Case di comunità, il vero nodo non sono le sei ore ma la “subordinazione progressiva” dei medici di famiglia

Case di comunità, il vero nodo non sono le sei ore ma la “subordinazione progressiva” dei medici di famiglia

Case di comunità, il vero nodo non sono le sei ore ma la “subordinazione progressiva” dei medici di famiglia

Dietro la riforma della medicina territoriale si gioca una partita più profonda: il medico di famiglia del futuro sarà ancora un libero professionista convenzionato o diventerà, di fatto, un dipendente del Servizio sanitario nazionale?

Nel dibattito sulla riforma della medicina territoriale si continua a discutere delle “sei ore settimanali” che i medici di medicina generale dovrebbero garantire nelle Case della Comunità. Ma il punto vero della riforma non è quello. Il cuore dello scontro è molto più profondo: riguarda la trasformazione del ruolo del medico di famiglia e il progressivo slittamento da un modello convenzionato a uno para-dipendente.

 La bozza di decreto del ministero della Salute e i confronti che appaiono concretizzarsi animatamente provano a compiere un’operazione sofisticata: evitare formalmente la dipendenza generalizzata dei medici di famiglia, ma introdurre nei fatti un sistema fortemente organizzato, programmato e controllato dalle Regioni e dalle aziende sanitarie.

Non è un caso che il testo utilizzi formule apparentemente tecniche ma politicamente molto significative. Le ore nelle Case della Comunità non vengono presentate come “aggiuntive”, bensì come parte del “debito orario” del ruolo unico. Tradotto: il Governo sostiene che non si stiano imponendo nuove ore di lavoro, ma che si stia semplicemente riorganizzando l’attività territoriale già dovuta dai medici. Ciò tra le ore contrattualmente convenute nei propri studi e quelle, se costituite, nelle AFT.

Ed è qui che nasce il conflitto.

Per i sindacati, infatti, il rischio è evidente: sulla carta si parla di integrazione organizzativa, nella pratica si rischia un aumento reale del carico di lavoro e soprattutto una trasformazione della natura professionale della medicina generale.

Perché il decreto non si limita a chiedere presenza nelle Case della Comunità. Introduce anche:

  • presa in carico strutturata dei cronici;
  • audit e verifiche;
  • interoperabilità digitale;
  • monitoraggio degli esiti;
  • obiettivi organizzativi;
  • raccordo obbligatorio con distretti e servizi territoriali;
  • programmazione regionale delle attività.

In altre parole, il medico convenzionato continua formalmente a essere autonomo, ma opera dentro una cornice sempre più simile a quella della dipendenza.

La vera novità politica della riforma, infatti, non sono le sei ore. È il principio secondo cui il sistema pubblico può definire:

  • sedi,
  • turni,
  • standard organizzativi,
  • funzioni territoriali,
  • obiettivi assistenziali,
  • modalità operative.

Ed è ancora più significativo che la bozza attribuisca alle norme del decreto carattere “imperativo e non derogabile” dagli accordi collettivi nazionali. Un passaggio che modifica gli equilibri storici della medicina generale italiana: il legislatore entra direttamente in una materia che finora era soprattutto regolata dalla contrattazione convenzionale.

Da qui nasce anche un’insolita convergenza politica che si sta creando attorno alle critiche alla riforma. Non è uno scontro classico tra destra e sinistra. È uno scontro tra due modelli di sanità territoriale:

  • da un lato un sistema più integrato, aziendalizzato e governato centralmente;
  • dall’altro la difesa dell’autonomia professionale e convenzionale della medicina generale.

Il Governo ha una necessità concreta: rendere operative le Case della Comunità finanziate dal PNRR. Le strutture esistono o stanno nascendo, ma senza personale rischiano di trasformarsi in scatole vuote. Da qui la pressione per utilizzare i medici di famiglia come asse portante della nuova rete territoriale.

I sindacati, però, vedono nella riforma l’avvio di una “subordinazione progressiva”: non una dipendenza esplicita e immediata, ma una lenta trasformazione del medico convenzionato in un professionista sempre più inserito nella gerarchia organizzativa del servizio sanitario.

Ed è probabilmente questa la vera partita che si giocherà nelle prossime settimane. Non sulle sei ore. Ma sulla domanda che nessuno, finora, ha avuto il coraggio di affrontare apertamente:

il medico di famiglia del futuro sarà ancora un libero professionista convenzionato o diventerà, di fatto, un dipendente territoriale del Servizio sanitario nazionale?

Ettore Jorio

Ettore Jorio

29 Maggio 2026

© Riproduzione riservata

Pandemie e nuove minacce sanitarie, l’Ocse avverte: cala la spesa per la preparazione. Nei Paesi poveri tre quarti delle risorse arrivano dagli aiuti esteri che sono però in riduzione del 46%
Pandemie e nuove minacce sanitarie, l’Ocse avverte: cala la spesa per la preparazione. Nei Paesi poveri tre quarti delle risorse arrivano dagli aiuti esteri che sono però in riduzione del 46%

Dopo l’impennata degli investimenti provocata dalla pandemia di Covid-19, la spesa destinata a prevenire, preparare e affrontare le grandi minacce sanitarie globali ha cominciato a scendere. Ma soprattutto resta caratterizzata...

Il diritto alla cura torna a fare i conti con i costi
Il diritto alla cura torna a fare i conti con i costi

Il nuovo tariffario della specialistica supera la logica dei prezzi amministrati sganciati dalla realtà. Ma apre una questione: lo stesso prezzo nazionale può davvero garantire gli stessi LEA in territori...

Malattie croniche, il conto sull’economia è salato. Ocse: bruciato fino all’1,2% del Pil potenziale
Malattie croniche, il conto sull’economia è salato. Ocse: bruciato fino all’1,2% del Pil potenziale

Le malattie croniche non sono soltanto una delle principali sfide per i sistemi sanitari, ma rappresentano anche un freno strutturale alla crescita economica. Cancro, malattie cardiovascolari, diabete e broncopneumopatia cronica...

Residui negli alimenti di origine animale. Nel 2025 quasi 27mila campioni e oltre 419mila analisi. Ministero: sistema solido, ma restano criticità
Residui negli alimenti di origine animale. Nel 2025 quasi 27mila campioni e oltre 419mila analisi. Ministero: sistema solido, ma restano criticità

Sono 26.920 i campioni prelevati in Italia nel 2025 nell’ambito del Piano nazionale residui (PNR), sui quali sono state effettuate complessivamente 419.571 determinazioni analitiche. I campioni risultati non conformi sono...