sistemi.
 
In un contesto di crescente separazione e conflittualità sociale, vedi le recenti cronache dalle nostre periferie metropolitane, data (anche) dalla competizione per le scarse risorse comuni, non è da escludere prima o poi anche nel nostro sistema qualche misura del genere che assegni priorità all’accesso ai servizi comuni (es.: nelle liste d’attesa) in base a criteri di merito.
 
Qualcuno ha detto che le virtù e la saggezza fanno sopravvivere a lungo, mentre le passioni e i vizi fanno vivere. Romanticismo seducente ma socialmente, temo, di difficile accettabilità. Per noi italiani, mediamente di scarso civismo e, nonostante la facciata confessionale, piuttosto pagani nei costumi e nei consumi, legare l’accesso alle cure al grado di frequentazione dei sette peccati capitali potrebbe invece essere, in fondo una forma di più corretta redistribuzione delle risorse e, chissà, magari anche educativa.
 
Fabrizio Gianfrate

Fabrizio Gianfrate

26 Novembre 2014

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