Welfare. La coperta è stretta. Tutto a tutti non è più possibile

Welfare. La coperta è stretta. Tutto a tutti non è più possibile

Welfare. La coperta è stretta. Tutto a tutti non è più possibile
Per il welfare in tempo di crisi la parola d'ordine, tornata prepotentemente d'attualità, è "universalismo selettivo", ovvero offrire i servizi socio-sanitari a tutti coloro che ne hanno bisogno e se non ci sono fondi, assegnarli in base al reddito economico delle famiglie. Questa la ricetta descritta in un documento redatto (vedi sintesi) da un gruppo di giuristi ed economisti coordinati da Emanuele Ranci Ortigosa presentato ieri a Milano.

”Le risorse sono poche, e quelle che ci sono, sono spese male. Tutto a tutti, indistintamente, non ce lo possiamo permettere più. E' il momento di selezionare le prestazioni in base ai bisogni reali e al reddito dei destinatari. In due parole "Universalismo selettivo". Ed è questa l'idea forte del documento redatto da economisti e giuristi coordinati da Emanuele Ranci Ortigosa, dell'Istituto per la ricerca sociale, insieme a Valerio Onida, presidente emerito della Consulta, Francesco Longo del Cergas Bocconi, Paolo Bosi e Maria Cecilia Guerra dell'università di Modena, Alberto Zanardi dell'università di Bologna e altri ricercatori dell'Irs, presentato ieri a Milano in occasione dei primi 40 anni della rivista "Prospettive sociali e sanitarie".
In realtà l'idea non è nuova. A parlarne per prima in Italia con una certa autorevolezza fu la Commissione Onofri (dal nome del suo coordionatore, uno dei guru de Il Mulino), insediata negli anni '90 da Romano Prodi per ridisegnare il nostro welfare all'aba del terzo millennio.  Un'idea, quella della selezione dell'offerta di welfare, ripresa poi dal ministro Sacconi nel suo libro bianco/verde e ora prepotentemente tornata d'attualità anche sulla grande stampa.
Ma nel documento di Ranci Ortigosa non c'è solo questo. L'altro asse portante è quello del federalismo. Ma un federalismo vero, come ha sottolineato anche Vasco Errani nel suo intervento al convegno. Basti pensare, sottolineano gli studiosi, che le politiche socio-assistenziali oggi assorbono circa 62 miliardi di euro, pari al 4% del Pil. Ma di questi fondi solo 8,5 miliardi vengono redistribuiti alle Regioni. Ecco perché l'Italia ha un sistema di welfare inefficace e inefficiente: non si può fare una riforma seria senza decentrare l'insieme delle attribuzioni istituzionali in campo sociale e senza passare le risorse dal livello centrale a quello territoriale. Ma vediamo, in estrema sintesi cosa dice il documento che potete comunque leggere in versione integrale in allegato.

Universalismo selettivo
Le poche risorse che ci sono devono essere meglio spese. E la parola d'ordine è quella dell'universalismo selettivo, cioè “offrire i servizi socio-sanitari a tutti coloro che ne hanno bisogno – spiega Ranci Ortigosa – e se non ci sono fondi, assegnarli in base al reddito economico delle famiglie”. Per fare ciò è necessaria una riforma dell'Isee per superare gli attuali limiti, in modo da liberare risorse per redistribuzioni più eque dei benefici nelle varie di bisogno.
 
Decentramento
Decentrare le prestazioni monetarie, circa il 90% della spesa assistenziale totale, ora gestite quasi completamente a livello centrale. Secondo il documento serve una determinazione adeguata dei livelli essenziali di prestazioni (lep), definendo un fondo sociale nazionale unitario, che non significa però un vincolo all'utilizzo delle risorse da parte di Regioni e Comuni, oppure, vista la condizione di crisi, indentificare le risorse disponibili e calcolare i lep che il sistema pubblico può garantire. Questa misura andrebbe accompagnata dall'assegnazione delle competenze erogative agli enti locali, che dovrebbero gestirle a livello di zona (un'area vasta tra i 50mila e 100mila abitanti, che accorpi più comuni).
 
Dote di cura
Per gli anziani non autosufficienti attualmente l'offerta è rappresentata da indennità di accompagnamento, badanti e rete territoriale. Tre binari paralleli che non si parlano. Per questo servono dei correttivi, a partire da un piano nazionale sulla non autosufficienza, che estenda l'attuale offerta di servizi, e una riforma dell'indennità di accompagnamento in 'dote di cura', da far rientrare nei lea, ma graduandola secondo il livello di non autosufficienza e capacità di spesa. E infine qualificare il lavoro privato di cura delle badanti con sgravi fiscali per far emergere il sommerso, prevedere un piano nazionale di formazione professionale e creare agenzie territoriali per la domiciliarità.
 
Adele Lapertosa

30 Settembre 2011

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